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UN’IPOTESI: DUTROUX E IL RING DEI PEDOFILI

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Shabbat Menkaura

Premetto che non amo particolarmente il Belgio o i Belgi.

Ci sono, ovviamente, ampie eccezioni a questo mio sentimento.

Mi piace moltissimo, ad esempio, il bravissimo Stromae artista non proprio gradito all’establishment, ma dotato di una tale forza nei suoi testi da non poter essere ignorato.

Fra i tanti Belgi che amo e che ho amato vorrei citare Hergé il fumettista padre di Tintin.

E proprio da una delle Aventures de Tintin e precisamente da quella intitolata Tintin in Congo che nacque sin da bimbo la mia fascinazione per le società Anyoto o Aniota, dette anche degli Uomini Leopardo.

Poi quei “delinquenti” dei miei genitori pensarono bene di rovinarmi la vita regalandomi l’intera collana dei libri editi da “Il Saggiatore” quando ero ancora alle elementari, impedendomi così di poter intrattenere una conversazione normale con i miei compagnucci e, sin dalle medie, anche con la stragrande maggioranza degli adulti.

Non fu il solo attentato alla mia infanzia.

Poiché già me la cavavo in inglese, mio padre pensò bene di assecondare la mia passione per la musica classica regalandomi una vera rarità e cioè l’edizione della tetralogia di Wagner diretta da Sir Georg Solti, corredata da tre dischi sui quali era incisa la famosa “Introduction To Der Ring Des Nibelungen” opera del grande musicologo inglese Derycke Cooke.

Sto delirando, lo so, ma volevo solo sfogarmi raccontando alcune delle tristi vicissitudini che mi hanno sin da bimbo trasformato in un avanzo della società e soprattutto, peccato imperdonabile in Italia, in un delinquente che culturalmente è capace di distinguere la merda dalla cioccolata.

E non importa se la cacca sia confezionata in sfavillante carta accademica, istituzionale, professionale o imprenditoriale, sempre merda rimane e il bravo consumatore del prodotto mediatico si ritrova cattocomunista, come cantava Gaber, o coprofago secondo l’ipotesi de qua.

Sì, perché il nostro sfortunato paese, che tanto vanta le sue origini storiche, culturalmente era già irrilevante al tempo delle visite di Marie-Henri Beyle in arte Stendhal e l’Italiuccia che sorse proprio poco dopo la morte dello scrittore francese, al di là della retorica di alcuni poveretti che, contro ogni cognizione contraria, ancora cantano le bellezze del Risorgimento e dei Savoia, altro non era che una pallidissima imago, un’ombra di quella terra che aveva stupito il mondo.

Ergo, l’essere in grado di evitare la coprofagia culturale e magari avere l’ardire di denunziarla, sono entrambi peccati capitali per cui l’italiano ti vedrebbe volentieri penzolare da una forca, in quanto secondo la sua visione il tuo studiare matto e disperatissimo costituirebbe un ben noto attentato all’ordine sociale, un latinorum per tenere soggiogate le unwashed masses cioè la gente che puzza, anche se il fetore di cui si discute risulta metafisico e questo ultimo termine non va inteso in senso hegeliano.

Dopo questa lunga e sofferta Chang-Fu (autocritica) come si faceva ai bei tempi della Rivoluzione Culturale, torniamo metaforicamente a bomba.

Tra i testi di quella collana figurava anche un libro intitolato Gli Uomini Leopardo ad opera di Paul-Ernest Joset, su cui mi buttai avidamente quale degna continuazione scientifica del fascicoletto a fumetti.

Come recita il sito della Libreria Editrice Ossidiane, “Paul-Ernest Joset, nato ad Arlon nel 1909, appena laureatosi in scienze politiche all’Università Coloniale di Anversa (1932), fu nominato amministratore territoriale nel Congo Belga. L’entrata in carriera non lo allontanò dagli studi: egli prese ancora altre lauree, tra cui quella in lettere a Parigi.

Paul Ernest Joset2

Frattanto, in Africa, era diventato capo-servizio della colonizzazione presso il governo di Léopoldville, poi amministratore capo del territorio del Ruanda-Urundi. Tra esperienze anche di lotta ebbe la possibilità di iniziare un’inchiesta sulle bande “terroristiche” degli Uomini Leopardo; per dargli modo di portarla a compimento il Ministero delle Colonie lo incaricò di una missione in Africa Centrale.”

