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USA, CINA, ED EUROPA: ECONOMIE A CONFRONTO – LE RAGIONI DEL DECLINO EUROPEO

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Nulla rappresenta il declino europeo più del confronto con gli USA sulla base dei numeri delle rispettive economie.
Oggi (in realtà i dati sono del 2023) il Pil americano è il 65% maggiore di quello europeo: 28mila miliardi di dollari contro 17mila.
Certo, il dato europeo è penalizzato dalla Brexit, ma anche volessimo includere l”economia del Regno Unito, la differenza sarebbe pur sempre del 40%.
Il punto è che c’è stato un tempo non molto lontano, nel 2008, gli anni della crisi Lehmann Brothers, in cui il Pil delle economie, americana ed europea (Inghilterra inclusa), era praticamente uguale.

Per capire meglio il disastro di questi ultimi 15 anni basti pensare che oggi il Pil procapite Americano è 85.000 dollari contro i 40.000 dell’Europa, il che vuol dire che un cittadino medio americano genera oltre il doppio del valore aggiunto di un europeo.
Ma come si è arrivati a questo punto in soli 3 lustri?
Le ragioni sono diverse.
Innanzitutto l’euro in questo lasso di tempo si è deprezzato del 20% rispetto al dollaro e questo fattore ha contribuito a spostare gli investimenti negli Stati Uniti.
È vero che con l’avvento di Trump il rapporto si è invertito e il dollaro ha subito una temporanea svalutazione, ma a frenare un nuovo spostamento degli investimenti verso la UE c’è la politica dei dazi della nuova amministrazione che mira a riportare le manifatture sul territorio americano.
La principale ragione della differenza di crescita economica tra le due sponde dell’Atlantico però è da ricercarsi nella produttività del lavoro, che dal 2008 ad oggi in America è cresciuta del 30% mentre in Europa solo del 10 (dell’Italia è meglio non parlare).
Merito delle iniezioni di valuta della Fed ma soprattutto della flessibilità del lavoro (negli Stati Uniti le aziende possono operare, assumere, o licenziare, senza problemi economici e burocratici), e per di più con una economia americana da sempre concentrata sui settori ad alto valore aggiunto e sulla tecnologia, mentre in Europa siamo ingessati sui dinosauri imprenditoriali strangolati dalla burocrazia.
Il risultato è stato un incredibile divario di competitività tra le imprese hi-tech europee e quelle americane, con queste ultime sostenute da massicci investimenti che hanno accresciuto lo sviluppo e dilatato le differenze col dinosauro europeo.
Tutto questo trova chiaro riscontro nei numeri.
Gli Stati Uniti investono il 3,5% del pil in ricerca e sviluppo, mentre la UE solo il 2,2; e attraggono più denaro dagli investitori rispetto alla UE (nel 2023 il valore medio giornaliero scambiato sui mercati negli Stati Uniti è stato di 288 miliardi di dollari, mentre nella UE solo 65).
Sul fronte degli scambi commerciali UE e Stati Uniti sono più o meno pari a 5000 miliardi, ma nella UE l’export è il 15% del Pil e il saldo commerciale è attivo per 12 miliardi, mentre negli USA è il 10% del Pil con un saldo commerciale negativo per ben 78 miliardi.
Il tessuto economico USA si basa sui servizi mentre quello UE è a connotazione industriale e richiede investimenti strutturali maggiori.
Gli Stati Uniti poi hanno un mercato interno più forte, il più forte del mondo, al punto da rappresentare una componente fondamentale per il bilancio di qualsiasi azienda mondiale di medie dimensioni.
Il ruolo di riserva mondiale del dollaro (oggi peraltro sotto attacco) permette agli Stati Uniti di finanziare deficit enormi mentre la UE è obbligata a politiche di austerity per contenere l’espansione del debito, e questa forse è la differenza più significativa.
Dulcis in fundo, la UE ha un cronico problema demografico e la sua popolazione sta drasticamente calando, mentre negli Stati Uniti con un tasso di fertilità di 1,7 figli per donna (e un milioni di immigrati regolari ogni anno) la popolazione continua a crescere.
