Il libretto delle istruzioni è USA e lo ha scritto Vance – Vannacci lo ha letto e non è fascista: è MAGA – Gli inglesi sono nell’angolo della Storia
Quando Beppe Grillo dice a Giuseppe Conte che non ha letto le istruzioni introduce nel dibattito politico italiano il concetto chiave al quale attenersi per comprendere cosa sta accadendo in Italia e in Europa.
La domanda che dobbiamo immediatamente porci è se le istruzioni sono quella di Washington o quelle di Londra, perché, anche se entrambe sono scritte in inglese, contengono concetti non solo diversi, ma divergenti.
Quelle che al tempo della fondazione del Movimento Cinque Stelle arrivarono a Casaleggio e a Grillo erano istruzioni in anglo-americano, in quanto Londra e Washington pensavano e agivano con una discreta sintonia. Ora non è più così.
Il Regno Unito ha perso l’impero e tenta con ogni mezzo di rimanere, quanto meno, un regno unito, ma i suoi tentativi cozzano con la strategia USA.
Così non solo è finito l’impero, ma è finita anche quella “speciale relationship” con gli USA che aveva caratterizzato il periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale.
Non è sempre andato tutto liscio dal Dopoguerra ad oggi. Durante la crisi di Suez del 1956 gli Usa fecero fallire il piano anglo-francese-israeliano. Nel 1962 gli Usa cancellarono il programma Skybolt, obbligando il sistema nucleare inglese a usare i missili Polaris USA. Segno evidente di sottomissione.
Attualmente i rapporti sono pessimi.
Lo schiaffeggiamento a quattro mani dato da Donald Trump agli Alleati europei per non essere stati solidali con gli USA nella guerra all’Iran non hanno avuto effetti concreti su nessun Paese, salvo che sull’Inghilterra, la quale ha perso la sua “speciale relationship” ed è diventata un partner come tutti gli altri.
Trump non ha perdonato a Starmer la cessione delle Isole Chagos alle Mauritius, decisione che mette a repentaglio l’utilizzo della base di Diego Garcia, fondamentale per la proiezione nell’Indo-Pacifico e in Medio Oriente.
L’altro Paese entrato davvero nel mirino degli USA è la Spagna, non tanto per la negazione all’utilizzo delle basi, ma per aver stipulato un’intesa il 14 aprile 2026, durante la visita di Sánchez in Cina.
Intesa che comprende 19 accordi, tra cui un Meccanismo di Dialogo Strategico Diplomatico permanente fra i due ministeri degli Esteri. Il meccanismo riguarda questioni bilaterali, regionali e globali e dovrà dare attuazione al Piano d’Azione 2025-2028 della loro Comprehensive Strategic Partnership.
Gli accordi riguardano soprattutto: commercio e investimenti; industria e catene di approvvigionamento; investimenti cinesi in Spagna accompagnati, secondo Madrid, da trasferimento tecnologico e sviluppo di capacità produttive locali; agricoltura e alimentare; infrastrutture e trasporto sostenibile; scienza e tecnologia; università e ricerca; cultura; biodiversità e transizione verde.
Un aspetto particolarmente interessante è che Madrid ha esplicitamente chiesto che gli investimenti cinesi non siano semplicemente finanziari, ma contribuiscano allo sviluppo tecnologico e al rafforzamento del tessuto produttivo spagnolo. La Spagna sta costruendo con Pechino un canale politico, economico, tecnologico e diplomatico stabile.
Se fai il cinese non puoi che aspettarti di diventare il nemico degli States.
Quanto sta avvenendo a Ceuta e a Melilla sembra uscire da una spy story da tempo conosciuta, anche e, soprattutto, per il fatto che in questi giorni USA e Marocco stanno facendo manovre militari congiunte nel deserto che guarda le Canarie.
Le manovre congiunte tra Stati Uniti e Marocco nel deserto si concretizzano principalmente nell’esercitazione African Lion (in questi giorni la 26a), la più grande manovra militare annuale del comando Usa in Africa (AFRICOM), condotta insieme alle Forze Armate Reali marocchine in aree desertiche e semidesertiche del sud-ovest, come la zona di Tan-Tan e Cap Draa.
