
di Ugo Busatti
«L’Italia è l’unico Paese in Europa con una sola Casa automobilistica. Così, un indotto non può reggere. Per questo dobbiamo lavorare alla nascita di un’altra Casa automobilistica nel Paese». Questa una delle pillole di saggezza del nostro ministro delle Imprese e del Made in Italy.
A parte che definire Stellantis come “italiana” ci vuole del coraggio. La società ha sede legale ad Amsterdam, sede operativa a Hoofddorp e controlla quattordici marchi automobilistici: Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Citroën, Dodge, DS Automobiles, FIAT, Jeep, Lancia, Maserati, Opel, Peugeot, Ram Trucks e Vauxhall. Marchionne, il peggior manager possibile per il destino degli italiani legati al mondo dell’auto, il migliore per le tasche degli Agnelli, ha distrutto quel poco che era rimasto della Fiat e delle auto ad essa connesse ( con esclusione della Ferrari). Diego Della Valle negli anni della fuga ( 2009 e seguenti) non concede tregua né a Marchionne, né agli Agnelli. «Continua», dice il patron di Tod’s, «questo ridicolo e purtroppo tragico teatrino degli annunci a effetto da parte della Fiat, del suo inadeguato amministratore delegato e in subordine del presidente.
Assistiamo infatti da alcuni anni a frequentissime conferenze stampa nelle quali, da parte di questi signori, viene detto tutto e poi il contrario di tutto, purché sia garantito l’effetto mediatico, che sembra essere la cosa più importante da ottenere, al di là della qualità e della coerenza delle cose che si dicono.» Esatto. Il sociologo Luciano Gallino scrive nel 2010: «Con le sue 650.000 unità prodotte in patria nel 2010 l’Italia, come costruttore di auto, è stata ormai sopravanzata non solo da Germania e Francia, ma anche da Spagna, Regno Unito, Polonia e perfino dalla Repubblica Ceca e dalla Serbia. Stando al piano sopra indicato, nel 2014 la Fiat dovrebbe tornare a produrre nel nostro Paese oltre un milione e mezzo di vetture. Ma dove, e come, con quali catene di fornitura dei diversi livelli?» scriveva il sociologo (senza sapere che due anni dopo la produzione sarebbe scesa a 400 mila).
Mi fermo, perché altrimenti ci sarebbe da scrivere un libro. La politica industriale, signor ministro, non si puó continuare a fare senza gli occhiali e sulla pelle dei contribuenti.
Se ILVA, Alitalia, MPS, e quant’altro, fossero state trattate in modo professionale e non clientelare, oggi avremmo societá quotate moderne e funzionali, e senza ricorso ai fondi dello Stato.
La tanto bistrattata Ungheria, quando la Malev perdeva soldi, l’ha chiusa ed hanno fondato Wizz air (con gli USA) che fa soldi. Quando Orban ( il cattivone) fa politica industriale, rende il Paese appetibile non solo fiscalmente, ma anche con le infrastrutture. E infatti sono oltre cento le multinazionali che hanno investito a Budapest, che hanno industrie (Mercedes, Audi, coreani, giapponesi) e centri servizi all’avanguardia. E lo fa nel solo modo possibile per il bene del Paese, ovvero senza utilizzare fondi di Stato, ma concedendo attrattiva fiscale (che sono in teoria fondi di Stato) che riporta una tale quantitá di indotto da recuperare ampiamente il perduto in imposte.
Investimento significa pagare e raccogliere. Clientelarismo significa regalare.
Caro Ministro, se non uccidete la burocrazia e le imposte assurde sulle proprietá, e non rendete il Paese moderno con nuove infrastrutture, “col cavolo” che vedrete nuovi investimenti.
E poi in Italia non abbiamo anche Ferrari, Lamborghini e DR?





