
La vicenda dello sciopero generale rivendicato come tale da Cgil e Uil e ritenuto non generale dal Garante ha come effetto immediato la fine dell’unità sindacale, in quanto la Cisl si è smarcata e se ne va per la sua strada, e la fine della sempre rivendicata autonomia della Uil, che segue a ruota la Cgil di Maurizio Landini nella sua metamorfosi da soggetto sindacale a soggetto politico.
Le due organizzazioni politico sindacali sono in evidente intimo rapporto con Pd e M5S, in un intreccio dove Landini sta interpretando il ruolo che fu di Claudio Sabbatini, il quale intese fare della Flm un soggetto politico, con la conseguenza che si ruppe l’unità sindacale, Fim, Fiom e Uilm ritornarono nelle rispettive case e Sabbatini portò Enrico Berlinguer a sbattere sui cancelli della Fiat, decretando la fine di un sindacato antagonista e la nascita di un movimento di protesta antisindacale.
Siamo nel 1980. L’apice della protesta sindacale alla Fiat fu la mattina del 26 settembre quando Enrico Berlinguer espresse agli scioperanti il pieno appoggio del Partito Comunista Italiano e l’impegno a costringere il governo, in sede istituzionale, a dichiarare quale fosse la sua posizione sulla vicenda, lasciando anche presupporre sostegno politico nel caso in cui il consiglio di fabbrica avesse deciso l’occupazione dei luoghi di produzione.
Il giorno seguente, a seguito della caduta del governo Cossiga, la Fiat sospese le procedure di licenziamento e si accordò con i sindacati confederali per la messa in cassa integrazione di 24 mila dipendenti e l’uscita dal lavoro di quelli più anziani tramite prepensionamenti.
I sindacati di categoria contestarono il fatto che i procedimenti di allontanamento e cassa integrazione fossero stati mirati in gran parte ai delegati dei consigli di fabbrica e minacciarono lo sciopero generale.
Il 14 ottobre, 35º giorno consecutivo di mobilitazione, un gruppo di quadri e impiegati guidato dal caporeparto Luigi Arisio si riunì al Teatro Nuovo in assemblea e, successivamente, decise di sfilare per le vie cittadine innalzando cartelli riportanti slogan quali, tra l’altro, «il lavoro si difende lavorando» e «vogliamo la trattativa, non la morte della Fiat».
La protesta divenne nota come la marcia dei 40 mila, anche se il numero dei partecipanti non è stato mai accertato.
Contro quali cancelli Maurizio Landini e Pier Paolo Bombardieri porteranno Pd e M5S a sbattere è tutto da vedere.
Per ora quello che è accertato è che l’autonomia della Uil, da sempre perseguita con tenacia nella sua storia, è sacrificata alle logiche di una Cgil che si muove come un partito di opposizione.
La storia della Uil è infatti segnata dalla coerente e tenace rivendicazione di autonomia. Un’autonomia sognata e spesso realizzata: archetipo imprescindibile e costitutivo dell’Unione italiana del lavoro sin dai suoi primi passi nella difficile temperie del dopoguerra.
All’indomani della caduta del fascismo il movimento sindacale rinacque in un paese distrutto dalla guerra.
Dopo il 25 luglio Bruno Buozzi, che era a capo dei sindacalisti socialisti, fu nominato dal maresciallo Badoglio commissario della Confederazione fascista degli operai dell’industria. Con Buozzi collaborarono il comunista Giovanni Roveda e il democratico cristiano Giochino Quarello, nominati vicecommissari. L’unico fatto significativo del periodo fu l’accordo tra Buozzi e Mazzini, commissario della Confederazione degli industriali fascisti, con il quale venne decisa la ricostituzione delle commissioni interne e furono ammessi al voto nelle fabbriche tutti i lavoratori, anche quelli non iscritti al sindacato, per l’elezione, con criterio proporzionale, dei loro rappresentanti.
