
di Giuseppe Augieri
Il dibattito politico di questi giorni, anche seguendo i commenti sulle parole di Mattarella e guardando ai tanti episodi di sbracatura etica che hanno riguardato i contrapposti schieramenti, e che finiscono con il frustante ritornello delle “dimissioni” (i più recenti: quello della pistola di Capodanno del parlamentare di FI e quello delle dichiarazioni del consigliere della Corte dei Conti sulla mancata occasione di arrivare all’esercizio provvisorio) segnalano sempre di più che in Italia il dibattito è tra chi fa politica per affermare le proprie idee (tanti) e chi invece fa politica – o farebbe politica – per realizzare soluzioni ad ogni costo, anche quello della mediazione poco piacevole (pochi).
Io vedo che c’è chi crede fermamente che l’affermare il “chi siamo” venga prima del “cosa vogliamo”. E sono, appunto, i tanti. Li rispetto; ma preferisco pensare esattamente il contrario. E questa diversità – e la correlativa mia propensione – riguarda soprattutto le cose sbagliate fatte dal Governo prima ancora di quelle fatte dall’opposizione. Perché gli errori del Governo hanno effetti immediati e sono “concludenti”; quelli dell’opposizione disegnano scenari futuri che possono non piacere ma sono al di la da venire.
La riflessione mi viene dal fatto che sono profondamente insoddisfatto dalla manovra economica (e sociale) che emerge dal bilancio approvato in estremis. Ma questa mia insoddisfazione riguarda – e non capisco il perché o forse temo purtroppo di capirlo – temi quasi tutti non toccati dal dibattito politico. Viceversa, sul grosso delle contestazioni mosse alla manovra, non riesco a vedere motivi di dissenso tali da pregiudicare l’ipotesi di non fare scontri frontali ma limitarsi a correzioni, su questioni magari secondarie ma straordinariamente negative. Un modus operandi, tra l’altro, che ha tante maggiori possibilità di portare a soluzioni positive. E il dibattito mi sembra fondato su ombre, anche in presenza di sostanza negativa. Che però, per andare appresso alle ombre, viene trattata poco e male. Con contraddizioni eclatanti.
Per ultimo viene Amato – l’unico politico a cui i giudici di mani pulite hanno dato licenza di poter non sapere – con le sue dichiarazioni sul conflitto che si starebbe aprendo anche tra maggioranza e Corte Costituzionale, quest’ultima percepita dalla prima come nemico. La “torsione autoritaria” in atto sarebbe dimostrata da un atteggiamento di scontro con l’Europa (che io invece non considero tale; straordinariamente pericoloso, è vero, ma quasi obbligato) e dall’aver bloccate alcune forme (per me, derive) di assistenzialismo. Una “perversione autoritaria” svolta da chi non ha l’autorevolezza della “cultura politica di Reagan, né della Thatcher, né di Major”.
Io non sono d’accordo, ma è poco importante. Confermo che dalle analisi – tutte del tipo “io sono… e quindi tu sbagli” – non si esce con “….e dunque propongo…”. No, la critica si ferma a criticare.
Ed a me viene spontanea una domanda: Caro Amato, e se Meloni questa cultura l’avesse? Saresti d’accordo?