La spy story si chiama «Marocco 2030», è riferita alla restituzione di Ceuta e Melilla e nasce da quando nel 2023 l’ex agente del CNI spagnolo Fernando San Agustín, nel libro La trastienda de los servicios de inteligencia, riferì dell’esistenza di un presunto piano marocchino denominato «Maroc 2030» finalizzato alla «riconquista» di Ceuta e Melilla.
La ricostruzione parlava non tanto di un’invasione militare convenzionale quanto dell’impiego coordinato di pressione demografica, passaggi di massa attraverso le frontiere e destabilizzazione interna.
Un’altra figura dell’intelligence spagnola, Fernando Cocho, ha successivamente parlato di un possibile percorso verso una co-sovranità spagnolo-marocchina intorno al 2030-2032, precisando però che si trattava di una sua inferenza basata su documenti e informazioni cui aveva avuto accesso, non di un accordo già deciso.

Uno studio accademico sulla questione Ceuta – Melilla conclude che il Marocco potrebbe perseguire nel medio periodo una strategia di zona grigia, cioè pressione sotto la soglia di un conflitto militare aperto.
Non è un caso che proprio ora il ministro marocchino della Giustizia Abdellatif Ouahbi abbia nuovamente rivendicato Ceuta e Melilla, mentre Madrid ha risposto che la propria integrità territoriale non è negoziabile.
Il ministro della Difesa Margarita Robles ha definito Ceuta e Melilla «super-spagnole» e ha affermato che qualsiasi attacco costituirebbe un attacco alla Spagna.
Comunque la si pensi, l’invasione di 80 mila persone a Ceuta ha riproposto con forza drammatica la questione della sovranità spagnola, mettendo Pedro Sanchez in una condizione di estrema difficoltà.
Torniamo agli inglesi.
Uno dei punti di maggiore attrito tra Usa e Uk riguarda il rapporto con la Russia che vede l’Inghilterra in un continuo netto contrasto con Mosca, perché, non avendo più l’impero tenta, in questo modo, di rimanere regno unito e influente.
Ne è dimostrazione la Joint Expeditionary Force, coalizione militare multinazionale guidata dal Regno Unito e formata da 10 nazioni del Nord Europa. È progettata per intervenire rapidamente in scenari di crisi, condurre operazioni di deterrenza e garantire la sicurezza, in particolare nel Nord Atlantico, nell’Artico e nella regione del Mar Baltico.
La JEF comprende 10 Paesi partecipanti, tutti oggi membri della NATO: la Nazione guida (Framework Nation), ossia il Regno Unito, Paesi Nordici (Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia), Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e Paesi Bassi. Il comando operativo risiede presso lo Standing Joint Force Headquarters (SJFHQ) a Northwood, nel Regno Unito.
A differenza della NATO, che richiede il consenso di tutti i membri per attivare decisioni collettive complesse, la JEF funziona su base volontaria (opt-in). Questo permette a un sottogruppo di Stati membri di mobilitarsi molto rapidamente per una missione specifica senza dover attendere tutti gli altri partner.
La JEF non fa parte direttamente della NATO, ma è pensata per completarla. Può agire in autonomia in situazioni di crisi a bassa o media intensità, oppure integrarsi sotto il comando NATO o dell’ONU se la situazione subisce un’escalation.
JEF unisce assetti di terra, mare, aria e forze speciali, coordinando fino a circa 10.000 militari ad altissima prontezza operativa.
La JEF concentra la sua attenzione geopolitica e militare su: Mar Baltico e Paesi Baltici (Protezione di infrastrutture critiche sottomarine: cavi dati, gasdotti e contrasto alla minaccia ibrida; Alto Nord e Artico (Controllo delle rotte marittime strategiche e monitoraggio delle attività navali nei mari settentrionali); Minacce ibride (esercitazioni dedicate alla cyber-security, sorveglianza spaziale e contrasto alle tattiche non convenzionali).
