
Nel caos siriano una notizia certa è arrivata. Trump non vuole che gli Stati Uniti siano coinvolti nell’attuale scontro tra i ribelli, dietro i quali c’è la Turchia, e le forze regolari di Assad, dietro le quali ci sono Russia, Hezbollah e Iran.
Gli Stati Uniti sono ampiamente coinvolti in Siria, ma nella zona controllata dai curdi del Pkk, i quali sono nemici della Turchia.
Il personale militare statunitense operante nell’ambito della Combined Joint Task Force Operation INHERENT RESOLVE (CJTF-OIR) è presente in 13 basi/avamposti distribuite tra Iraq (5 strutture che ospitano circa 2.600/2.700 uomini) e Siria (8 strutture per 1.000/1.100 soldati).
In buona sostanza, Trump non vuole mettersi in mezzo ad una situazione fluida che vede protagonista la Turchia e che potrebbe vedere cadere il regime di Assad, con conseguenze di riassetto complessivo della situazione medio orientale.
Gli Stati Uniti, ha scritto Donald Trump sulla sua piattaforma Truth “non dovrebbero avere nulla a che fare” con la Siria. “La Siria è un disastro, ma non è nostra amica” e “questa non è la nostra battaglia”, ha dichiarato Trump, concludendo di “non farsi coinvolgere”.
Trump ha fatto presente che la situazione a Damasco potrebbe precipitare e che la Russia non è in grado di intervenire: “I combattenti dell’opposizione in Siria, in una mossa senza precedenti, hanno preso il controllo totale di numerose città, in un’offensiva altamente coordinata, e ora sono alla periferia di Damasco, ovviamente pronti a fare una grande mossa per eliminare Assad. La Russia, poiché è così impegnata in Ucraina, e con la perdita lì di oltre 600 mila soldati, sembra incapace di fermare questa vera e propria marcia attraverso la Siria, un Paese che ha protetto per anni”. Trump, inoltre, ha criticato l’operato dell’ex presidente Barack Obama, per aver “rifiutato di onorare il suo impegno di proteggere la linea rossa nella sabbia” favorendo l’intervento della Russia, il cui unico guadagno in Siria è stato quello “di far sembrare Obama davvero stupido”.
Per ora una cosa è certa: Trump si smarca da una situazione il cui unico vincente è la Turchia, che sta dietro ormai apertamente alle forze ribelli e il cui unico perdente è l’Iran, che perde un alleato prezioso.

Secondo le ultime notizie nella serata di ieri i ribelli avrebbero preso Homs e la base aerea a Palmira.
Libano e Giordania hanno chiuso i confini. Gli Usa hanno chiesto ai loro concittadini di lasciare il Paese.
Un gruppo di ribelli anti-regime ieri, in un video, hanno mostrato il vessillo della statua di Hafez al-Assad, padre dell’attuale presidente siriano Bashar al-Assad, nel sobborgo di Jaramana, a Damasco, un settore a maggioranza drusa e cristiana.
I ribelli, guidati dagli islamisti di Hayat Tahrir al-Sham (Hts), sono un insieme di varie fazioni sunnite la cui operazione ha come regista la Turchia che, in questo modo, si propone come attore forte nell’area nei confronti della Russia, che ha le sue basi strategiche per la permanenza nel Mediterraneo sulla costa a Tartus e Latakia e anche nei confronti di Israele che, pur avvantaggiato dalla eliminazione dalla Siria dell’influenza di Teheran, potrebbe non essere molto felice di dover avere a che fare con Erdogan, il quale sulla questione palestinese si è mostrato un feroce critico di Tel Aviv.
Con il crollo del regime di Assad la Siria è praticamente divisa in due parti, l’una, che nella cartina è in verde alla quale si aggiunge quella rossa in mano alle milizie ribelli sunnite guidate dalla Turchia e l’altra, in giallo, nelle mani dei curdi, che della Turchia sono nemici, sostenuti dagli Usa.