Un pezzo grosso, insomma, uno strano uomo che da intellettuale accademico ricoprì anche funzioni di amministratore della travagliatissima colonia, già personale della corona belga, successivamente divenuta colonia dello stato belga proprio per l’oltraggio internazionale suscitato dai massacri. occupandosi specificamente della questione delle società degli Uomini Leopardo, nelle quali si mescolavano elementi iniziatici, politici e criminali in un contesto di assoluta tragedia.

Non credo che il libro sia stato ristampato né ritengo che lo sarà in futuro se non per bruciarlo in piazza.

L’ottica è sicuramente razzista secondo i parametri attuali e certamente sottesa a minimizzare le colpe degli occupanti belgi; inoltre visto che con la fine dell’occupazione coloniale il fenomeno delle sette Aniota scomparve quasi del tutto e malgrado le atrocità suppostamente commesse da tali società iniziatiche, la definizione di “terrorismo” utilizzata dall’autore andrebbe discussa nei dettagli, in quanto si dovrebbe discernere effettivamente i crimini di carattere propriamente “politico”, da quelli intrinsecamente legati all’aspetto iniziatico/magico che poco avevano a che fare con la presenza degli sfruttatori.

Tanto per dare un’idea uno dei temi centrali di questa complessa vicenda è quello dell’antropofagia, rituale e no, che spesso è stata connessa alle vicende iniziatiche degli Aniota.

Comunque sia l’argomento mi interessò a tal punto da effettuare altri approfondimenti che si rivelarono utili per l’analisi di alcuni eventi straordinari avvenuti proprio nel regno belga.

Mi riferisco allo scandalo creatosi attorno alle vicende di Marc Dutroux, detto il Mostro di Marcinelle.

Le porcherie e coperture da parte degli apparati statali belgi furono tali da portare alla famosa Marcia Bianca, una manifestazione svoltasi a Bruxelles il 20 ottobre 1996 per domandare di indagare in modo indipendente sul caso Dutroux oggetto di “errori” ed “omissioni” incredibili non solo da parte del sistema giudiziario, ma anche di quello parlamentare.

Durante la marcia, i vigili del fuoco che la accompagnavano rivolsero le loro manichette sull’edificio del Parlamento per ripulirlo simbolicamente.

Nella copertura mediatica dell’epoca si parlò apertamente di potentissimi rings di pedofili che in tutto il mondo ed in particolare in Belgio avrebbero agito per coprire il Mostro di Marcinelle, forse per paura di essere esposti quali complici per aver ricevuto in modo comprovabile (e non cancellabile) materiale pedo-pornografico estremo da parte di Dutroux.

 

In altre parole, la paura che il Mostro si fosse tutelato mediante il possibile invio di prove alla stampa, magari attraverso terze parti, avrebbe spinto il suo circolo a richiedere ed ottenere protezione ai massimi livelli.                                                                                                                          

La domanda che mi posi allora scaturiva dall’incredulità che un gruppo di pochi individui potesse radicarsi così profondamente nelle istituzioni di quel paese senza che nessuno lo sospettasse minimamente.

Conosco abbastanza bene la situazione messicana, per fare un esempio, ma un ring di pedofili non ha nulla a che vedere con un Cartel della droga. Eppure, entrambi apparentemente sono in grado di esercitare un grande potere sulla società.

Poi la domanda divenne più specifica e precisamente se esistesse una connessione tra il comportamento sessuale degli europei, anche di altissimo livello sociale, all’epoca delle colonie e la formazione di tali circoli pedofili?

Mi spiego ancora meglio. Esistono e sono esistite istanze (clubs esclusivi, associazioni varie, circoli amicali) ove con nostalgia si rammentavano i bei tempi quando in colonia ci si accoppiava con ragazzini/ragazzine appena puberi/e o, magari anche più giovani?

Vorrei qui rammentare, per rafforzare la mia idea, l’esperienza italiana ed in particolare le polemiche che furono sollevate contro Indro Montanelli ed il suo comprovato rapporto con un’indigena giovanissima.

In fondo anche quella di Cio Cio San nella Madama Butterfly rappresenta una storia di madamato come quella tra il giornalista e la sua Destà, che i difensori di Montanelli situano nei 14 anni e i detrattori a 12.

