Carmelo Burgio: “Non sono fascista” – Sotto tiro Forza Italia e Fininvest, cattedrale della comunicazione – Attivo da ieri il comitato per il sindaco –
Roberto Vannacci sfida la sinistra green, finanziaria, arcobaleno nel suo cuore, dove la sinistra rappresenta la borghesia radical chic e ha periferizzato classe operaia e ceto medio.
Lo fa candidando a sindaco un generale dei carabinieri, paracadutista del Tuscania, il quale dichiara immediatamente di non essere fascista, segando l’erba sotto i piedi alla solita insopportabile melassa antifascista di una sinistra senza idee e, ormai, anche senza cervello, che considera fascisti tutti quelli che non condividono le sue papagallesche esternazioni.
Vannacci porta la sfida nel cuore del sistema, che ha trasformato Milano da città della Madunina a città della borghesia radical chic. Il passaggio non è religioso, ma da una borghesia produttiva e ambrosiana a una borghesia finanziaria, manageriale, con valori e codici sociali differenti.
La Madunina rappresenta simbolicamente una Milano cattolica e ambrosiana, legata alla famiglia, al lavoro e all’impresa, fortemente radicata nel territorio, industriale e manifatturiera, caratterizzata da una borghesia imprenditoriale, socialmente composita, con un rapporto relativamente stretto fra élite economiche e ceti popolari. È la Milano di fabbriche, delle botteghe, delle professioni, dei commerci e del risparmio, ma anche delle grandi istituzioni cattoliche e mutualistiche.
A partire soprattutto dagli anni Settanta-Ottanta, e poi con enorme accelerazione dagli anni Novanta, il baricentro economico cambia.
La vecchia borghesia industriale non scompare, ma perde progressivamente centralità rispetto a una nuova borghesia dei servizi avanzati e della finanza. Ed è qui che emerge quella che potremmo chiamare, usando volutamente il termine polemico, «borghesia radical chic».
La vecchia borghesia tendeva a identificarsi con lavoro, proprietà, famiglia, impresa, risparmio, appartenenza territoriale.
La nuova élite urbana tende maggiormente verso internazionalizzazione, mobilità, inclusione, sostenibilità, innovazione, diritti civili, cosmopolitismo.
Non significa che tutti i milanesi siano diventati radical chic, né che questi valori siano necessariamente negativi. Significa piuttosto che è cambiato il codice culturale dominante nelle élite della città.
La trasformazione urbanistica rende visibile quella sociale.

Il Duomo rimane il simbolo storico della città, ma il nuovo skyline di Porta Nuova e CityLife rappresenta una Milano diversa: globale, finanziaria, immobiliare, tecnologica, internazionale.
La nuova Milano si presenta spesso come progressista e inclusiva, ma contemporaneamente è diventata una delle città italiane con maggiore pressione immobiliare e costo della vita.
Il quartiere popolare viene sostituito dal quartiere «rigenerato»; la vecchia fabbrica diventa loft; il deposito ferroviario diventa area immobiliare di pregio; il vecchio quartiere operaio diventa zona della movida. La parola «rigenerazione» diventa così una delle parole chiave della nuova Milano.
Questa trasformazione aiuta anche a comprendere perché Milano abbia progressivamente assunto una posizione politica particolare nel panorama italiano.
Non è semplicemente diventata una città «di sinistra». È diventata il centro italiano di una particolare alleanza sociale: ceti professionali, più finanza, più grandi servizi, più università, più comunicazione, più nuove professioni, più parte dell’imprenditoria internazionale.
Questa composizione sociale tende naturalmente a privilegiare una politica liberal-progressista e cosmopolita, molto diversa sia dalla tradizione cattolica ambrosiana sia dalla vecchia cultura operaia milanese.
La «borghesia radical chic» può essere interpretata come la sovrastruttura culturale di quest’ultima trasformazione.
La domanda interessante, a questo punto, è se il radicalismo culturale milanese sia realmente una scelta ideologica oppure la forma culturale assunta dagli interessi della nuova borghesia finanziaria e immobiliare.
Questa seconda lettura porterebbe direttamente al rapporto tra Milano, finanza, Green Deal, trasformazione urbanistica e nuove élite europee.
La finanza non ha semplicemente conquistato Milano; ha trasformato ciò che a Milano viene considerato valore. Prima il valore era soprattutto produrre, lavorare, accumulare, investire, costruire un’impresa.
Nella Milano finanziarizzata diventa sempre più: valorizzare, trasformare, rivalutare, capitalizzare, monetizzare.
