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Inchieste giornalistiche e inchieste giudiziarie: una deriva evitabile

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Inchieste giornalistiche e inchieste giudiziarie: una deriva evitabile

Basta con il PM “investigatore tuttologo”, servono PM specializzati

Alla luce di quanto emerge dalle inchieste giornalistiche riteniamo che si debba fare una seria riflessione.
Ormai, da decenni, almeno 20 anni, la TV, i programmi, più o meno, di intrattenimento, la programmazione giornalistico televisiva in genere mette a fuoco dei casi giudiziari e ne sviscera i lati oscuri o le indagini non fatte o le indagini fatte in modo parziale o le indagini errate e via dicendo.

Noi riteniamo che i processi debbano essere fatti in aula e le indagini debbano essere fatte in tempi e modalità segnate ed indicate dal codice di rito penale.

Ma vi è un dato inconfutabile: la cassa di risonanza della TV, dei rotocalchi e dei media, in taluni casi, ha scoperto cose che nelle indagini non sono state trovate, conservate, analizzate e addirittura, perse.

Ovviamente, dobbiamo non considerare le indagini frutto di omissioni o defezioni volute perché, a loro volta, fanno parte di un processo penale e dobbiamo ricordare a tutti che il soggetto accusato è colpevole solo dopo una sentenza passata in giudicato.

Questo ci viene insegnato nella aule universitarie ed è sancito nell’art. 27 della Costituzione.

Al netto, però, di casi “patologici”, di cui non vogliamo parlare, emerge un quadro inquietante e preoccupante.

Si deve precisare che una sentenza passata in giudicato non fuga i dubbi ricostruttivi e, sempre per il principio ex. art. 27 Costituzione: meglio un colpevole fuori dal carcere che un innocente dietro le sbarre.

Fatte queste considerazioni, si ritorna al problema centrale: come mai tante indagini siano deficitarie?

Dobbiamo fare una premessa su di un punto essenziale di procedura penale: se le indagini sono complete la decisione sull’esercizio dell’azione penale o il suo non esercizio è molto più semplice.

Ma vi è di più.

Non abbiamo timore di smentita nel sostenere che le indagini preliminari sono il momento centrale del procedimento penale e, in gran parte, del processo.

La completezza delle indagini porta con sé la cristallizzazione degli elementi di prova, che siano a carico o che siano a discarico.

Tale situazione è ottimale per poter sempre e in ogni tempo poter valutare l’intero operato, non per un esame, ma per esempio, per individuare il responsabile.

La realtà, purtroppo, ci offre situazioni molto diverse tra loro.

In taluni casi, indagini sommarie e meno dirette con omissioni gravi sotto il profilo ricostruttivo, in altri indagini non fatte perché si è presa una certa direzione che poi si è rivelata corretta, ma, nel frattempo, si sono perse le prove.

La situazione nel suo complesso è molto carente, in particolare, sulle indagini scientifiche e informatiche.

Quando entrano in scena i reparti specializzati è, talvolta, tardi e molti dati, se non tutti, sono compromessi.

E allora – senza fare polemiche inutili – ci appare essenziale formare nuovi Pubblici Ministeri, che hanno la direzione delle indagini, su parametri ben diversi dalla conoscenza “generica” attuale.

Inoltre, vi è la piena necessità che i Pubblici Ministeri siano totalmente specializzati da distinguersi per materia.

Nelle Procure più grandi vi sono le divisioni specializzate, ma il punto non è questo, il punto è che il PM deve essere formato per svolgere le indagini e che, alla luce della tecnica e della scienza attuali, è intollerabile che il PM sia, suo malgrado e salvo eccezioni, un “investigatore tuttologo”.

Non ci si può affidare alle capacità del singolo, che in taluni casi salvano le indagini, ma si deve formare PM, effettivamente, dotati di cognizioni investigative che siano in grado di orientare le indagini.

Fatte queste considerazioni “fuori dal coro” si deve pretendere che i PM, per la loro funzione a dirigere le indagini, siano formati, in modo costante, mantenendo la loro autonomia e indipendenza.

Inoltre, ogni indagine ha le proprie regole, quindi, è essenziale che il PM sia preparato a ciò.

Non basta l’indole personale, non bastano le forze dell’ordine specializzate, che entrano in scena magari tardi, non serve la cultura della “fortuna”, ma occorre la cultura della professionalità.

Questo sarà il cuore della riforma costituzionale; un Pubblico Ministero specializzato.

In un mondo iper-specializzato occorrono, appunto, PM specializzati che non disperdano le prove, che non le omettano o che (addirittura incompetente) le distruggano.

Tali eventi sono frutto di una scarsa capacità investigativa e non devono accadere perché vi sono persone offese che hanno diritto a essere tutelate e innocenti che non devono finire nelle patrie galere per indagini sbagliate.

Vi è un problema per certo in termini di conoscenza e specializzazioni dei PM e va sancito nell’interesse di tutti i cittadini: colpevoli, innocenti e persone offese.

La separazione delle carriere sarà la riforma che evidenzierà la funzione di parte specializzata e dominus delle indagini.

Autore

  • Massimo Rossi

    Massimo Rossi, laureato in Giurisprudenza, assistente volontario in Procedura Penale, Dottrina Generale del Processo e Teoria Generale del Processo anni 1990/2005 presso l'Università degli Studi di Siena. Dottorato di ricerca in Procedura Penale presso l'Università di Genova. Avvocato. Ha pubblicato diversi lavori giuridici in riviste specializzate e ha partecipato come autore in varie pubblicazioni giuridiche collettanee. Relatore in convegni di carattere nazionale e istituzionale anche nelle sedi parlamentari. Dal 1994 al 1997 ha svolto funzioni di Vice Procuratore Onorario presso la Procura di Siena. Già consulente della Presidenza della Prima Commissione Parlamentare sulla morte del dott. David Rossi ed estensore unitamente ad altri consulenti della relazione finale nel 2022. Attualmente è docente a contratto presso l'Università di Firenze in Procedura Penale con insegnamento presso la Scuola Nazionale dei Sottufficiali dell'Arma dei Carabinieri.

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