Lanciata ufficialmente al vertice NATO del 2014 e diventata pienamente operativa nel 2018, la JEF ha assunto un ruolo centrale dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. La coalizione effettua regolarmente esercitazioni di pattugliamento navale e di proiezione rapida delle forze nell’Europa settentrionale.
La si veda come si vuole, ma al JEF si pone come una sorta di Nato nella Nato a direzione inglese, essendo la NATO a comando USA.

L’odio di Londra per Mosca
L’odio tra Inghilterra e Russia risale ai contrasti imperiali, con l’Inghilterra intenta ad impedire che l’Orso si dotasse di una marina capace di dominare il Baltico e il Mar Nero, accessi all’Atlantico e al Mediterraneo.
Per una potenza talassocratica era impensabile concedere alla Russia domini marini, mentre per la Russia poter accedere all’acqua è fondamentale.
La guerra con l’Ucraina, sin dal 2024, ha dato all’Inghilterra l’opportunità di ergersi a ombrello difensivo di Kiev, dei Paesi baltici e del Nord Europa e, pertanto, di ritagliarsi un ruolo.
Come scrive Pietro Figuera (Domino 2026), già l’Inghilterra già “nel 2015 ha dato avvio all’operazione Orbital, un piano di addestramento su vasta scala (e su formale invito di Kiev) volto a modernizzare e rafforzare le Forze armate ucraine”.
Probabilmente determinante è stata l’azione di Boris Jonson di far cadere le intese avviate a Istanbul nel marzo del 2022, a guerra appena iniziata.
“Che sia stato o meno determinante, l’orientamento di Londra, sostenitrice della guerra a oltranza – scrive Pietro Figuera – ha inciso sulla squadra di Volodymyr Zelensky per il concreto sostegno offerto in cambio di una linea intransigente”.
Il sostegno inglese si è tradotto nell’operazione Interflex, erede di Orbital. Gli inglesi hanno potuto servirsi dell’intelligence di Sua Maestà e i 60 miliardi dell’Ue consentiranno a Kiev di acquistare armi da Londra.
Inoltre, dal gennaio 2025 Kiev e Londra hanno stipulato il “Partenariato dei 100 anni”.
L’Accordo di Partenariato dei 100 anni (in inglese 100-Year Partnership Agreement), firmato a Kiev dal primo ministro britannico Keir Starmer e dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è un trattato politico e strategico pensato per legare a lunghissimo termine il Regno Unito e l’Ucraina.
Il nome sottolinea la volontà politica di superare la sola gestione dell’emergenza bellica immediata, costruendo un’alleanza strutturale intergenerazionale.
L’intesa riguarda anzitutto Difesa e Sicurezza a lungo termine: garantisce la continuità dell’assistenza militare (con pacchetti pluriennali di aiuti) e la prosecuzione dei programmi di addestramento per le forze armate ucraine.
Londra ribadisce formalmente il proprio sostegno “irreversibile” all’integrazione di Kiev nell’Alleanza Atlantica (elemento che impedisce qualsiasi accordo con la Russia).
È inoltre prevista una cooperazione specifica per garantire la navigazione e la protezione delle rotte commerciali nel Mar Nero e nel Mar d’Azov. L’accordo crea il quadro legale e politico per una potenziale presenza di forze britanniche per il mantenimento della pace o per missioni di garanzia della sicurezza al termine del conflitto.
Ovviamente le imprese britanniche otterranno un canale privilegiato per la ricostruzione delle infrastrutture ucraine danneggiate e ci sarà lo sviluppo congiunto di catene di fornitura per le materie prime critiche e partnership tra le rispettive industrie belliche per la produzione di armamenti.
Inoltre, il Regno Unito diventa partner prioritario dell’Ucraina per la transizione energetica, le energie rinnovabili e la modernizzazione del settore siderurgico (green steel).
Firmato in una fase di forte incertezza sul futuro del supporto americano (a causa delle dinamiche politiche a Washington), l’accordo dimostra che il Regno Unito intende porsi come il principale garante della sicurezza ucraina in Europa e anche in assenza di una rapida adesione formale alla NATO o all’UE, il patto integra l’Ucraina a doppio filo nelle architetture economiche e di difesa occidentali per i decenni a venire.