Ma in colonia, italiana, francese o inglese che fosse, così avveniva per molti o quasi tutti in relazione a varie trasgressioni[1], in quanto pochissimi limiti erano imposti ai padroni bianchi e la povertà dei luoghi, anche nelle severe culture islamiche, portava all’invenzione di questi “matrimoni” ad hoc per salvare capra e cavoli e mascherare spesso delle vere e proprie compravendite di ragazzini.

Per essere onesti il madamato venne abolito dal fascismo nel 1937 in base al principio “Aut imperium aut voluptas”, cosa che portò all’immediato fiorire di bordelli in tutto il Corno d’Africa. Boh, a voi il giudizio su quale commercio di carne fosse migliore, perché io tanta differenza non ce la vedo.

Ma torniamo all’argomento principalmente.

Secondo l’ONU 4,8 milioni di persone vengano sfruttate sessualmente ogni anno. Si stima che circa il 21% del totale delle vittime dello sfruttamento sessuale a fini commerciali sia costituito da bambini e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti stima che oltre un milione di bambini siano vittime della tratta a scopo sessuale in tutto il mondo.

Numeri non confermabili? Certamente ma anche stati come la Thailandia, ove praticamente tutto è concesso a chi paga, da anni tentano di contenere questo fenomeno che, non a caso, vede nei primi posti dei sex offenders i cittadini appartenenti a molti stati europei ex coloniali, nonché a Cina e Giappone, due entità che, senza voler scendere nei particolari, hanno una storia che potrebbe giustificare il permanere di abitudini acquisite in tempi turbolenti e trasmesse attraverso relazioni sociali di alto livello.

Sto ovviamente parlando della componente culturale del fenomeno, non di quella psicologica o psichiatrica.

Ma è evidente da molti studi riguardanti l’epoca vittoriana ed il colonialismo inglese, che i fenomeni di “dissolutezza” addebitabili ai sudditi della grande imperatrice nelle terre conquistate fossero molto più comuni della quota usuale di popolazione che è affetta da tali disturbi e che il ritorno a casa fosse spesso problematico relativamente ad abitudini assunte nelle colonie.

In altre parole, la mia tesi è che fenomeni come quelli avvenuti nell’ État indépendant du Congo tra il 1885 e il 1908, ma in verità con strascichi anche nei decenni successivi sino alla formazione nel 1960 della Republic of the Congo (Léopoldville), possono aver contribuito alla formazione di veri e propri circoli di pedofili infiltrati nei gradi più alti della società belga e, se la mia ipotesi fosse accurata, anche in altre nazioni dal passato coloniale.

Leopoldo II

In via incidentale, solo nel 1966 Leopoldville, la città che onorava il nome dell’orco, ha cambiato nome in Kinshasa, la metropoli sul fiume Congo che dalla sua sponda guarda Brazzaville, l’altra capitale congolese fondata da Pietro Savorgnan di Brazzà, figlio del conte Ascanio, nobile friulano, e di Giacinta Simonetti dei marchesi di Gavignano, città della quale non si è ritenuto di dover cambiare il nome per la vergogna.[2]

Tiè, Italia 5 Belgio 0. Scusate lo sfogo, ma se avrete la pazienza di leggere la lunga nota a piè di pagina comprenderete la grandezza di questo “nobile” (in tutti i sensi) italiano che non si vendette per quattro soldi e che andrebbe degnamente ricordato anche dai media.

Tornando a noi, ovviamente una tale ipotesi dovrebbe essere verificata anche rispetto ad altre potenze coloniali e in relazione al contesto delle varie colonie.

I pregi di tale ricostruzione sarebbero vari.

In primo luogo, darebbero un fondamento storico al come e perché si sia potuti arrivare ad una situazione similare, in quanto le poche opere che hanno cercato di squarciare il velo sulla pedofilia con carattere associativo hanno spesso intravisto scenari di grande potere alle spalle di singoli individui, come dimostra il caso clamoroso di Marcinelle, ma non sono riuscite a formulare ipotesi credibili sulla possibile genesi di tali sette.

Secondo il mio modesto assunto, individui di alto rango, magari all’epoca molto giovani, che potrebbero aver condiviso certe esperienze in colonia senza trovarci nulla di sbagliato, visto il contesto di degrado sociale in cui i bianchi europei andavano a vivere in quei paesi, potrebbero al loro ritorno aver ricreato gruppi di gusti omogenei sottesi a soddisfare questi piaceri così facili in colonia e preclusi in patria.

In secondo luogo, verificando tale ipotesi si potrebbe incappare in nomi rilevanti che potenzialmente potrebbero portare ad altri nomi e così via, anche perché le coperture a Marc Dutroux sono state concesse da persone concrete non da fantasmi.

Con le risorse attuali connettere individui con passato coloniale a individui, clubs istituzioni etc. che possano aver avuto ruoli di copertura in gravi fatti di pedofilia non dovrebbe rappresentare un compito impossibile.

Ma ad essere sinceri i bravi Belgi non sono voluti andare avanti nell’ acclarare i fatti e tutti i tentativi di comprendere cosa fosse accaduto attorno al caso Dutroux sono stati spenti sul nascere.

Anche le scuse che nel 2020 che re Filippo inviò al presidente congolese Félix Tshisekedi, esprimendo “profondo rammarico” per gli “atti di violenza e crudeltà” commessi durante l’esistenza dell’État indépendant du Congo non facevano alcuna menzione di Leopoldo II.

No, i Belgi non mi stanno particolarmente simpatici …

 

[1] Si pensi al vizio dell’oppio.

[2] “Pietro Savorgnan di Brazzà è passato alla storia come un personaggio singolare dell’età coloniale. Già conosciuto per essere lontanissimo da Stanley e dagli altri esploratori bianchi dell’epoca per i suoi metodi non violenti e per la sua repulsione verso lo sfruttamento coloniale, divenne protagonista di un periodo difficile per l’imperialismo francese fno a rivelarsi personaggio scomodo per la politica coloniale del governo transalpino, che lo emarginò. Destituito improvvisamente da Governatore nel 1898, mentre si trovava su una nave diretto in Francia, si trasferì sdegnato ad Algeri, dove si sposò ed ebbe tre figli.

Uscì dal silenzio solo nel 1901 quando, dopo aver letto un libro encomiastico del governo sulla politica francese in Africa, tentò di pubblicare una contro-relazione e di denunciare gli errori e gli orrori del colonialismo europeo. Il suo dossier venne però insabbiato. Nel 1903 arrivarono in Francia numerosissime voci di abusi, stragi e orrori che fecero scalpore e conquistarono i titoli dei giornali. Il Governo si trovò in difficoltà e Parigi, per calmare l’opinione pubblica, decise di richiamare Pietro Savorgnan di Brazzà, per affidargli un’inchiesta sul campo. L’esploratore accettò l’incarico, anche se sapeva bene che Parigi e i funzionari coloniali in realtà remavano contro di lui.

Durante un ballo tribale organizzato in suo onore, uno stregone dei Tekè gli fece capire, a gesti, mentre danzava, che le prigioni teatro dell’abominio erano al nord. Savorgnan di Brazzà in pochi mesi realizzò una relazione scottante, nella quale denunciava in particolare il rapimento di ostaggi indigeni e la riduzione in schiavitù al fine di garantire la consegna di caucciù, terminata la quale s’imbarcò per la Francia.

Il celebre esploratore però non raggiunse Parigi: morì infatti a Dakar, a soli 53 anni, il 14 settembre 1905, durante il viaggio di ritorno, forse a causa di qualche malattia tropicale, o forse avvelenato. Alla morte il Governo proclamò di volerlo seppellire al Pantheon, ma la moglie rifiutò l’onore ipocrita e Brazzà venne sepolto ad Algeri. Sulla sua lapide venne scritto «La sua memoria è pura di sangue umano». Nel febbraio del 1906 l’Assemblea nazionale francese votò la soppressione della relazione di Brazzà.

Nella stessa città di Brazzaville gli furono dedicate l’università, la via principale e un liceo. Il 6 dicembre 2005 fu posata la prima pietra del mausoleo destinato a ospitare le sue spoglie nella capitale del Congo. Il 3 ottobre 2006 Francia e Congo hanno tributato un solenne omaggio all’esploratore, in una cerimonia a cui hanno partecipato re, tribù e capi di Stato, e durante la quale le spoglie di Pietro Savorgnan di Brazzà, traslate da Algeri, sono state deposte nel mausoleo di Brazzaville a lui dedicato. Il 6 ottobre 214 Corrado Pirzio Biroli, figlio di Detalmo Pirzio Biroli, discendente di Pietro Savorgnan di Brazzà, è stato ricevuto dal capo di Stato Denis Sassou Nguesso a Brazzaville per siglare il gemellaggio culturale con il Museo Storico Pietro di Brazzà Savorgnan, volto a tenere vivo lo scambio culturale tra Congo e Friuli. (da Wikipedia).

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