Il 3 giugno del 1944 venne firmato un accordo, noto come il Patto di Roma, che stabiliva la costituzione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Le trattative per gettare le basi di un nuovo movimento sindacale si svolsero a Roma nei primi mesi del 1944 tra il socialista Buozzi, il democristiano Grandi e il comunista Giuseppe Di Vittorio. Buozzi, arrestato ad aprile dai tedeschi, venne ucciso durante l’evacuazione di Roma, nei primi giorni di giugno e a raccogliere la sua eredità fu il comunista Di Vittorio, che sarà negli anni a venire uno dei massimi protagonisti della vita sindacale del Paese. Questo il quadro, necessariamente sintetico, dei principali avvenimenti.
Nella neonata Cgil convivevano varie anime cielleniste e resistenziali e trovavano cittadinanza le espressioni del sindacalismo prefascista.
Non è questa la sede per ricostruire le trattative e gli accordi che presiedettero alla formazione della Cgil e alla composizione dei suoi organismi dirigenti. Sta di fatto che la ripresa dell’attività sindacale postbellica avvenne con modalità unitarie, mutuate in gran parte dallo spirito ciellenista. Era pertanto inevitabile, e la storia si è incaricata di dimostrarlo, che quanto si era unito sotto una spinta esterna, quella dei partiti e delle formazioni politiche uscite dalla Resistenza, fosse esposto ai contraccolpi derivanti dai destini dell’unità politica. E infatti, quando questa ben presto venne meno, anche quella sindacale si incrinò.
La rottura dell’unità resistenziale, l’affermarsi della logica della “guerra fredda”, la divisione sempre più netta del mondo in due aree di influenza contrapposte, furono fattori che funzionarono da elemento catalizzatore di una reazione alchemica il cui risultato fu la nascita di organizzazioni sindacali di diversa impostazione ideale e ideologica e tra queste anche della Uil.
La distillazione da un unico miscuglio di liquidi diversi non fu del resto difficile e nemmeno frutto di violenza alla cultura e alla tradizione del sindacato italiano.
A questo proposito Umberto Romagnoli, nella sua prefazione al testo di Daniel L. Horowitz, sostiene opportunamente che “la più costante caratteristica dell’evoluzione del movimento sindacale italiano risiede nell’intimo rapporto tra quest’ultimo e i partiti politici”.[1]
Un rapporto che, “come si è verificato nell’immediato dopoguerra, ha finito con lo svuotare il sindacato dell’autonomia necessaria a consolidare una posizione capace di mantenere un apprezzabile margine di resistenza di fronte alle alterne vicende politiche”.[2]
Questo intimo rapporto è stato, sin dalle origini, fonte di preoccupata riflessione per quei sindacalisti, come il socialista riformista Rinaldo Rigola, i quali assegnavano al sindacato una funzione indipendente da quella dei partiti politici: quella, cioè, di garantire ai lavoratori conquiste immediate, sia pure senza escludere la necessaria attenzione ai problemi più generali. C’era in quei sindacalisti il rifiuto di ogni deviazione dagli obiettivi propri dei sindacati e dalla strumentalizzazione del sindacato a fini imposti da strategie politiche.
“Sono per l’amore libero – disse Rigola al Congresso della Cgil del 1908 – non solo, ma siccome questo movimento operaio è tanto giovane e tanto esuberante, mi parrebbe un peccato costringerlo alla monogamia”.[3]
Una monogamia che invece divenne presto costume: la Cgil con i socialisti, la Cil con il Partito Popolare, la Uil con repubblicani e anarcosindacalisti.
La parentesi fascista ha stretto il legame monogamico sino a renderlo soffocante. Non meno coinvolgente, peraltro, è stato il rapporto all’indomani della liberazione. Durante il periodo ciellenista “il movimento operaio italiano è stato, in effetti, come nei casi inglese, tedesco, americano e svedese, riunito in una sola organizzazione. Questa però aveva una particolarità, che non si ritrovava in nessun’altra situazione: l’unità poggiava su correnti politiche e non su correnti sindacali”.[4]
La rottura post-ciellenista ha così consegnato per anni il sindacato ad una funzione di collateralismo non solo alle strategie politiche nazionali, ma anche a quelle internazionali e perfino il processo di unificazione degli anni Settanta (la Flm, la Federazione delle confederazioni, ecc.) è stato funzionale alla strategia delle ampie intese e del compromesso storico di Moro e Berlinguer.
