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UNA CRISI VALORIALE E SOCIALE

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di Antonio Foccillo

Se analizziamo con attenzione l’attuale società in cui sono presenti tante  problematiche negative ci rendiamo conto di quale enorme crisi stiamo attraversando. Di fronte ai fatti che ogni giorno descrivono una modifica in peggio della situazione economica, valoriale e sociale nel nostro Paese non è più possibile pensare di stare in silenzio.

Bisogna, invece, con grande forza opporsi e ritornare a svolgere un ruolo propositivo e di partecipazione da parte di tutti, cittadini, rappresentanze politiche, economiche e sociali al fine di analizzare ed eliminare tutte le storture finora messe in atto in modo del tutto dissennato, che ha collocato in primo piano il consumismo e la finanza al posto della centralità dell’uomo e dei suoi diritti.

Il dogma che impera: è più importante apparire che essere. Pertanto valori alternativi alla solidarietà, alla coesione e al rispetto della persona si sono impadroniti del nostro vivere quotidiano, distruggendo tutto quello che si era costruito di positivo negli anni nel modello sociale.    

Ogni giorno si assiste a gravi forme di violenza, senza la giusta reazione per combattere questi fenomeni distorsivi del vivere civile. Violenza accentuata nei confronti delle donne, con strupi e uccisioni. Violenza da parte di piccole gang e da immigrati che non si sono per niente integrati. Violenza delle istituzioni, come si è fatto nel periodo della Pandemia, sia imponendo il vaccino e sia dividendo fra buoni e cattivi chi ha aderito e chi si è rifiutato. Inoltre, in quel periodo si sono limitate le libertà e la democrazia, stravolgendo la Costituzione. Violenza nei confronti dei lavoratori sia per licenziamenti, anche senza giusta causa e sia per nessuna risposta seria sulle morti suul lavoro.  

La sensazione che si vive, non è solo quella di una continua insicurezza, ma anche di incertezza e di paura del futuro. Si rischia, se non si cambia profondamento il tessuto valoriale e sociale, di  far nascere grandi tensioni che chiameranno le istituzioni a risposte nuove e sempre più urgenti.

 Tutto ciò ha molte cause che si sono sviluppate nel tempo. Per evitare che si possa pensare che si faccia solo denuncia, vediamo cosà si dovrebbe fare:

Partiamo dall’economia:

I governi nazionali hanno delegato la loro politica economica alle ottuse politiche iperliberiste dominanti in Europa, le quali hanno trovato terreno fertile anche nel nostro Paese, perché i governi che si sono succeduti erano, quasi sempre,  in agonia politica, privi di qualsiasi principio di etica pubblica, tutti proiettati e persi sul terreno dei propri interessi di casta e di un’improduttiva competizione tra partiti.

Lo stesso “settore” produttivo in Italia si sta ridimensionando, perché non si è riusciti a limitare la differenza di produttività e competitività delle nostre aziende, conseguenza del loro diverso grado di innovazione e internazionalizzazione.

Tutto ciò, ha avuto una valenza negativa anche sul movimento sindacale, perché ha indebolita il ruolo della contrattazione con la perdita di potere di acquisto. Infine, ha pesato sull’avvenire del sindacato, non solo per la netta riduzione della consistenza e della forza della classe operaia, che trovava nel settore manifatturiero il suo ambiente privilegiato, ma anche per l’accentuazione della divisione all’interno del mercato del lavoro tra ceti proletari, esposti al declino, e l’esercito di riserva di origine straniera, tra “disoccupati cronici” e “giovani precari.

Per opporsi a questo stato di cose bisognerebbe sviluppare un nuovo modello di crescita economica, un forte progetto di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria e corretta politica sociale, non più basata sull’assistenzialismo e le spese improduttive, ma su un percorso che mira ad una reale democrazia economica del sociale e del lavoro, che può ancora realizzarsi.

Su piano valoriale:

Per rispondere in modo adeguato alla situazione disastrosa è necessario restituire ruolo centrale al progetto sociale basato sull’Uomo, ricollocando i suoi bisogni, materiali, culturali e spirituali, in un quadro armonico che sappia tener conto delle trasformazioni della società – intervenendo per correggerne le storture – che si evolve con accelerazione progressiva, innanzi al nuovo scenario politico-commerciale mondiale. Prescindere da ciò potrebbe essere un errore esiziale.

Per questo vi è bisogno che ritorni come bussola la cultura laica e riformista. Una delle condizioni che ha consentito al nostro Paese di evolversi sempre più in senso moderno sia sul piano sociale che civile, è stato proprio nell’affermarsi della laicità dell’uomo, della sua natura di soggetto storico, indipendente dagli ordini religiosi e rituali, con la ricerca continua di una verità, frutto del dubbio e della ragione.