Non è difficile capire che questo accordo collide con la strategia Usa che tende a chiudere la guerra in Ucraina e ad aprire una fase di avvicinamento alla Russia che la tolga dall’abbraccio troppo stretto con la Cina, cosa che la posizione inglese favorisce.
E qui arriva il punto centrale di questa riflessione: il libretto delle istruzioni di Vance.
Le istruzioni di J. D. Vance a Monaco
Sin dall’esordio del suo discorso, Vance segna la distanza abissale tra Washington e Londra.
“Ci riuniamo – ha detto Vance – in questa conferenza per discutere di sicurezza, e normalmente intendiamo minacce alla nostra sicurezza esterna. Vedo molti grandi leader militari riuniti qui oggi, ma mentre l’amministrazione Trump è molto preoccupata per la sicurezza europea e crede che possiamo arrivare a un ragionevole accordo tra Russia e Ucraina, e crediamo anche che sia importante nei prossimi anni che l’Europa si faccia avanti in grande stile per provvedere alla propria difesa, la minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. È la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti. Mi ha colpito il fatto che un ex commissario europeo sia andato in televisione di recente e sia sembrato felice del fatto che il Governo rumeno avesse appena annullato un’intera elezione. Ha avvertito che se le cose non vanno come previsto, la stessa cosa potrebbe accadere anche in Germania. Ora, queste dichiarazioni sprezzanti sono scioccanti per le orecchie americane. Per anni ci è stato detto che tutto ciò che finanziamo e sosteniamo è in nome dei nostri valori democratici condivisi. Tutto, dalla nostra politica sull’Ucraina alla censura digitale, è pubblicizzato come una difesa della democrazia. Ma quando vediamo le corti europee annullare le elezioni e alti funzionari minacciare di annullarne altre, dovremmo chiederci se stiamo mantenendo uno standard adeguatamente elevato. E dico “noi stessi” perché fondamentalmente credo che siamo nella stessa squadra. Dobbiamo fare di più che parlare di valori democratici. Dobbiamo viverli”.
Per Washington la minaccia di Mosca non c’è, mentre la minaccia è dentro l’Europa, nella perdita dei suoi valori.

Il generale Vannacci pare aver letto bene il libretto delle istruzioni, quando nel suo programma scrive della “guerra in Ucraina, con lo scellerato posizionamento dell’Europa” che “ha aperto scenari che in molti non avevano immaginato”.
Futuro Nazionale, si legge nel programma “considera una grande opportunità il recupero della linea di politica estera America First messo in atto dal Presidente Trump, mentre guarda con forte preoccupazione e condanna operazioni come l’attacco alla Repubblica dell’Iran, che ha reso perplessa anche buona parte del mondo diplomatico e culturale ruotante intorno a Trump e che ha provocato le dimissioni di Joe Kent, capo dell’antiterrorismo statunitense. Se il modello tradizionale imperiale è oggi inattuabile e quello di Vestfalia ha un importante valore di “freno” alla dissoluzione globalista, certamente il contesto politico, logistico, economico e tecnologico odierno non è quello del 1648 e richiede una integrazione con una visione globale delle relazioni internazionali. Su questa linea se, come abbiamo spiegato, non condividiamo l’idea di un mondo unipolare USA, anche perché esso non garantisce l’interesse nazionale italiano, scambia l’opzione della democrazia di massa col diritto naturale e non risulta oggi un obiettivo degli stessi Stati Uniti, guardiamo con estremo interesse alla possibilità che il modello del mondo multipolare possa finalmente trovare una configurazione più stabile, uscendo dalla fase di gestazione che da circa 30 anni lo vede protagonista di una lotta di affermazione cognitiva, politica e diplomatica con le due versioni del modello unipolare”.