In quegli anni, tuttavia, un dato di novità c’è stato: il pansindacalismo. Di fronte ai partiti tradizionali e ai loro apparati, che sembravano inadatti al nuovo corso politico, il sindacato si è posto non più come livello di mediazione sociale a supporto di quella politica, ma come soggetto politico, compiendo un’invasione di campo che ha pagato duramente all’indomani dell’esaurirsi, anche drammatico, della stagione delle convergenze tra comunisti e democristiani.
La storia degli anni Ottanta è storia di smarrimento del ruolo politico, di dialogo a distanza, di rientro nei ranghi, di recupero del recinto; ma più in termini di negazione che di proposizione.
Lo scioglimento delle correnti nella Cgil, i fermenti nella Cisl e nella Uil, le prese di distanza dai partiti, non sono stati accompagnati da un uguale sforzo di elaborazione comune di nuove strategie.
La riflessione sulla storia e sulle radici ci porta necessariamente a considerare, sia pure per sommi capi, alcuni dati genetici del sindacato italiano.
Il movimento sindacale italiano ha le sue radici, per molti versi, nelle società di mutuo soccorso ed è quindi, per questa parte del suo corredo genetico, fortemente segnato dalla territorialità (le Camere del Lavoro) e dall’idealità (emancipazione, democrazia, solidarismo, uguaglianza). Le gilde sono lontane, non entrano nel patrimonio cromosomico: non a caso le Federazioni di categoria tendono in origine a venire relegate in un ruolo secondario e ad essere, per questo, a volte conflittuali con le organizzazioni territoriali.
Sin dalle origini, inoltre, nel movimento sindacale italiano si confrontano tre impostazioni: la lotta di classe (socialista, anarcosindacalista e poi comunista); la collaborazione di classe (ispirata alla dottrina sociale della Chiesa); l’evoluzione delle classi, ispirata dal mondo liberale-massonico e promossa dal mutuo soccorso e dall’istruzione.
Non c’è nel patrimonio genetico del sindacato italiano l’accettazione ideologica del sistema (come in America), con la conseguenza di organizzazioni sindacali fortemente conflittuali, ma non antagoniste, così come non c’è un’identificazione con il sistema impresa (come in Giappone), impossibile anche per la dimensione delle aziende italiane (in prevalenza piccole e medie).
Fatte queste considerazioni di ordine generale, torniamo alle vicende sindacali degli anni della caduta del fascismo, della Resistenza e della formazione della Repubblica.
Bruno Buozzi, all’indomani del 25 luglio, veniva nominato Commissario della Confederazione fascista degli operai dell’industria e avviava, così, la ripresa delle attività sindacali nell’Italia liberata.
Il determinarsi della “guerra fredda”, la divisione del mondo in due blocchi, le elezioni italiane e la vittoria della Democrazia Cristiana, fecero da cornice al rapido esaurirsi della logica unitaria del sindacato e da levatrici della rottura della Cgil e della conseguente formazione, attraverso un travaglio durato molti mesi, della Cisl e della Uil.
Fu in questa atmosfera, che abbiamo riassunto solo per titoli, che gli elementi non comunisti e non filocomunisti della Cgil cominciarono a preparare il loro esodo dall’organizzazione, in questo fortemente incoraggiati, anzi spinti, da influenti sindacalisti americani e da agenti del governo degli Stati Uniti [5].
La corrente democratico cristiana fu la prima a staccarsi dalla Cgil. La rottura, già in gestazione, trovò l’occasione di manifestarsi con l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948 e a causa del forte clima di tensione che si determinò nel Paese. La Cgil proclamò lo sciopero generale e Mario Scelba, ministro degli Interni, ne chiese la cessazione immediata. La Cgil a sua volta, in risposta alle sollecitazioni del governo, ne decise la fine per il 16 luglio a mezzogiorno. In quelle ore di discussioni febbrili, la corrente sindacale cristiana si riunì e alla fine della riunione Giulio Pastore annunciò che il suo gruppo aveva dato istruzioni per la ripresa del lavoro. I democratici cristiani da quel momento non parteciparono più alle riunioni degli organismi dirigenti della Cgil, mentre le Acli sostenevano che lo sciopero per l’attentato a Togliatti aveva infranto il Patto di Roma.
