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IL NATALE NON SI TOCCA

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Durante la visita alla Moschea Sultan Ahmed a Istambul, l’antica Costantinopoli, Papa Leone XIV, non ha pregato. Parlando ai giornalisti, il muezzin della Moschea, Asgin Tunca, ha spiegato che Leone XIV ha visitato la Moschea, ma non ha pregato. «Ho detto a lui che questa era la casa di Allah, che se voleva poteva pregare, e lui ha detto “no, osserverò in giro” e ha continuato la visita».

Il Vaticano ha fatto sapere che «il Papa ha vissuto la visita alla Moschea in silenzio, in spirito di raccoglimento e in ascolto, con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti si raccolgono lì in preghiera».

Quello di Papa Leone XIV si chiama rispetto. Lo stesso rispetto che si deve, da parte di chi è stato accolto in Italia, alle tradizioni degli italiani.

Se gli immigrati sono disturbati dai presepi, dagli alberi di Natale, da Babbo Natale, dai Re Magi e via discorrendo, hanno una soluzione semplice da adottare, tornarsene ai loro Paesi.

Questo vale per chiunque e tanto più per chi è in Italia da clandestino, il cui destino deve essere quello dell’espulsione.

Ormai gli episodi di vandalismo nei confronti dei simboli natalizi e cristiani più in generale non si contano più.  

Il 23 novembre a Dormunt in Germania migliaia di manifestanti islamici pro-Pal hanno protestato contro luci e gli addobbi natalizi, sventolando bandiere e intonando slogan.

In Italia la violenza contro gli addobbi natalizi sta emergendo con preoccupazione nelle ultime settimane, specialmente in contesti urbani come Milano. Non si tratta di fenomeni isolati, ma di una serie di incidenti che coinvolgono spesso gruppi organizzati o individui con motivazioni ideologiche o culturali, come proteste anti-cristiane o atti di disturbo legati a tensioni migratorie.

Tra il 27 e il 29 novembre a Milano gruppi di manifestanti (descritti come “islamisti” in post virali) hanno scalato statue, sventolato bandiere siriane/palestinesi, sparato musica ad alto volume e disturbato mercatini di Natale per famiglie. Obiettivo: interrompere le decorazioni e le attività festive. Sono stati lanciati slogan anti occidentali.

Il 27 novembre a Parabiago un 55enne marocchino ha distrutto statue sacre in una chiesa. Gli inquirenti lo hanno definito squilibrato. Evidentemente equilibrato non era o aveva in mente un altro equilibrio.

Molti episodi sono legati a proteste pro-Palestina o anti-occidentali, che sfruttano il periodo natalizio per contestare simboli cristiani (luci, presepi, alberi).

Questi fenomeni sono collegati ad una progressiva copertura che deriva dall’alleanza tra i maranza, i centri sociali e certe logiche progressiste, simili a quelle degli anni Settanta del tipo: compagni che sbagliano.

La “maranza” è un termine gergale emerso nelle periferie urbane italiane (soprattutto a Milano, Torino e Roma) negli ultimi anni, e indica gruppi di giovani, prevalentemente maschi di origine maghrebina (marocchini, egiziani) o di seconda/terza generazione immigrata, tra i 14 e i 25 anni, che operano in bande informali note come “baby gang”. Sono associati a microcriminalità come rapine, spaccio di droga, risse e atti vandalici, spesso con un’estetica ispirata alla trap e alla drill music (tute Adidas, scarpe Nike TN, catene d’oro contraffatte).

Secondo osservatori rappresentano una “rivolta periferica” contro lo Stato, la polizia e la società “bianca” borghese, amplificata dalla musica rap di artisti come Baby Gang o Rondodasosa.

I centri sociali sono spazi occupati o autogestiti da collettivi di sinistra radicale, anarchici o autonomi, nati negli anni ’70-’80 come risposta al sistema capitalista. In Italia, ne esistono decine (es. Leoncavallo a Milano, Askatasuna a Torino, Forte Prenestino a Roma), frequentati da attivisti, studenti e precari. Promuovono temi progressisti come antifascismo, diritti LGBTQ+, ecologismo, antirazzismo e solidarietà con i migranti.

Negli ultimi anni, si sono concentrati su cause globali come il Black Lives Matter o la Palestina, organizzando cortei e occupazioni.

Il “legame” tra maranza e centri sociali è un fenomeno recente (dal 2023-2024), emerso in contesti di protesta e descritto come un’alleanza tattica contro lo Stato, ma con motivazioni asimmetriche. Non è un patto organico: i centri sociali vedono i maranza come alleati “proletari razzializzati” contro il razzismo istituzionale e il capitalismo; i maranza, invece, partecipano per sfogare rabbia generica, senza ideologia strutturata, spesso per “fare casino” o rivalsa sociale.

Questo sodalizio è stato amplificato dalle proteste pro-Palestina (post-7 ottobre 2023), dove i maranza si sono uniti a cortei organizzati da collettivi, portando a scontri violenti.

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  • Redazione

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