Home Politica estera UCRAINA, E’ L’ORA DEL BUON SENSO

UCRAINA, E’ L’ORA DEL BUON SENSO

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di Giuseppe Augieri

Riprende la guerriglia verbale sulla guerra in Ucraina, un faccia a faccia tra contrapposizioni non nuove, alimentate ora dalle parole del Papa sulla opportunità di una trattativa. Con il corredo di critiche, alcune – secondo me – condite da forzature logiche, mistificazioni storiche e espedienti dialettici.
La sostanziale differenza tra le tesi sul tappeto non è – con tutto il rispetto per gli “estremisti della parola” – se giustificare o meno Putin: chiunque, anche chi fa l’elenco delle tantissime forzature e provocazioni fatte alla Russia, è convinto che nulla può giustificare l’invasione. Ma dare del “putinista” è di moda: ed il mantra non va mai smentito anche quando si dovrebbe.
Stavolta ci si è soffermati, rinfocolando le polemiche, sulla “bandiera bianca” citata dal Papa: per cui il Pontefice, un po’ avanti con gli anni e dunque non più lucido, confonderebbe la trattativa con la resa, la domanda di pace con il calarsi i pantaloni.
Ovviamente non tocca a me difendere Francesco, pur essendo convinto che le parole dette esprimevano un concetto preciso e ineludibile. Propongo invece solo una riflessione sul ritorno sulla scena di una discussione che vuole ignorare che “fare il giusto” non sempre è “possibile”; ma soprattutto ripropone la innata capacità di porre domande agli altri e mai a se stessi.
Do per scontato che si comprenda la prima differenza. Nel mondo fatto di materia e vissuto da umani, in attesa dell’Eden, le due condizioni coincidono difficilmente: anche perché “giusto” è un concetto opinabile. Non sono io a dirlo: è la vita da quando è nato l’uomo.
Sulla seconda, invece, capisco che ci vuole molto coraggio per sfrondare (Ockham, dove sei?) di arricchimenti ideali – di fronte ai quali mi scappello, e lo dico senza alcuna ironia – il fatto così com’è: obiettivamente spesso bruttissimo quando lo rendi nudo.
Lo faccio a modo mio, riepilogando tutta una serie di certezze, quelle opposte da molti ai “criptoputinisti”: Putin, gravemente malato, doveva morire due anni fa, ma invece è vivo e vegeto; la Russia, investita dal sacro furore della resistenza patriottica ucraina, ma soprattutto dalle armi dell’occidente, doveva essere sconfitta sul campo un anno e mezzo fa ed invece va avanti; la volontà popolare russa di cacciare via il despota doveva trionfare e invece Navalny muore e di rivoluzioni, ma anche solo rivolte di popolo, purtroppo non se ne vedono; le sanzioni economiche avrebbero dovuto rompere le reni alla Russia ed invece le prospettive di crescita del suo PIL sono notevolmente migliori di quelle europee; la Russia, che doveva trovare un ostracismo politico internazionale, ha stretto un’alleanza con Cina, con il BRICS allargato a importanti Stati africani, con pezzi importanti del MO ed è oggi un avversario cento volte più potente di prima. E mi fermo qui perché non mi piace sparare sulla Croce Rossa.
Ma, soprattutto, la convinzione che Putin avrebbe solo agitato lo spettro nucleare ma non lo avrebbe mai davvero usato ha preso una musata contro il muro costituito dai giorni di terrore che hanno pervaso i benpensanti governi occidentali, USA compreso, quando a fine estate 2022, al solo accenno di difficoltà serie sui campi di battaglia, ci si è resi conto che Putin si preparava ad usare il nucleare tattico. Per cui il suo richiamo a utilizzare tutta le deterrenza nucleare, perché non intende essere sconfitto, si è avuta certezza che era una sincera promessa e non una minaccia.
Ecco. Quando si parla di Ucraina e del cosa fare si ragiona, senza dirlo apertamente, sulla speranza che accadano uno o più di questi elementi: che il ricatto nucleare non sarà mai messo in atto; che la guerra la vinca l’Ucraina sul campo; che Putin, accusato di crimini di guerra, sia disponibile ad essere sostituito da persona “ragionevole”; che il nuovo blocco al quale fa parte oggi la Russia sia disponibile a perdere la prima battaglia (che magari sta facendo malvolentieri). Le sole condizioni che consentirebbero di poter andare ad una trattativa, senza dover dichiarare che si è consapevoli di non poter tornare alle situazioni che esistevano prima dell’inizio dell’invasione. La “bandiera bianca” di Francesco. Perché con questa guerra c’è un prima e c’è un dopo: speriamo non un ei fu.
Dunque tutto riposa su una scommessa. E nessuno se lo dice.
A me questo gioco non piace: la posta è troppo alta.

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  • Redazione

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