Il 20 luglio del 1948 il Comitato esecutivo della Cgil annunciò che i democratico cristiani con le loro azioni si erano posti al di fuori dell’organizzazione. La rottura si consumò dunque in pochi giorni, a dimostrazione del fatto che era matura e che l’unità, indotta dalla politica ciellenista, era fragile.
Già dal 1947, del resto, l’unità tra le componenti era evidentemente in crisi. I comunisti, che avevano il controllo della Cgil, spingevano per passare dal principio dell’uguaglianza nella formazione dei gruppi dirigenti a quello dell’effettiva rappresentatività.
I democratici cristiani e il Psli (Partito socialista italiano del lavoro) erano nella difficile posizione di apparire contrari all’applicazione di una formale democrazia interna alla Cgil. Giovanni Rapelli, che aveva sostituito Grandi, dopo la sua morte avvenuta il 28 settembre 1946, come segretario democristiano nella Cgil, protestò che con l’applicazione della rappresentanza proporzionale il partito più forte avrebbe controllato l’organizzazione e si mostrò pessimista sulla possibilità di esistenza dell’unità sindacale. I socialdemocratici del Psli indicarono la proposta comunista come una minaccia all’unità sindacale, protestando perché la rappresentanza proporzionale avrebbe significato il predominio dei leader politici di un partito sui lavoratori di altri partiti; ma era evidente, d’altronde, che i comunisti avrebbero portato la loro posizione nella Cgil e che il Psi l’avrebbe appoggiata.
Il 18 ottobre si tenne un’assemblea costituente, nel corso della quale fu fondata la Libera Confederazione Generale Italiana del Lavoro (Lcgil), con Giulio Pastore come segretario generale.
I sindacalisti repubblicani e del Psli, presi di sorpresa dall’azione dei democratici cristiani e risentiti per non essere riusciti a compiere un’azione coordinata con essi, decisero, nel frattempo, di rimanere nella Cgil e condannarono comunisti e democratici cristiani come responsabili della rottura. [6]
I repubblicani e i socialdemocratici nel frattempo si trovarono all’interno della Cgil in una posizione sempre più difficile.
Il quadro internazionale si andava deteriorando di giorno in giorno e le pressioni americane diventavano, di conseguenza, sempre maggiori. Gli Stati Uniti si adoperarono perché le correnti laico socialiste minori della Cgil si muovessero in sintonia con gli scissionisti cattolici di Pastore. Uno dei più spregiudicati in questa direzione fu Irwing Brown, sindacalista americano e agente della Cia .[7]
Il 4 giugno 1949 socialdemocratici e repubblicani diedero pertanto vita alla Federazione Italiana del Lavoro, Fil. Enrico Parri e Giovanni Canini, leader dei sindacalisti repubblicani e socialdemocratici, furono nominati congiuntamente segretari nazionali della nuova organizzazione.
Elemento scatenante della nuova scissione furono i fatti di Molinella, dove il 17 maggio 1949 si ebbe l’occupazione della sede della Camera del lavoro ad opera dei comunisti dopo la vittoria delle componenti del Psli. Vittoria che i comunisti contestavano. Ci furono scontri violenti e la situazione, resasi incandescente, fornì il destro alla nuova scissione. I fatti di Molinella, dunque, non furono altro che l’occasione operativa per attuare un programma che era già stato deciso a Washington il 12 aprile 1949, quando il segretario di Stato americano Dean Acheson aveva avuto un incontro riservato con tre ospiti italiani: Giulio Pastore, Giovanni Canini e Appio Claudio Rocchi. La Fil doveva essere una sigla fittizia, che avrebbe portato in breve tempo all’unificazione con la Lcgil di Pastore, anche le componenti laiche.
Le pressioni degli States si fecero consistenti e continue, con contatti personali e offerte d’aiuto economico. Gli americani, tuttavia, non avevano fatto bene i conti con le profonde radici del sindacalismo italiano e con una tradizione dello stesso che non era, come quella statunitense, di sindacato di sistema.