Fuori gioco Hezbollah e iraniani.
Se allarghiamo l’orizzonte e guardiamo agli interessi americani, russi e, a questo punto turchi, possiamo ipotizzare alcuni scenari, per ora assai liquidi.
Il primo riguarda un conflitto tra imperi: quello persiano e quello turco, in veste di confronto tra sciiti e sunniti.
L’operazione siriana di Erdogan toglie di mezzo o, comunque riduce di moltissimo, l’influenza iraniana nell’area, riducendo ai minimi termini anche Hezbollah, con indubbio vantaggio di Israele, che potrebbe assestarsi stabilmente nel sud del Libano.
Le sorti del Libano, in gran parte segnate dalla presenza di Hezbollah e dal regime di Assad, potrebbero avere come nuovo interlocutore la Turchia.
Riguardo alla Russia, non bisogna dimenticare che la Turchia è membro della Nato, ma è anche in buoni rapporti con Mosca e assicurando le basi siriane russe di Tartus e di Latakia potrebbe porsi come possibile mediatore nella vicenda ucraina, ma anche come nuovo dominus del Mediterraneo.
E qui entriamo nel ballo medio orientale anche noi.
In Libia il cessate il fuoco tra est e ovest, raggiunto nel 2020, è ancora in vigore e in gran parte della Libia prevale una fragile calma.
Nel frattempo, in Cirenaica, governata di fatto da Haftar, il dispiegamento di forze militari rappresenta un nuovo importante sviluppo, con implicazioni per la sicurezza della Libia, dell’Europa meridionale e del Sahel, dove la Francia è stata cacciata in malo modo e sono arrivati i russi.
“La Russia – si legge sul sito dell’Ispi – ha recentemente incrementato la propria presenza militare in Libia”.
In particolare, oltre alla presenza di 1800 soldati e mercenari, il porto di Tobruk e la base di al-Khadim, nel nord-est della Libia, e le basi di al-Jufrah e Brak al-Shati, nella Libia centrale, rappresentano ormai da tempo importanti punti di svincolo per il trasferimento di armi e forze militari russe verso l’Africa subsahariana.
Secondo l’Ispi l’obiettivo a lungo termine del Cremlino sarebbe quello di costituire una forza militare permanente di 20.000 uomini per perseguire operazioni militari, politiche e commerciali in Medio Oriente e in Africa.
Non bisogna dimenticare che attualmente la Libia è divisa in due parti con la Tripolitania sotto influenza turca e la Cirenaica sotto influenza russa.

Nella cartina tratta da Limes la spartizione della Libia
E’ del tutto evidente che un controllo turco della Siria redistribuisce le carte relative al teatro del Mediterraneo, ponendo la Turchia in una posizione, per ora, di forza.
Non è detto, tuttavia, che, caduto Assad, il fronte dei ribelli rimanga unito e alle dipendenze della Turchia.
Le vicende medio orientali insegnano che gli equilibri sono instabili e le alleanze seguono geometrie variabili.
In ogni caso, allo stato attuale dei fatti, la Turchia ha assunto un ruolo importante anche nel quadro di una possibile mediazione per nuovi equilibri mondiali.
Non a caso, la diplomazia turca è già all’opera.
A margine del Forum a Doha sono iniziati i colloqui tra Iran, Russia e Turchia sulla situazione in Siria.
I tre ministri degli esteri, Abbas Araghchi per l’Iran, Serghei Lavrov per la Russia e Hakan Fidan per la Turchia, si riuniscono – ricorda l’agenzia iraniana Irna – nel cosiddetto “formato Astana”, da una riunione del 2017 nella capitale del Kazakistan, che fu convocata per garantire il futuro equilibrio politico-strategico in Siria, che i recenti sviluppi sembrano sovvertire completamente.
In tutta questa partita l’Europa è totalmente fuori gioco.





