Home Economia e finanza UN SISTEMA ECONOMICO CHE VA VALUTATO IN BASE AI NUOVI PARADIGMI

UN SISTEMA ECONOMICO CHE VA VALUTATO IN BASE AI NUOVI PARADIGMI

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di Giuseppe Augieri

So di ripetermi: conosco abbastanza l’economia per sapere che ne capisco appena un po’. Perciò le mie sono, seguendo una logica, solo riflessioni senza pretese. E quando esse sono suffragate da analisi di nomi importanti, trovo conforto: insomma mi dicono che non sono scemo.
E’ il caso dell’ultimo articolo di Silverio Allocca sul Nuovo Giornale Nazionale ed il suo richiamo a Federico Fubini. Nel loro pensiero sulla complessità del fenomeno dell’attuale inflazione, sulla inadeguatezza della cura avviata da FED e BCE (non tipo Keynesiano ma vicina al pensiero di Friedman, superandolo “in peius”), sulla tendenza perciò a realizzare una “stagflazione controllata”, sull’impatto violento che tale politica (messa in campo con il solo scopo di “prendere tempo” fino alla soluzione di alcuni elementi di crisi e tra essi le guerre in corso) avrà su imprese e cittadini, trovo sostanziale concordanza con riflessioni da me avanzate.
Ma la cosa che più mi ha rincuorato – nel senso che mi consente di confermare le mie riflessioni – è la considerazione che il nuovo sistema che si sta mettendo in piedi, che rivoluziona anche il mondo finanziario e che comprende e si nutre dell’attacco del “BRICS allargato” al predominio del dollaro su ogni altra moneta (il che rappresenta uno scossone assimilabile a quello che fu, nel 1944, l’abbandono americano degli accordi di Bretton Woods) pone un problema di riposizionamento non solo economico di ogni Paese rispetto alla nuova realtà che si sta componendo. Un mondo dagli equilibri di forza e di potere tutti nuovi ma solo nelle sue vestali: perché invece chi comanda è sempre lo stesso. Un riposizionamento che comprende il dover dire alcuni si o alcuni no a quello che la politica finanziaria – e con essa l’Europa – ci sta chiedendo.
Queste non sono questioni da provincialismo politico e né di ideologizzazione del nulla.
Due conseguenze, per me. La prima è che si conferma che la posizione espressa recentemente da Dombrovskis è solamente una astiosa contrapposizione a qualche tentativo dell’Italia di uscire da una morsa per noi mortale. Il richiamo infatti riguarda non la solvibilità del debito italiano e né la “qualità economica” della spesa programmata, entrambi applauditi dal mercato finanziario con tutti – dico tutti – gli indici in territorio positivo. E dunque qualcosa che non andrebbe assolutamente presa come occasione per polemiche interne. Andrebbe invece posta massima attenzione a quello che sta maturando sulla copertura del nostro debito dopo la decisione BCE che da Giugno 2024 smetterà di reinvestire in metà di quei titoli in scadenza comprati nella pandemia e che dunque ci costringono a trovare compratori alternativi dei Btp per 150 Mld di EUR, nonché per il rinnovo di ben oltre 300 Mld in scadenza. Se a Lagarde aggiungiamo Dombrovskis…..
La seconda, collegata a questa ultima situazione, è che invece le politiche economiche italiane che si mettono nel solco del “prendere tempo” (che è quello che fa il mondo e non solo Meloni) vanno, più che contestate a vuoto, controllate nelle loro modalità di realizzazione.
L’esempio più calzante è nel programma di privatizzazioni. Ovviamente “privatizzazione” non può essere tradotta con “svendita” dei gioielli di famiglia, tanto per fare cassa: film già visto. Giorgetti dice « È più corretto parlare di razionalizzazione del patrimonio delle partecipate ….. Non è semplicemente fare cassa, è fare ordine» ed anche « Puntiamo su investitori pazienti ». Ma la procedura in atto desta non pochi sospetti perché i due interlocutori – di altissimo livello – incontrati da Giorgetti a Davos hanno dato risposte evasive. E se questi interlocutori rappresentano un campione significativo dei possibili “pazienti investitori” ai quali magari svendere i citati “gioielli di famiglia”, pur di invogliarli in qualche modo a sottoscrivere debito in scadenza ovvero a finanziare parte del nuovo, l’effetto finale non è per niente rassicurante.
E’ su questo che dovrebbe appuntarsi ogni attenzione dell’opposizione. Ma anche pubblicizzare – in modo non necessariamente tecnico, ma chiaro – ciò che bolle in pentola perché non vi siano zone d’ombra e perché, ma senza fare gli economisti della domenica, si possa dibattere. Magari si capirebbe un po’ in più in quali reali condizioni siamo come Paese. Con Meloni ma anche senza.
 

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  • Redazione

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