Il passaggio è visibile sul territorio. Dalla Milano industriale si passa alla deindustrializzazione, alla liberazione di enormi aree urbane, alla valorizzazione immobiliare, all’ingresso massiccio del capitale finanziario, ad una nuova élite manageriale e professionale, ad una nuova postura cosmopolita della città.
In questa prospettiva, la cosiddetta «borghesia radical chic» non sarebbe semplicemente una classe sociale che ha adottato idee progressiste per convinzione ideologica.
Sarebbe anche la classe culturalmente egemone della nuova Milano postindustriale, i cui interessi materiali possono coincidere con quelli della trasformazione finanziaria della città.
Il caso esemplare è l’immobiliare. È qui che la questione diventa molto concreta. Una vecchia area industriale ha un valore relativamente basso quando è considerata: fabbrica, lavoratori, produzione.
L’area diventa enormemente più preziosa quando viene trasformata in: residenziale, uffici, retail, servizi, hotel, verde, infrastrutture. La parola decisiva diventa allora «rigenerazione».
Se la rendita viene privatizzata mentre i costi sociali della trasformazione vengono sostenuti dalla collettività, abbiamo un problema strutturale. E qui entra il «radical chic».
La cosa interessante è che il nuovo modello può presentarsi attraverso un linguaggio apparentemente lontanissimo dalla finanza: sostenibilità, inclusione, ambiente, mobilità dolce, rigenerazione urbana, innovazione, diritti, cultura. Ma queste parole possono essere utilizzate anche per costruire un nuovo modello di valorizzazione urbana.
È particolarmente interessante mettere in relazione questa trasformazione con Green Deal, ESG, finanza immobiliare e rigenerazione urbana: lì il collegamento tra capitale finanziario e nuovo linguaggio progressista diventa molto più verificabile.
Il punto decisivo è che la finanza contemporanea non ha bisogno di presentarsi come finanza. Può presentarsi come sostenibilità, transizione, innovazione e rigenerazione.
Milano è un laboratorio in quanto possiede contemporaneamente: un patrimonio immobiliare enorme; aree industriali dismesse; una forte concentrazione bancaria e finanziaria; grandi società di consulenza e servizi; università e ricerca; moda e comunicazione; una classe manageriale internazionale; un mercato immobiliare molto dinamico.
La rigenerazione urbana diventa quindi il punto d’incontro fra interesse pubblico e capitale privato.
Un’ex area industriale non viene più concepita principalmente come luogo nel quale ricostruire capacità produttiva. Diventa un asset da rivalutare.
E qui compare una trasformazione concettuale fondamentale: la città passa dall’essere spazio della produzione all’essere anche un prodotto finanziario.
Nel 2026 Milano ha ottenuto 1,3 milioni di euro dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica nell’ambito della Missione europea delle 100 città climaticamente neutrali, per la riqualificazione energetica e il fotovoltaico degli alloggi pubblici di via Rilke.
Milano è stata progressivamente costruita come “città – laboratorio” della transizione verde.
Il passaggio interessante è che questo laboratorio non riguarda soltanto l’ambiente. Coinvolge urbanistica, immobiliare, energia, mobilità, edilizia, dati, innovazione e finanza.
Un esempio particolarmente significativo è MIND: Milano Innovation District, un’area di circa un milione di metri quadrati sull’ex sito Expo, nata da una partnership pubblico – privata tra Arexpo e Lendlease, concepita esplicitamente come polo di innovazione, ricerca, sostenibilità e sviluppo economico.
E ancora più significativo è lo Scalo di Porta Romana. Comune, Regione e Ferrovie hanno inserito la trasformazione dei sette scali dismessi in un gigantesco programma di rigenerazione urbana; Porta Romana è stata acquisita per 180 milioni di euro da COIMA SGR, Covivio e Prada Holding.
La transizione verde può diventare contemporaneamente una politica ambientale e un’enorme operazione di trasformazione del valore urbano.
Chi sono COIMA, Covivio, Lendlease e gli altri soggetti che stanno materialmente costruendo questa Milano verde, da dove provengono i loro capitali e quali grandi investitori istituzionali li finanziano?
COIMA è un gruppo italiano specializzato in investimento, sviluppo e gestione di patrimoni immobiliari per investitori istituzionali italiani e internazionali.
COIMA SGR gestisce oggi oltre 10 miliardi di euro di investimenti attraverso più di 30 fondi immobiliari.
COIMA non è semplicemente un’impresa immobiliare che costruisce edifici. È un asset manager: raccoglie e gestisce capitale di investitori istituzionali e lo indirizza verso immobili e progetti urbani.