Tutti questi segnali fecero dunque crescere, nella base socialdemocratica e repubblicana, l’insofferenza verso la progettata unificazione fra Lcgil e Fil. Da Milano, Giulio Polotti, allora sindacalista del Pri, che era uscito dalla Cgil con la sua corrente e aveva partecipato alla fondazione della Fil, scrisse ad Enrico Parri una lettera di netto dissenso. La Fil aveva stipulato, in vista dell’operazione di confluenza, un patto di unità d’azione con la Lcgil. Polotti chiedeva che un uguale patto fosse stipulato con la Cgil. Affermava inoltre che il problema di un’eventuale unità organica con la Lcgil dovesse in ogni caso essere discusso in un congresso: “Se no, caro Parri, io e gli altri amici di Milano salutiamo la Fil”.[8]
Nelle fabbriche lombarde ci fu allora una cospicua minoranza di operai che nelle elezioni per i rinnovi delle commissioni interne, manifestarono dissenso verso la progettata bipolarizzazione. E’ significativa in proposito la testimonianza di Bruno Corti, allora giovane sindacalista socialdemocratico, il quale afferma: “Nei grandi stabilimenti del Nord, e in particolare nel Bresciano e nel Milanese, registravamo adesioni spontanee del 10-15 per cento. Si trattava di gente che era stanca di stare nella Cgil, ormai dominata dai comunisti, e che non intendeva aderire all’organizzazione di Pastore, definita il sindacato dei preti”.[9] Una testimonianza, quella di Corti, che in estrema sintesi dà pienamente il senso della distanza notevole che separava le correnti laiche dalla cattolica Lcgil. Una distanza che era il portato della storia del nostro Paese e della quale gli americani non avevano tenuto ben conto. “Lo stesso errore – aggiunge Corti[10] – che gli americani fecero in politica, con l’appoggio totale alla Dc. Essendo gli americani in prevalenza di religione protestante ed ebraica, questa Italia terra del Papa non li vedeva particolarmente entusiasti, ma la Chiesa era una struttura organizzata capillarmente e la Dc e la Cisl erano ad essa intimamente legate. Gli americani fecero pertanto un ragionamento di real politik e scelsero di appoggiare chi era in grado di contrastare il comunismo. Soltanto le organizzazioni massoniche americane, nelle quali c’erano anche alcuni emigrati come il socialista Vanni Montana, esiliato durante il periodo fascista oltre oceano, lavorarono per aiutare i laici e per impedire che l’Italia fosse divisa tra cattolici e comunisti. La Uil fu aiutata da questi ambienti e da uomini come Vanni Montana, massone e responsabile di un sindacato dei tessili e da Walter Reuter, anche lui massone e responsabile del Cio, il sindacato dell’auto. Il Dipartimento di Stato americano, e lo posso affermare con cognizione di causa, visto che ero io stesso a tenere i rapporti con l’America per conto della Uil, guardò alla Chiesa, alla Cisl e alla Dc, non certamente a noi”.
Il 5-6 febbraio 1950, al congresso della Fil a Napoli, si era avuta l’espulsione dei sindacalisti repubblicani Giulio Polotti, Raffaele Vanni e Aride Rossi, attivi nella battaglia “antifusionista” e la Fil marciò, sia pure tra contrasti interni non sopiti, verso l’unificazione.
Il primo di maggio del 1950 venne costituita ufficialmente la nuova organizzazione, frutto della fusione, con il nome di Confederazione Italiana Sindacati dei lavoratori (Cisl).
Mentre la Cisl si strutturava ed assorbiva quanto possibile del sindacalismo organizzato nella Fil, i sindacalisti socialisti autonomi, nel frattempo staccatisi dalla Cgil e i gruppi della Fil che si erano opposti all’unificazione, si erano resi definitivamente indipendenti, fondando il 5 marzo del 1950 una nuova confederazione col nome di Uil, Unione Italiana del Lavoro.
L’assemblea di fondazione si tenne a Roma il 5 marzo, con la presenza di Ferruccio Parri e con la partecipazione di circa trecento rappresentanti delle camere sindacali che si erano dichiarate autonome dalla Fil.
Il documento che i trecento delegati votarono come atto costitutivo della nuova organizzazione sindacale si articolava in cinque punti.