Perfino sul fronte dell’invecchiamento della popolazione l’Europa risulta perdente, infatti l’età media europea è 44 anni contro i 38 di quella americana che è quindi, più giovane, dinamica, e produttiva.
Ora, dal 2008 ad oggi non si può certo dire che i due paesi siano stati guidati da illuminati statisti, e si può anche affermare che il declino della leadership politica sia stato analogo su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Certo, un ruolo determinante lo ha giocato la forza militare degli Stati Uniti, ma io penso che il divario della crescita economica registrato negli ultimi 15 anni si spieghi con la differenza dei modelli politici: uno, quello federale americano imperniato sulla competizione interna, sull’iniziativa imprenditoriale individuale, sul liberismo (almeno fino all’avvento di Trump), e sulla valorizzazione delle idee; l’altro, quello centralista europeo, che ha visto in questo stesso lasso di tempo una incredibile deriva statalista e dirigista, completamente avulsa dalla realtà, e priva di qualsiasi visione prospettica.
Si dirà che legare il sistema politico all’andamento economico è azzardato.
La Cina d’altra parte nello stesso periodo è cresciuta tantissimo, e non è certo un sistema liberale, anzi, è una feroce dittatura comunista.
E allora proviamo ad analizzare anche la Cina e vediamo se può essere davvero un modello.
Innanzitutto esistono tre Cine, profondamente diverse tra loro.
Quella prima del del 2013 era una Cina animata da forti pulsioni liberiste, con aziende che nascevano come i funghi anche solo sulla base di semplici idee, sul modello americano, e diventavano dei colossi grazie al supporto del sistema bancario.
In quel periodo il numero dei miliardari cinesi superò quello di tutto il resto del mondo.
La seconda Cina, dal 2014 al 2021, ha visto il governo stringere le maglie dei moti libertari, prendere il controllo diretto delle maggiori imprese, e implementare un sistema capillare di controllo sociale.
In questo periodo Xi si è fatto nominare leader a vita, e misteriosanente, tutti i plurimiliardari che in qualche modo gli facevano ombra, o rappresentavano un pericolo, sono scomparsi.
Dopo il 2021 ecco la terza Cina, complice il Covid ma soprattutto il fallimento Evergrande che ha portato al dissesto tanti colossi cinesi e milioni di piccoli risparmiatori.
Xi ha stretto ulteriormente le corde del suo potere perché lo Stato potesse intervenire direttamente nella gestione della crisi diluendola in un tempo sufficientemente lungo da renderla assorbibile senza contraccolpi devastanti, e bisogna dire che lo ha fatto con un certo successo.
Oggi la Cina è quindi indiscutibilmente un prototipo della più feroce dittatura tecnologica, ma è anche diretta dal suo governo in modo unito e compatto, in ogni sua componente.
Per capirne gli obiettivi bisogna entrare nel profondo della sua economia.
Nel 2008 il Pil cinese era il 32% di quello americano (e di quello europeo).
Nel 2023 questa forbice (al contrario di quella europea), si è più che dimezzata arrivando al 65% e soprattutto superando il Pil europeo.
Ancora più marcata è stata la crescita del Pil procapite che in 15 anni, da 3500 dollari è salito a 13.500, un balzo davvero impressionante.
Quindi il comunismo cinese funziona più del liberismo americano?
Non proprio, perché dovete sapere che un gran numero di aziende cinesi opera in perdita.
In Cina una azienda su tre non genera profitti, e non sono aziende piccole, ma industrie che danno lavoro a decine di migliaia di persone.
Lo stato non le fa fallire, e anzi le sovvenziona per ragioni di mantenimento occupazionale, ma soprattutto per alimentare le esportazioni.
Tali sussidi ammontano a miliardi di dollari e oggi si stima che circa il 15% del pil cinese sia rappresentato da prestiti non esigibili elargiti alle imprese.
Tuttavia questo dato va confrontato con le riserve valutarie cinesi che nel 2025 hanno raggiunto il record di 3300 miliardi di dollari.