Covivio è un grande gruppo immobiliare europeo con un portafoglio di circa 23,7 miliardi di euro. Opera in particolare nell’immobiliare per uffici, residenziale e alberghiero.
Covivio dichiara esplicitamente di aver sviluppato una politica di finanza sostenibile e di utilizzare strumenti come i green bond, collegando la propria strategia finanziaria agli obiettivi ESG.
Prada è un caso diverso. Non è un fondo immobiliare. È un grande gruppo del lusso. Ma attraverso Prada Holding è entrata nel Fondo Porta Romana insieme a COIMA e Covivio.
Il Fondo Porta Romana ha acquistato da FS l’ex scalo per 180 milioni di euro. Il fondo è stato promosso e gestito da COIMA SGR e sottoscritto da Covivio, Prada Holding e COIMA ESG City Impact Fund.
Quindi abbiamo una combinazione molto significativa: asset manager, grande immobiliare europeo, grande gruppo del lusso, fondo ESG.
Lendlease è un gruppo australiano internazionale che è stato il partner privato dello sviluppo di MIND – Milano Innovation District, nell’area dell’ex Expo. Il sito MIND stesso indica Lendlease come referente commerciale del progetto.
La domanda molto interessante è: chi raccoglie il capitale ESG, chi lo investe nella trasformazione urbana e chi beneficia dell’aumento di valore degli immobili trasformati?
I criteri Environmental, Social and Governance introducono un’altra trasformazione.
Il capitale comincia a distinguere fra attività considerate più o meno compatibili con determinati obiettivi ambientali e sociali.
Questo produce una conseguenza importante: la sostenibilità diventa anche una variabile finanziaria.
Un edificio efficiente energeticamente, per esempio, può diventare più appetibile per determinati investitori; un immobile energivoro può invece richiedere investimenti di adeguamento o perdere attrattività.
Da qui nasce il ponte: politica ambientale, regolazione, classificazione degli investimenti, riallocazione del capitale. Il risultato può essere una finanziarizzazione della transizione ecologica.
Una parte dell’élite milanese ha sostituito l’idea di sviluppo fondato sulla produzione con l’idea di sviluppo fondato sulla valorizzazione. E il linguaggio culturale della nuova élite – sostenibilità, inclusione, innovazione, rigenerazione – può diventare perfettamente compatibile con la logica finanziaria.
A questo punto arriviamo a una domanda molto concreta: chi possiede il capitale che finanzia la trasformazione di Milano?
Ricostruire chi finanzia i grandi progetti milanesi, chi possiede gli asset, chi realizza le plusvalenze e quali norme ESG/Green Deal influenzano quegli investimenti è fondamentale.
Comunque sia, Milano è diventata un laboratorio nel quale capitale istituzionale, finanza immobiliare, politiche urbane e transizione ESG si sono progressivamente integrati.
In questa chiave, la candidatura di Roberto Vannacci a Milano assume un significato simbolico molto forte in quanto porta la sua sfida nel luogo emblematico del modello sociale, economico e culturale che abbiamo sin qui descritto.
Milano campo di battaglia con respiro europeo
Milano diventa un campo di battaglia che ha un respiro europeo. Vannacci non sta semplicemente andando contro la sinistra milanese; sta mettendo in discussione il paradigma della Milano contemporanea.
La sfida, quindi, potrebbe essere letta come una contesa fra due idee di città: Milano come piattaforma internazionale del capitale e della transizione verde contro Milano come capitale produttiva italiana, fondata su sicurezza, lavoro, impresa e identità nazionale.
Qui si colloca la scelta del generale Carmelo Burgio, classe 1957, la cui carriera inizia nel 1º Reggimento carabinieri paracadutisti “Tuscania” a Livorno. Nel 1982 ha partecipato alla missione LIBANO2 a Beirut.
È poi Comandante di Sezione del Gis e, quindi, Vicecomandante del Gruppo di Intervento Speciale. Ha prestato servizio dal 1985 al 1987 presso il Nucleo Carabinieri Presidenziale, impiegato nei servizi di scorta al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
A fine 2003 è stato Comandante del Reggimento Multinational Specialized Unit in Iraq, subito dopo l’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003.
Carmelo Burgio, accolto l’invito a candidarsi, subito afferma: “Non sono fascista. Né mi batterei mai perché tornasse al potere chi distrugge le libertà del cittadino, e anche le mie”.
L’ex generale dei carabinieri ed ex paracadutista non teme i giudizi. E aggiunge: “Mi si etichetti pure come si vuole”, forte della consapevolezza di “non essere mai stato indagato o archiviato, o aver patteggiato”.
