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UCRAINA, GLI USA PUNTANO A CONGELARE IL CONFLITTO E L’ITALIA SI ALLINEA

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Siamo nel 1849, le sconfitte dell’esercito piemontese e la scarsa organizzazione di quello veneto permisero agli austriaci di riprendere Venezia, dopo una strenua resistenza. La città capitolò il 22 agosto 1849, quando Manin firmò la resa, pochi giorni prima di prendere la via dell’esilio.

Arnaldo Fusinato, volontario nella difesa di Venezia, diede l’addio alla sua città con una poesia divenuta famosa:

“È fosco l’aere, il cielo è muto,

ed io sul tacito veron seduto,

in solitaria malinconia

ti guardo e lagrimo,

Venezia mia!

Fra i rotti nugoli dell’occidente

il raggio perdesi del sol morente,

e mesto sibila per l’aria bruna

l’ultimo gemito della laguna.

Passa una gondola della città.

“Ehi, dalla gondola, qual novità?”

“Il morbo infuria, il pan ci manca,

sul ponte sventola bandiera bianca!”

No, no, non splendere su tanti guai,

sole d’Italia, non splender mai;

e sulla veneta spenta fortuna

si eterni il gemito della laguna.

Venezia! l’ultima ora è venuta;

illustre martire, tu sei perduta…

Il morbo infuria, il pan ti manca,

sul ponte sventola bandiera bianca!

[…]”.

Quei versi di quasi due secoli fa potrebbero essere riportati all’attualità dell’Ucraina, illustre martire di una guerra per procura, dove gli eserciti Nato se ne stanno alla finestra, gli alleati procuratori non hanno armi e munizioni a sufficienza, nonostante le chiacchiere e le spacconate di Macron (cacciato dall’Africa e guerrigliero in Europa) e l’Ucraina è senza risorse di armi e di uomini.

La bandiera bianca può essere il segno della resa? Si, della resa alla realtà.

Papa Francesco lo ha detto in modo molto chiaro, facendo un esame di realtà assai crudo: “E’ più forte chi pensa al popolo, chi ha il coraggio della bandiera bianca? Quando vedi che sei sconfitto, che le cose non vanno, occorre avere il coraggio di negoziare. Hai vergogna, ma con quante morti finirà?”.

Ora il Vaticano tenta di sfumare il messaggio, ma quel che è detto è detto e Papa Francesco ha detto chiaramente che l’Ucraina è sconfitta e deve alzare la bandiera bianca per arrendersi alla realtà e entrare nella logica della trattativa.

A quanto ci è dato di intendere, con il licenziamento di Victoria Nuland, sodale di George Soros nell’organizzare la rivolta arancione di Maidan che ha innescato le tensioni con Mosca e che ha prodotto le conseguenze che conosciamo, gli Usa hanno dato un segnale chiaro che la vecchia logica obamiana, incarnata dal plenipotenziario per l’Ucraina Joe Biden, al tempo vice di Obama, non funziona. L’idea di accerchiare la Russia e di ridurla a potenza minore inoffensiva non ha funzionato e ha solo prodotto la morte per procura di migliaia di persone e il disastro economico e militare dell’Ucraina.

Forse dobbiamo completare la frase non carina di Joe Biden rivolta a Putin: “Figlio di puttana” con un: “Mi hai fregato”.

Da quanto ci è dato di capire, il deep state Usa non vuole una resa, per non perdere la faccia, ma probabilmente un congelamento, un cessate il fuoco alla coreana, che di fatto significa una pace mascherata che non ufficializza la sconfitta.

In questo modo la Russia si tiene il Donbass e la Crimea, non avanza pretese su Odessa, e l’area si raffredda, consentendo all’Ucraina la ricostruzione e l’accesso al mare.

Il congelamento serve agli Usa per guardare con più attenzione al quadrante del Pacifico e a risolvere le questioni mediorientali, dove l’intesa tra Israele e Stati arabi sunniti è il punto fondamentale per la stabilità dell’area.

