Home Opinioni UNIVERITA’ DI BOLOGNA, LA DOTTA O LA RIDOTTA …MALE

UNIVERITA’ DI BOLOGNA, LA DOTTA O LA RIDOTTA …MALE

0

Nel 1888 gli studi di una commissione presieduta da Giosuè Carducci portarono a concludere che l’Università di Bologna fu fondata nel 1088, fregiandosi così del titolo di ateneo più antico del mondo, anche se alcuni storici woke hanno tentato di attribuirlo all’Università di Fès, nata in Marocco nell’859 d.C. quale istituzione religiosa, ma diventata Università soltanto nel 1963. Un errore di circa 1200 anni, che ci può stare per uno storico intossicato dall’ideologia woke.

Un ateneo che nei secoli ha sfornato illustri personaggi come Francesco Petrarca, Niccolò Copernico, Torquato Tasso, Laura Bassi, lo stesso Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli; e in tempi più recenti, Pier Paolo Pasolini, Umberto Eco, Giorgio Armani. Volendo essere obiettivi, dobbiamo metterci anche Gianluca Vacchi. E, molto orgogliosamente, anche il sottoscritto, pur se a un paio di migliaia di gradini al di sotto dei succitati grandi. Ma arriviamo al dunque.
Il generale Carmine Masiello, capo di stato maggiore dell’esercito, consapevole che gli uomini di maggior spessore intellettuale approfondiscono materie come storia e filosofia, decide di formare una decina di allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena proprio all’Alma Mater, facendoli iscrivere al corso di laurea in Filosofia.
Il generale contatta il rettore Giovanni Molari, che mostra soddisfazione. Ma dopo un paio di settimane, la doccia fredda. Molari cita un generico e spettacolare «timore di militarizzare l’Università» (con dieci militari iscritti), scaricando la responsabilità della decisione su alcuni capi dipartimento, che avrebbero preferito «soprassedere e astenersi dal deliberare sul tema». Contattati dalla stampa, questi soggetti si rifiuteranno di commentare.
Il generale Masiello è sconcertato. Non riesce a capire. Ma gratta gratta, impara che nel frattempo c’è stato un comunicato del CUA, acronimo di Collettivo Universitario Autonomo, che recita: «È l’ennesima riprova del fatto che i nostri atenei si stanno piegando sempre più alle logiche della guerra e del riarmo. Con un genocidio ancora in corso, non ci è possibile ignorare il fatto che le retoriche belliciste e gli accordi per la produzione di armi si sviluppano anche all’interno delle nostre università».
Il generale Masiello pensa subito a uno scherzo. Invece, è l’amara realtà. Laconico il suo commento: «E’ sintomatico dei tempi in cui viviamo».
Ora, lasciamo stare il tenore del comunicato del CUA (ribattezzato come sembra da alcuni buontemponi Ciucciarelli Universitari Acefali) che raggiunge livelli di insipienza, analfabetismo e involontaria comicità mai conosciuti nella storia delle contestazioni studentesche. Ma veniamo al punto.
L’art. 34 della Costituzione sancisce il diritto allo studio. Significa che a nessuno può essere vietata l’iscrizione ad una Università (come alle scuole di ogni ordine e grado), tranne nell’ovvio caso in cui l’aspirante non ne abbia i requisiti. E che qualcuno venga escluso solo perché i vertici di una Università sono così pavidi da temere la reazione di un gruppo di sgangherati e disadattati come quelli del CUA, grida vendetta.
Quei pavidi docenti, accettando l’imposizione di questi novelli Petrarca, hanno dato vita alla più classica delle discriminazioni.
La discriminazione consiste nel porre un gruppo di individui, che presentino caratteristiche comuni, su un piano di inferiorità rispetto alla generalità dei consociati. Discriminato è chi non può godere dei diritti garantiti agli altri. Qui abbiamo un gruppo di persone alle quali viene negato il diritto allo studio perché appartenenti alla categoria dei militari. Un qualcosa di aberrante, che non è mai accaduto nella storia della Repubblica.
Cosa dovrebbe fare il generale Masiello? Semplice. Far presentare ai propri cadetti la domanda di iscrizione, attendere il rifiuto e impugnare il provvedimento dinanzi al TAR Emilia Romagna.
Certo, il giudice estensore faticherà a scrivere la sentenza, per le risate che lo tormenteranno durante la sua stesura. Per questo ci metterà più tempo del solito per essere pubblicata. Ma una decisione del genere non può passare. Un simile connubio tra pavidità e ignoranza non deve macchiare la gloriosa storia dell’Alma Mater.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui