
di Carlo Di Stanislao
“Viviamo in una società competitiva che scatena rivalità senza esclusione di colpi. E il comportamento agg”ressivo come un modello per farsi largo nella vita.
Sergio Quinzio
“Viviamo in una società malata e parte della malattia consiste nell’inconsapevolezza di essere malati.
Jim Morrison
È desolante il ritratto che Marcello Veneziani con acuta chiarezza fa della nostra società, la prima che non ha saputo raccogliere il meglio del passato e non ha trasmesso nulla alle future generazioni. Una società egoista ed individualista che crede solo che occorre salvarsi da soli e a scapito degli altri.
Il libro, appena uscito per Marsiglio ha un titolo molto chiaro: Senza eredi: Ritratti di maestri veri, presunti e controversi in un’epoca che li cancella.
La nostra è la prima epoca senza eredi. Non riconosciamo eredità ricevute e non lasceremo eredità da trasmettere. Viviamo tra contemporanei senza antenati né posteri, uniti solo dal vago domicilio nella stessa epoca; non consorti, al più coinquilini occasionali. È l’epilogo coerente di una società senza padri divenuta società senza figli. E ciò vale a partire dagli autori e dalle loro opere.
Per reagire a questa amnesia, Marcello Veneziani ha composto una raccolta di settanta miniature di saggi, succinte biografie, profili non convenzionali, in vari casi sconvenienti. Da Pascal a Vico, da Leopardi a Manzoni, da Baudelaire a Proust e a Kafka, da Vattimo a Ratzinger, fino ai pensatori e agli scrittori più vicini a noi e viventi.
La vera sciagura del presente non è l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale ma la ritirata dell’Intelligenza Umana. Non resta che ribellarsi a questa china riscoprendo un diverso destino.
Versiamo nell’epoca dell’oblio della tradizione. “Osservando il panorama attuale”, dice Veneziani”, “è evidente che la cultura e la politica tendono a cancellare le proprie radici. La denatalità in Europa, un fenomeno sempre più preoccupante, è solo uno dei segnali di una società che sembra rinnegare i propri maestri e le proprie tradizioni”.
La velocità con cui viviamo gli eventi, inclusa la cultura, gioca un ruolo significativo in questo processo. Tuttavia, “non è solo la rapidità a essere in gioco”, sottolinea Veneziani: “è la convinzione che tutto si risolva nel presente, in cui il passato e il futuro perdono significato. La storia viene vista come un fardello e la tradizione come un ingombro”.
Dunque siamo una società senza eredi.
Cosa comporta una società priva di padri e figli? La risposta è inquietante: “una comunità smemorata e priva di aspettative, limitata a desideri individuali, tecnologici e consumistici”. In questo contesto, l’intelligenza artificiale viene vista come “l’erede universale del patrimonio del passato, un vasto magazzino di dati, ma non come una forma di cultura o memoria. Essa non possiede l’intelligenza critica necessaria per tramandare la storia”, fa notare Veneziani.
L’idea di un Umanesimo senza Uomo solleva interrogativi inquietanti. La sostituzione dell’essere umano, della natura, della storia e della cultura con un sapere puramente tecnico-economico “sembra rendere l’umano superfluo, spingendo verso un transumanesimo che minaccia di annullare la nostra identità”, dice Veneziani.
Come possiamo ribellarci a un destino segnato dal nichilismo? Veneziani risponde così: “La risposta risiede nella lettura, nel pensiero critico e nella consapevolezza delle nostre radici. È fondamentale paragonare il presente al passato e riconoscersi come eredi di una tradizione che non possiamo e non dobbiamo rinnegare.” Il libro si rivolge a coloro che ricordano e a quelli che hanno dimenticato, con “ l’intento di confortare i primi e risvegliare i secondi”.
Infine, l’autore esprime una valutazione critica nei confronti di figure come Elon Musk, visto come un “pensatore moderno” di una destra conservatrice.
Musk, secondo il filosofo, è “come un genio inquietante, capace sia di innovazioni positive che rischiose, specialmente in relazione alla mutazione antropologica”.
In buona sostanza la risorsa è capire che non possiamo eludere l’eredità dei pensatori del passato. Anche se criticamente rielaborata, essa rimane fondamentale. “Siamo nani sulle spalle di giganti, e non possiamo permetterci di scendere da quelle spalle senza perdere la nostra identità”.
La sfida che ci attende è quella “di riconnetterci con il nostro passato, di valorizzare le nostre eredità e di costruire un futuro che non dimentichi le lezioni apprese. Solo così – conclude Veneziani- potremo evitare di diventare una società senza tracce, destinata a perdersi nell’oblio”.
Inoltre senza eredi non è possibile un pensiero nuovo, rivolto al futuro e all’essenziale, in grado di superare la nostra società dell’oblio che tende a perdere il senso critico, la cultura e l’umanità.
Il tempo non è galantuomo ma smemorato: non renderà giustizia. Allora è necessario ribellarsi e riprendere i giganti della storia e della letteratura.
Occorre porsi una domanda cruciale. Perché non c’è più un pensiero nuovo? Perché non è pensabile, non è convertibile in pratica. Oggi il nuovo si addice ai modelli della tecnologia che seppelliscono i precedenti: nuovo può essere uno smartphone, un tablet, un’app, un video, uno spot. Ma un pensiero nuovo è inconcepibile. Ciò che è nuovo invecchia in fretta e cede il passo al più nuovo.
Una frase ci fa riflettere in modo particolare: “A un narratore chiediamo di portarci via di qui, di farci vedere un’altra vita, o comunque con altri occhi sotto altra luce. A un pensatore, invece, chiediamo di portarci nel cuore delle cose, di darci le chiavi per entrare nell’essenziale o per ricercarlo, tra libertà e destino.”
Cosa vuol dire oggi il pensiero se non comporta un’applicazione, ossia conseguenze pratiche nel condurre la propria vita? “Può esserci un’emozione, un evento un accesso, però cos’è il pensiero oggi, se non sterile, astratta, ineffabile, improduttiva concettualizzazione?.
Così diventa impossibile concepire il mondo, la vita, la morte e oltre. Non è un pregiudizio idealista, ma la nostra civiltà vive nel declino e nell’attesa della morte anziché della nascita, finché non riuscirà a pensare il nuovo. Il Nostro, inoltre, fa altre reali considerazioni in merito alla filosofia: “ Il pensiero è una nuova vista, mentre la filosofia sta scemando in una nuova cecità, sorretta dal bastone bianco dell’innovazione tecnologica e guidata dal cane-lupo del dispositivo elettronico.”
Purtroppo, oggi filosofo è diventato colui che dell’universalità ha fatto una specializzazione. Pensatore è colui che abbraccia con il pensiero la vita e tende all’assoluto, in una visione del mondo, non in un sistema. I pensatori rimangono per così dire a piede libero, solitudini astrali e viandanti del pensiero. A tal proposito l’autore conclude che “per capire la vita, il mondo e la condizione umana il pensatore intreccia saperi ed esperienze, non è irretito da un sistema e da un lessico, o ingessato in un corso d’insegnamento”.
Davanti al disordine universale e a una quantità di situazioni e problemi inediti, davanti a “un regime permanente di perturbazione delle nostre intelligenze”, nota Valéry, gli insegnamenti del passato sono più da temere che da meditare e le previsioni sono vane e sbagliate; bisogna invece saper leggere il presente per preparare, affrontare, resistere o utilizzare gli eventi, modificando in noi “ tutto il sistema delle attese”.