Nel frattempo ieri è nato il comitato elettorale per Carmelo Burgio, “indipendente e apartitico”. A promuoverlo, si legge in una nota, un “gruppo di imprenditori, professionisti e rappresentanti di famiglie storiche, presieduto dal conte paracadutista Alessandro Romei Longhena (nipote di Papa Paolo VI, già sindaco Dc del comune di Noviglio, militante della destra cattolica)”.
“Il nostro obbiettivo – spiega Romei Longhena – è riportare ordine e buon governo a Milano, costruendo, intorno al generale Burgio, un consenso ancora più ampio di quello di Futuro Nazionale. Invitiamo tutto il centrodestra a sostenere la sua candidatura”.
La prima riunione si è tenuta nella mattina di ieri, alla presenza di “diverse personalità del mondo culturale, delle attività produttive, del volontariato sociale e dei comitati di quartiere che, da anni, si battono contro il degrado” mobilitati nelle ultime ore “e rientrati appositamente in città”.
“Ho scelto questa vita, e ho indossato per quasi cinquant’anni un’uniforme – ha scritto di suo pugno Burgio in un articolo pubblicato sul sito “In Lucca Veritas” – credendo nella giustizia. Ho pure pagato per difendere cause apparentemente perse o sgradite, ma l’ho fatto se mi sembrava giusto farlo. E non potevo perdere la faccia col personale che m’era stato affidato per paura di un superiore con il quale non ero in sintonia. Ho affrontato dissenso e persino etichette di «fascista». Io che – da amante della storia – ho sempre dato un mio taglio tecnico a certe narrazioni. E spiegato perché ritenessi Mussolini uno sprovveduto in materia di strategia globale. Capace di far costruire opere pubbliche e far arrivare i treni in orario, ma poi, con alleanze improvvide, farsi distruggere tutto. Per questo, quindi, non sono fascista. Né mi batterei mai perché tornasse al potere chi distrugge le libertà del cittadino, e anche le mie”.
Una conferenza stampa Carmelo Burgio si terrà il 18 agosto alle 17 in Galleria San Babila.
Tolto di mezzo l’elemento polemico sul “generale fascista”, rimane quello del “tintinnio di spade”.
Ma anche qui la sinistra deve stare zitta. Se prendiamo come perimetro gli ultimi 20-25 anni e intendiamo per «sinistra» soprattutto PD, Ulivo, DS, Margherita, centrosinistra e, più a sinistra, SEL/LeU, emergono alcuni casi molto significativi di appartenenti alle Forze dell’Ordine eletti nelle sue liste.
Achille Serra, questore di Milano, prefetto, vice capo vicario della Polizia di Stato, eletto al Senato nel 2008 nelle liste Pd.
Luigi De Sena, prefetto, questore, vice capo della Polizia, eletto senatore Pd 2008-2013. Sergio Costa, Generale dei Carabinieri Forestali, comandante regionale, M5S, ministro dell’Ambiente, deputato dal 2022.
Infine. Uno degli aspetti interessanti della sfida di Vannacci a Milano è che secondo lui una parte del centrodestra moderato, rappresentata anche da Forza Italia e dall’area mediatica berlusconiana, sarebbe ormai interna al blocco liberal-progressista.
La sfida ai berluscones
l berlusconismo aveva costruito una parte fondamentale della propria egemonia attraverso la televisione commerciale. Quindi la sfida a Forza Italia – Mediaset può essere letta come una sfida alla vecchia egemonia culturale del centrodestra italiano e Burgio è perfetto per questa operazione
Burgio non è un uomo della televisione, della finanza o della politica professionale. La sua biografia è quella dell’apparato dello Stato e della sicurezza nazionale: ha comandato reparti territoriali e paracadutisti dei Carabinieri e ha avuto incarichi nella lotta alla criminalità organizzata.
Vannacci lo presenta, quindi, a Milano come una figura che può incarnare un’autorità alternativa a quella delle élite politiche, economiche e mediatiche della città.
Se Burgio riuscisse a conquistare una parte dell’elettorato tradizionalmente vicino a Forza Italia, FDI e Lega, la sua operazione avrebbe un effetto dirompente sul centrodestra milanese.
Non sarebbe più soltanto una candidatura contro la sinistra: sarebbe il tentativo di rifondare a destra il rapporto tra Stato, impresa, sicurezza, città e identità nazionale.
La verifica decisiva sarà vedere chi, oltre alla rete già emersa attorno al Comitato 421, si schiererà concretamente con Burgio: lì potremo capire se la sfida a Forza Italia/Mediaset rimane una dichiarazione ideologica oppure diventa una vera operazione di ricomposizione del potere milanese.