Bisogna ancora evitare che la continua disgregazione degli organismi partecipativi distrugga ogni valore sociale e democratico, a cominciare da quello della solidarietà, della coesione ed integrazione sociale che danno fondamento ad uno Stato.

La solidarietà fa riferimento alla politica sociale quale strumento di aiuto e redistribuzione, in cui è compresa sia l’idea di patto intergenerazionale, ma soprattutto l’idea di bene collettivo nell’intervento dello Stato, attraverso gli strumenti che garantiscano la persona in tutta la gamma dei suoi bisogni.

La salvaguardia di un modello di stato sociale nell’era della globalizzazione dipende anche dalla possibilità di creare una federazione di stati europei, a partire dall’Eurozona o da alcuni suoi paesi chiave. Se ciò non si realizzerà verranno meno le condizioni per mantenere la solidarietà fra le diverse regioni europee, privando i popoli, non solo quelli europei, di un modello di riferimento per promuovere uno sviluppo più giusto e sostenibile a livello internazionale. Vi sono quindi ragioni sufficienti di carattere morale, oltre che politico, per battersi al fine di ridare dignità e ruolo alla politica in Europa per un progetto di costruzione di uno Stato federale europeo.

È necessario quindi proporre una iniziativa politica a livello europeo per ripristinare condizioni di equilibrio nella gestione delle risorse a favore dell’intera collettività e non solo dei paesi egemoni.

Non solo la politica e i governi ma anche il movimento sindacale deve assolutamente trovare la chiave giusta per affrontare questa realtà e trovare la forza sufficiente per contrastare i processi in corso.

Anni di denunce e di lotte, di scioperi e trattative hanno messo in evidenza le ragioni e l’indignazione dei lavoratori ed hanno prodotto grandi manifestazioni di protesta, che hanno contribuito a incidere profondamente nei valori e nelle tutele della società.

Il movimento sindacale, oggi, non può consentire che lo stato del benessere, cioè lo Stato che con la sua presenza nell’economia ha favorito il mantenimento di una società più equilibrata, sia destinato ad una continua crisi e, con esso, a incrinarsi pericolosamente il “contratto sociale”, il patto di solidarietà, su cui si fonda.

È esigenza generale che il sindacato accentui il suo ruolo di soggetto politico trainante, giacché la “politica” sembra aver perso voglia di confronto e di dialogo, annullando il rapporto con le parti sociali, sterilizzando le ideologie, mortificando le tensioni sociali per indirizzare tutte le sue energie verso leaders che una volta investiti dal voto elettorale ed ottenuta la guida del governo o della opposizione, divengono “centrali” e che, per rimanere tali, conculcano a loro volta le forze che li hanno prescelti, convinti di essere gli unici e diretti interlocutori di un corpo elettorale, che esiste solo virtualmente nei sondaggi.

È oltremodo evidente che la classe politica, di destra o di sinistra, ritenga superato e di ostacolo il ruolo del sindacato, che ormai lo si ritiene rappresentativo solo dei pensionati, che, tra l’altro, non possono essere neanche tutelati, proprio per le scelte di politiche economiche dei governi che si sono succeduti in questi anni

Viceversa, anche in una fase recessiva in tutti i gangli della società, come quella che stiamo vivendo, il movimento sindacale può svolgere la sua missione innovatrice, anche se, in tutte le fasi di crisi e con la conseguente caduta dell’occupazione, non riesce ad esprimere pienamente la sua forza progressista a causa del cambiamento dei rapporti di forza che, come stiamo constatando in questi ultimi tempi, ha portato alla caduta del potere contrattuale dei lavoratori, cui si aggiunge una grave crisi della politica che ha tenuto e tiene nell’incertezza e nell’inefficienza non solo i partiti e le istituzioni, ma anche le forze sociali.

Il Sindacato deve tutelare tutti i lavoratori colpiti dalla crisi; deve difenderli per essere legittimato a prospettare ai lavoratori la possibilità di costruire insieme, nonostante le difficoltà esistenti, un diverso avvenire, rendendo evidente con i fatti che anche se la linea difensiva è obbligata in questo frangente essa rappresenta la risposta ad un’emergenza che non cancella l’aspirazione a un nuovo modello di società basato su nuovi assetti economici e sociali, nuove relazioni industriali ed un nuovo assetto istituzionale.

Siccome ciò non è compito esclusivo del Sindacato bisogna impegnare le altre rappresentanze dalle forze politiche a quelle imprenditoriali e bancarie, per quanto di loro competenza, a contribuire, tutti insieme, ad un grande progetto per la rinascita dell’Italia.

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  • Redazione

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