Ovviamente questo significa fare i conti con l’Iran e, quindi, con la Russia.

La fine della guerra in Ucraina potrebbe significare uno stop anche all’attivismo di Teheran, con tutto quanto questo significa: Israele, Gaza, Mar Rosso, aumento dei noli, aumento delle merci, inflazione e via discorrendo.

Congelare il conflitto serve agli investitori della ricostruzione e all’intera Europa, considerando che rimettere in sesto l’Ucraina rappresenta un business colossale.

In questa logica, Washington e Mosca si parlano, si parleranno e continueranno a parlarsi, anche per evitare che la Russia stia troppo legata alla Cina e all’Iran.

Un nuovo dialogo avrà nuove ripercussioni su tutti i fronti: economico, energetico, finanziario, militare.

In buona sostanza, l’aria che tira da oltre Atlantico, è di mettere la diplomazia in azione e di smorzare gli spiriti bellicosi.

In questa direzione, l’Italia, che si è profusa in abbracci troppo stretti con Zelensky per dimostrare la totale adesione all’atlantismo (i convertiti devono dimostrare fedeltà), ha subito capito l’antifona e si è già rapidamente allineata.

“Francia e Polonia – ha detto il ministro Crosetto in un’intervista a La Stampa – non possono parlare a nome della Nato, che fin dall’inizio è stata formalmente e volontariamente tenuta fuori dal conflitto. Portare truppe a Kiev significa fare un passo verso un’escalation a senso unico che cancellerebbe la strada della diplomazia. Non ha senso porre ora, dopo due anni di guerra, questo ragionamento”.

Per Crosetto la sproporzione nelle truppe e la denuncia di Volodymyr Zelensky sui rifornimenti militari troppo lenti “sono temi rilevanti che ho sempre messo su ogni tavolo.

Così come quello della conversione della Russia in un’economia di guerra, che la rende più attrezzata e agile della Nato nella produzione di armi. L’Occidente ha scoperto di avere una capacità produttiva molto inferiore rispetto a quella russa, e ha bisogno di tempo per

invertire la rotta. Continuiamo a dare sostegno a Kiev, ma bisogna pensare a come aiutarli a riconquistare libertà, territorio e sicurezza anche in un altro modo, cioè attivando con maggior forza le vie diplomatiche. Ora si sta muovendo il presidente turco Erdogan, incontrando Zelensky. Mi auguro che su quel tavolo si possano fare passi avanti”.

Non sono le stesse parole di Papa Francesco, ma l’esame di realtà è lo stesso.

Riguardo a Macron e alle sue esternazioni, dietro le quinte c’è sempre l’idea di un esercito europeo, garantito dall’atomica francese e dalla spacconaggine della Grandeur. Il fatto è che un esercito europeo c’è già ed è composto dagli eserciti che partecipano alla Nato, ossia all’Alleanza Atlantica, della quale l’Unione Europea è il mercato di riferimento e niente più.

Un’Europa senza costituzione, gestita da un pateracchio giuridico, esistente solo in quanto burosauro, banca centrale ed euro, non può avere un esercito e anche il dichiarato, da parte della Von der Leyen, futuro Commissario europeo alla Difesa non può essere che l’ennesimo chiacchierone, che si accasa nel cortile delle chiacchiere di Bruxelles. Uno dei tanti attori starnazzanti sulla scena pietosa di un’Europa in declino.

L’esercito europeo, per ora e per molti anni a venire, si chiama Nato e senza gli Usa la Nato è solo un insieme di debolezze. E un insieme di debolezze non fa una forza.

Meglio, dunque, darsi una calmata e guardare in faccia la realtà e se la realtà ti dice che è necessaria la bandiera bianca quella è la realtà e non altro.

“Ehi, dalla gondola, qual novità?”

“Il morbo infuria, il pan ci manca,

sul ponte sventola bandiera bianca!”

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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