La Uil si impegnava a: 1) raccogliere e realizzare, nella lotta contro l’egoismo delle classi capitalistiche e l’insufficienza della politica del governo, le aspirazioni della classe lavoratrice in piena indipendenza da ogni ingerenza politica, governativa o confessionale, nella visione di una migliore società; 2) darsi, ai fini della sua funzionalità e per il conseguimento dei suoi obbiettivi, la massima articolazione strutturale nelle categorie, opportunamente coordinandole, nell’assoluto rispetto della loro autonomia; 3) imprimere allo sviluppo dell’azione sindacale una procedura rigidamente democratica tale da rendere i lavoratori partecipi e coscienti delle lotte che affrontano; 4) impegnarsi ad imporre alle altre organizzazioni sindacali, nei limiti più ampi possibili ed attraverso un sano e coerente indirizzo sindacale, impostazioni e soluzioni unitarie dei problemi che interessano i lavoratori; 5) intervenire attivamente in tutti i problemi di politica sociale ed economica ed ogni volta che, direttamente o indirettamente, siano in gioco le sorti della classe lavoratrice. [11]
“La nascita della Uil – scrive in proposito Turone – fu in Italia il primo evento dissonante da ciascuna delle due logiche in cui si divideva il mondo: perché le forze che le avevano dato vita aderivano alla politica centrista, ma avevano preso l’iniziativa in disobbedienza ai disegni di chi su quella politica esercitava un ruolo egemonico”.[12]
I riferimenti ideali e politici della nascente Uil furono dunque quelli di un sindacalismo autonomo, laico, non dogmatico, vicino alla tradizione del socialismo riformista e libertario, dei repubblicani, degli azionisti come Ferruccio Parri, applauditissimo al congresso di fondazione, del socialismo liberale di Carlo e Nello Rosselli.
Le radici alle quali si ispirò negli anni Cinquanta la Uil sono tuttavia più profonde e ci riportano all’esperienza di quei sindacalisti che avevano favorito la partecipazione italiana alla guerra e avevano combinato un forte nazionalismo con il loro orientamento sindacalista.
Verso la fine della guerra, questi sindacalisti, nel maggio 1918, riorganizzarono l’Unione Italiana del Lavoro, organizzazione che, oltre ai sindacalisti che avevano appoggiato la guerra, comprendeva socialisti e repubblicani, con un identico orientamento. Il programma respingeva ogni rapporto con i partiti politici, dichiarava di opporsi al capitalismo e di essere favorevole alla direzione operaia della produzione, distribuzione e scambio; per quel che riguardava la nazione, la classe operaia non l’avrebbe respinta, ma conquistata.
La Uil aveva avuto un suo primo inizio, subito travolto dagli eventi bellici, nel 1914 quando fu fondata da Filippo Corridoni, Cesare Rossi, Michele Bianchi, Alceste De Ambris ed Edmondo Rossoni, con l’intento di favorire l’unità sindacale.
I fondatori della Uil erano massoni ed è interessante notare come le linee ispiratrici della nuova organizzazione sindacale fossero quelle di una democrazia del lavoro che troviamo successivamente esplicitate in forma organica nel discorso di insediamento pronunciato dal Gran maestro del Grande Oriente d’Italia Domizio Torrigiani il 23 giugno 1919, laddove diceva: “Anche noi auspichiamo il giorno in cui ogni valido sia sottoposto al lavoro. E se noi massoni possiamo tra noi considerare come la moderna valutazione del lavoro onde ebbe origine ed ha vigore la protesta sociale, la quale sommuove e innalza in tanta parte del mondo le masse lavoratrici e le profonde plebi, ebbe nel Tempio la sua preparazione psicologica; noi possiamo altresì proclamare che siamo lontani da respingere, anzi invochiamo l’avvento di una Democrazia del lavoro in cui per avere capacità di diritti sia condizione indispensabile una reale ed effettiva operosità come nell’antica Democrazia d’una città d’Italia fu necessario per godere dei diritti pubblici essere iscritti ad un’arte. Io credo anzi, o fratelli, che tale debba essere l’indirizzo della nostra azione: noi dobbiamo promuovere ed imporre in Italia il concetto di una Democrazia del lavoro. Integrare il riconoscimento dei diritti