“Il modello di Paul Wolfwofitz e Zbigniew Brzezinski per impedire il mondo multipolare e inibire l’apparizione e la prosperità di potenze autonome anche solo di carattere regionale, avendo di mira in modo particolare l’indebolimento di Russia e Paesi europei, con una particolare attenzione all’inibizione di possibili sinergie commerciali, industriali, energetiche e culturali tra il polmone occidentale e l’orientale della Cristianità – prosegue il programma di Futuro Nazionale -, ha subito duri colpi proprio nel contesto dell’Amministrazione Trump. E si tratta di capire quale possa essere il posizionamento dell’Italia in questo nuovo scenario. Se nel modello di Huntington i Paesi europei erano sostanzialmente collocato nel “Western World” senza troppe distinzioni, il nuovo posizionamento scelto dagli Stati Uniti pone nuove sfide. Nell’aprile 2025, lo stesso Vicepresidente USA J. D. Vance ha dichiarato: “Non penso che un’Europa più indipendente sia una cosa negativa per gli Stati Uniti”. Ma l’Italia deve fare oggi i conti col fatto che l’Unione Europa si presenti come soggetto completamente avverso all’interesse del nostro Paese e alla nuova linea di politica culturale USA (dalla decarbonizzazione all’inclusione dell’aborto tra i diritti fondamentali, dalla spesa militare per l’Ucraina alla volontà di non concedere deroghe di finanza pubblica per le politiche demografiche). In un siffatto scenario, la maggiore indipendenza europea di cui parla il vicepresidente J.D. Vance è dunque da declinare come assunzione di protagonismo delle Nazioni sovrane, senza passare dal filtro della Commissione UE (che si è poi, paradossalmente, rivelata la migliore suddita economica degli Stati Uniti, i quali disprezzano l’incapacità ma non disdegnano le compravendite)”.
“L’Italia – prosegue il programma di Vannacci – , nella visione di Futuro Nazionale, deve dunque ritrovare la propria sovranità, con grande senso della propria autonomia, cogliendo un’occasione storica che potrebbe non arrivare una seconda volta, e interloquendo direttamente con l’Amministrazione USA, senza il raccordo inadeguato della von der Leyen a cui, invece, il centrodestra di Governo si è allineato e legato. Dialogheremo con gli Stati Uniti, in posizione eretta e perseguendo l’interesse nazionale, mettendo al centro i reali bisogni dell’Italia e non la transizione verde o la prosecuzione del conflitto russo-ucraino”.
Sulle orme di Andreotti, di Craxi e di Berlusconi
“Se pensiamo – senza dover sposare i modelli del recente passato, ma studiandoli con attenzione – alla geometria variabile dei rapporti di Giulio Andreotti per il tentativo di risolvere il conflitto arabopalestinese, alla mediazione tra Russia e Stati Uniti portata avanti da Silvio Berlusconi, alle articolate analisi e mosse di Bettino Craxi, vediamo come – aggiunge ancora il programma di Vannacci – trasversalmente a differenti storie e aree politiche, dalla Democrazia Cristiana al Partito Socialista Italiana alla Forza Italia originaria, l’Italia ha nella propria cultura diplomatica la capacità di aprirsi ad un modello di cooperazione che non preveda l’unipolarità egemonica di una sola potenza. Dovremo dunque saper dialogare – come Paese – con tutti i possibili partner internazionali, pensiamo per esempio all’importanza di riaprire i canali con la Federazione Russa, nell’interesse dei costi dell’energia per le nostre famiglie e le nostre imprese ma anche per la difesa dei dell’interesse occidentale di lungo periodo rispetto alla pulsione all’avvicinamento della Russia alla Cina che è stata fomentata dalle scellerate politiche di contrapposizione portate avanti dall’Unione Europea e dall’Amministrazione Biden (ancorati alle vecchie dottrine di Wolfwofitz e Brzezinski o, per così dire, del vecchio “Liberal Eastern Establishement”), alla quale purtroppo anche il Governo italiano aveva deciso di legarsi”.

Ora la melassa antifascista oppio dei popoli di una sinistra senza idee può anche tentare di confinare Vannacci nel fascismo, per isolarlo, ma la realtà è più forte della melassa e se guardiamo alla realtà vediamo che Futuro Nazionale si colloca perfettamente nella logica MAGA.
Sin può dire che non si è d’accordo con quanto dice J. D. Vance, ma è molto difficile dire che è fascista.
I venditori di melassa sono serviti.