Tutto questo si traduce in una forte sovra produzione che se da un lato porta ad una maggiore competitività sui mercati esteri, dall’altro fa crollare i prezzi sul mercato interno, ampliandolo malgrado la crescita esponenziale dei redditi pro capite.
Per capirlo meglio basta l’esempio dell’automotive.
In Cina attualmente nei registri delle imprese ci sono qualcosa come 140 produttori grandi e piccoli di automobili elettriche, quando probabilmente ne basterebbero 10, e questo chiarisce benissimo le dimensioni della sovraindustrialuzzazione a cui alludevo poc’anzi.
L’obiettivo quindi è duplice: dominare i mercati occidentali con la competitività artificiale mettendo in crisi le storiche manifatture autoctone, e soppiantandole creando un rapporto di dipendenza organica dalle produzioni cinesi; e incrementare il mercato interno in modo da avere un solido cuscinetto contro le tensioni geopolitiche internazionali.
Non a caso Xi ha reagito ai dazi di Trump (che comunque certamente si risolveranno con un accordo) pianificando una forte espansione del mercato interno, che presenta ancora enormi margini di sviluppo, proprio per mettere al sicuro l’apparato produttivo cinese.
Insomma, Xi paga la stabilità sociale e la crescita interna con l’indebitamento.
Poco male direte voi, in fondo lo facciamo da anni anche noi.
In Cina però non è così semplice.
In un paese con 2 miliardi di abitanti in piena corsa alla modernizzazione, il grosso problema per un regime è dare un lavoro e un reddito a tutti, anche a costo di sacrificare la stabilità economica del paese.
La forza lavoro però, dopo aver raggiunto il picco nel 2015 ha iniziato a contrarsi.
I numeri ci dicono che, nonostante la forza lavoro sia in calo, il valore prodotto da ciascun lavoratore è comunque aumentato, e di molto.
C’è quindi una maggiore produttività del lavoro, ma un numero minore di lavoratori, basti pensare che nel 2015 i lavoratori cinesi erano 800 milioni, mentre nel 2021 erano scesi a 780 milioni, e nel 2025 sono 735 milioni.
Un trend preoccupante e a ben vedere questo è il vero tallone di Achille del gigante cinese.
Mentre in USA, una società impostata sui servizi trasforma la rincorsa all’hi-teck in opportunità di crescita occupazionale, in Cina, dove l’economia è composta totalmente o quasi da industria e manifattura, l’evoluzione sfrenata dell’automazione crea disoccupazione e questo è un problema che si aggraverà sempre più, al punto che presto le sovvenzioni del governo potrebbero trasformarsi in un boomerang.
Xi lo sa bene ed è per questo che sta cercando di controllare il mercato delle materie prime necessarie alle nuove tecnologie, una carta determinante da giocare per i futuri equilibri mondiali.
In sintesi, lo sviluppo americano si basa sul concetto di realizzare i sogni e le idee, è alla portata di ogni singolo cittadino, e si avvantaggia della competizione tra gli stati federali che ne stimola il progresso; lo sviluppo cinese non è lasciato all’estro individuale, ma è rigido, programmato, funzionale ad un preciso obiettivo stabilito dallo Stato, e tutte le risorse umane del paese sono concentrate al raggiungimento di quell’obiettivo.
Lo sviluppo europeo semplicemente non esiste e anzi, oggi è regresso.
Quale dei tre modelli è migliore?
Io sono liberale e federalista, per cui per me è facile rispondere, ma sono anche evidentemente di parte per cui lo lascio decidere a voi.
Quello europeo è sicuramente da escludere. Degli altri due, entrambi comunque di stampi imperialistici, quello cinese a mio avviso ha le maggiori criticità, è più esposto alle turbolenze sui mercati e soprattutto al pericolo di rivolte sociali che lo farebbero implodere.
Sicuramente il più equilibrato è quello americano, pur con tutti i suoi difetti, ma il sistema perfetto non esiste.
Certo noi europei dovremmo iniziare a darci una mossa, ma sperare che la soluzione arrivi dalla stessa leadership che ci portato al disastro è davvero una follia.

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  • Redazione

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