La caduta di Yermak e la ridefinizione del potere strategico a Kyiv con le dimissioni di Andrii Yermak, che per anni è stato il più influente consigliere di Volodymyr Zelensky, arrivano in un momento in cui la guerra sta entrando nella sua fase negoziale più fragile. Non è un fatto amministrativo, ma un terremoto politico che ridisegna gli equilibri del potere a Kyiv proprio mentre Washington intensifica la pressione affinché l’Ucraina definisca un percorso credibile verso un cessate il fuoco.
Il detonatore è l’“operazione Midas”, la più vasta indagine anticorruzione nel settore energetico dall’inizio dell’invasione russa. La perquisizione nell’appartamento di Yermak, pur senza un’accusa formale, ha incrinato il centro di gravità della Presidenza: il suo nome, accostato a un’inchiesta che tocca il cuore della sicurezza energetica, ha subito avuto un impatto politico enorme.
La forza destabilizzante dell’indagine è evidente. Da un lato, sfiora gli intrecci economici legati al mondo imprenditoriale vicino a Zelensky, incluso Tymur Mindich, figura chiave del sistema mediatico del presidente e secondo gli inquirenti possibile regista di un circuito di tangenti. Dall’altro, mette in tensione la narrativa occidentale dell’Ucraina come Paese impegnato in un percorso irreversibile di riforme e trasparenza: una narrativa fondamentale per ottenere sostegno politico e militare in un momento di negoziati sensibili.
Yermak era molto più di un capo di gabinetto: era il fulcro decisionale del potere ucraino. Su di lui convergevano diplomazia, intelligence, relazioni internazionali e gestione delle crisi. La sua uscita disarticola quindi non solo una squadra, ma un metodo di governo. Yermak aveva modellato la posizione ucraina sulla questione più delicata del dopoguerra: nessuna concessione giuridica sui territori occupati, ma flessibilità nel definire una linea di contatto provvisoria basata sul fronte reale.
Questa era la postura che aveva reso possibili i primi colloqui informali con Washington sui 28 punti, il quadro di garanzie, sicurezza e riforme richiesto dagli Stati Uniti come base per qualsiasi dialogo con Mosca. La sua caduta apre ora una zona di incertezza: la continuità della linea negoziale non è più scontata e gli stati Uniti, dovranno verificare che il futuro staff presidenziale mantenga la stessa coerenza.
Zelensky ha risposto distribuendo il peso diplomatico a una triade tecnico militare: Andrii Hnatov, generale dei marine, rappresentante della nuova élite strategica; Andrii Sybiha, ministro degli Esteri, garante del dialogo con Washington e Bruxelles e Rustem Umerov, segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, figura ponte tra difesa, finanza e mondo musulmano. La mossa si pone due obiettivi: rassicurare gli alleati sulla continuità delle posizioni ucraine e dimostrare che il potere presidenziale non è più accentrato in una sola figura.
Ma non elimina la fragilità del momento: la ristrutturazione avviene mentre negli Stati Uniti cresce lo scetticismo del Congresso e mentre una parte della maggioranza ucraina invoca addirittura un governo di unità nazionale. Il nodo centrale non è l’indagine, ma ciò che essa rimette in discussione: i negoziati costruiti intorno ai 28 punti statunitensi.
Sicurezza multilivello, controllo del cessate il fuoco, gestione dello spazio aereo, regime delle zone di contatto, supervisione internazionale, riforme strutturali: tutto dipende dalla stabilità politica di Kyiv. La crisi di Yermak può diventare un argomento per accelerare l’accordo, ma potrebbe anche irrigidire Kyiv temendo di apparire debole proprio mentre rinegozia il suo futuro territoriale.
La caduta di Andrii Yermak segna la prima vera frattura nel sistema di comando che ha guidato l’Ucraina durante la guerra. Accade proprio mentre gli Stati Uniti chiedono una posizione univoca e credibile su cui costruire il negoziato. La vulnerabilità interna rischia ora di diventare una variabile esterna:
un elemento su cui attori stranieri amici e avversari possono esercitare pressione.
Per l’Ucraina, e per l’intero equilibrio euroatlantico, si apre una fase in cui ogni scelta, ogni segnale diventa un macigno più del precedente. La finestra negoziale esiste, ma attraversarla richiede una coesione politica che Kyiv, oggi, deve dimostrare di saper ricostruire e non è scontato.