del lavoro con la devozione alla Patria, che è per noi gradino dell’Umanità; tale sia il nostro volere. … Ma la borghesia italiana non deve e non dovrà porsi come nemica di contro al popolo lavoratore; ella deve fondersi a lui e illuminare generosamente e saggiamente la impreparazione di lui alla gestione della cosa pubblica in una collaborazione che deve essere sincera e piena a qualunque costo. Deve essa avviare tutto il popolo lavoratore alla conquista dello Stato, che a lui spetta e che da lui sarebbe spezzato e travolto se s’intendesse di arrestare o frodare il corso della evoluzione sociale. Soltanto così si difende lo Stato e con lo Stato si difendono i più preziosi beni. Si difende lo Stato liberandolo dal predominio di quei ceti i quali hanno cercato di ridurlo ad uno strumento di protezione dei loro interessi particolari; si difende aprendolo al popolo lavoratore; si difende contrastandone la conquista ad ogni dittatura di classe, più fieramente ed in ogni modo a quella delle classi più impreparate, come si difende affermandone nel pensiero e nell’azione il concetto ed i diritti contro l’antica pretesa sopraffattrice della Chiesa, che non disarma”.[13]
Nel gennaio 1919 la Uil contava 162 mila iscritti e, pur rafforzandosi considerevolmente nei due anni successivi, rimase all’incirca nella stessa posizione dell’Usi: un movimento sindacale di minoranza.
Ora, in barba alle radici, la Uil naviga verso un movimentismo antagonista che non è più nemmeno quello originario in base al quale è nato il Movimento Cinque Stelle.
La distanza tra le origini del Movimento Cinque Stelle e il partito di Giuseppe Conte è testimoniata da un’intervista Libero Quotidiano di Davide Casaleggio, il quale si è detto dispiaciuto per i magri risultati raggiunti negli ultimi tempi dal Movimento Cinque Stelle: “In alcune regioni l’1,8% rispetto all’11% che aveva prima quando lo seguivo direttamente”.
Il figlio di Gianroberto Casaleggio, co-fondatore del Movimento assieme a Beppe Grillo, imputa questo flop alla leadership di Giuseppe Conte: “Una gestione che a mio avviso non c’entra più niente con quella che avevamo pensato all’inizio”.
Secondo Casaleggio non è più il M5S fondato dal padre, basato sulla democrazia dal basso. L’ex presidente del Consiglio, ha detto Casaleggio, “si è fatto votare come monocandidato. Una cosa che nessun partito ha mai fatto in Italia, ma neanche in Europa: quella di avere un unico candidato alla leadership”.
Fare da ruota di scorta alla Cgil in un percorso di opposizione politica al Governo e farlo guardando al Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte, è decisamente allontanarsi dalla tradizioni e dalle radici ideali costitutive dalla Uil.
Per ora non resta che constatare la metamorfosi, in attesa di vederne i risultati.
[1] Daniel L. Horowitz, Storia del movimento sindacale in Italia, Il Mulino, 1970.
[2]Ibidem
[3]D. L. Horowitz, Storia del movimento sindacale in Italia, Il Mulino, 1970.
[4]Gilles Martinet, Sette sindacati per sette paesi, Laterza, 1980
[5] Vedi in proposito S. Turone, Storia dell’Unione Italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990
[6] Vedi in proposito D. L. Horowitz, Storia del movimento sindacale in Italia, Il Mulino, Bologna, 1970-
[7] Vedi S. Turone, Storia dell’Unione italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990.
[8] In S. Turone, Storia dell’Unione italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990, pag.75
[9] In S. Turone, Storia dell’Unione italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990, pag.75
[10]Testimonianza resa all’autore
[11]Documento riportato dalla Voce Repubblicana del 7 marzo 1950 e citato in S. Turone, Storia dell’Unione italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990, pag. 93 e in Aldo Forbice, Scissioni sindacali e origini della Uil, Ed. L.I. Roma, 1981.
[12] In S. Turone, Storia dell’Unione italiana del lavoro, Franco Angeli, Milano, 1990, pag.92
[13] Discorso pubblicato su “Rivista Massonica” del giugno-settembre 1919 e riportato in: Gianni Vannoni, Massoneria, Fascismo e Chiesa cattolica, Laterza, Bari.





