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Trump apre la corsa alla successione

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corsa alla successione

Vance o Rubio per il futuro dell’America?

A Washington la corsa per il “dopo Trump” sembra essere già iniziata.

E il fatto più interessante non è soltanto la crescente attenzione verso JD Vance e Marco Rubio come possibili eredi politici del trumpismo, ma il modo in cui la stessa amministrazione americana sta lasciando emergere pubblicamente il tema della successione.

La scena avvenuta nel Rose Garden della Casa Bianca durante la cena organizzata da Donald Trump non è stata una semplice battuta politica.

Quando il presidente ha chiesto agli ospiti “A chi piace JD Vance? A chi piace Marco Rubio?”, evocando poi un possibile “dream team” con Vance presidente e Rubio vicepresidente, ha mandato un messaggio preciso all’establishment repubblicano e agli equilibri interni del Partito Repubblicano.

Trump sa perfettamente che il vero problema strategico del trumpismo non è più vincere una singola elezione, ma trasformarsi in una struttura politica stabile capace di sopravvivere allo stesso Trump. È questa la vera partita che si sta aprendo dentro Washington.

Per anni il trumpismo è stato identificato quasi esclusivamente con la figura personale di Donald Trump, carisma, comunicazione diretta, conflitto permanente con media e establishment, capacità di mobilitare un elettorato trasversale e polarizzato.

Ma ogni movimento politico che aspira a diventare sistema deve inevitabilmente affrontare il momento della successione. Ed è qui che emergono le differenze profonde tra JD Vance e Marco Rubio.

Vance rappresenta probabilmente l’evoluzione più ideologica, culturale e post-globalista del trumpismo. Uomo molto vicino all’universo strategico di Peter Thiel, autore di “Hillbilly Elegy”, “Elegia americana”, libro e film diventati il simbolo dell’America profonda colpita dalla crisi industriale e sociale, Vance ha raccontato il declino delle classi operaie bianche del Midwest, la disgregazione familiare, la dipendenza economica e il senso di abbandono vissuto da una parte dell’America esclusa dai benefici della globalizzazione e soprattutto traditi dal “sogno americano”.

È proprio da quella lettura sociale e culturale che nasce gran parte della sua visione politica attuale, critica verso la globalizzazione finanziaria, ostile all’interventismo militare tradizionale, favorevole a una maggiore protezione industriale e molto attenta alla frattura sociale prodotta dalla deindustrializzazione degli Stati Uniti.

Vance interpreta una visione più radicale della trasformazione americana, dietro la figura di Vance si intravede una nuova destra americana che considera la tecnologia, l’intelligenza artificiale, le infrastrutture strategiche, il reshoring industriale e la competizione con la Cina come elementi centrali della sicurezza nazionale.

Non è un caso che attorno alla sua figura gravitino ambienti della Silicon Valley conservatrice, fondi tecnologici e settori dell’élite strategica americana convinti che il XXI secolo sarà dominato dalla fusione tra tecnologia, industria e potere geopolitico.

Marco Rubio incarna invece un’altra tradizione del Partito Repubblicano. Pur essendosi progressivamente avvicinato al trumpismo, Rubio mantiene caratteristiche più compatibili con l’establishment conservatore classico americano.

Sul piano internazionale conserva una postura più interventista e atlantista, soprattutto verso Cina, Iran, Venezuela e Cuba, mentre sul piano interno appare più integrabile dentro gli equilibri tradizionali di Washington.

Rubio offre rassicurazioni all’apparato diplomatico, agli ambienti della sicurezza nazionale e a quella parte del Partito Repubblicano che teme una trasformazione troppo radicale del trumpismo in un movimento esclusivamente populista e anti-establishment.

La sua figura viene percepita come più istituzionale, più prevedibile e maggiormente compatibile con gli alleati storici degli Stati Uniti.

Ed è proprio questa la ragione dell’incertezza che oggi attraversa il Partito Repubblicano.

La vera domanda non riguarda soltanto chi potrà succedere a Trump, ma quale forma assumerà il potere americano nei prossimi anni. Gli Stati Uniti stanno entrando in una fase storica completamente diversa rispetto a quella del dopo Guerra Fredda.

La competizione con la Cina, la crisi della globalizzazione, la frammentazione delle supply chain, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e il ritorno delle grandi potenze stanno ridefinendo il ruolo stesso dell’America nel mondo.

Vance e Rubio rappresentano due possibili risposte strategiche a questa trasformazione.

Con Vance, gli Stati Uniti potrebbero accelerare verso una forma di nazionalismo tecnologico e industriale più aggressivo, concentrato sul rafforzamento interno, sulla sovranità economica, sul controllo delle infrastrutture strategiche e sulla riduzione della dipendenza dalle catene globali dominate dalla Cina.

Con Rubio, invece, Washington manterrebbe una postura più vicina alla tradizione geopolitica americana del secondo dopoguerra: leadership globale, centralità delle alleanze occidentali, contenimento strategico degli avversari sistemici e maggiore continuità con l’apparato diplomatico-militare tradizionale.

Ma il dato più significativo è forse un altro. Per la prima volta dopo anni, il trumpismo sta iniziando a pensarsi come una struttura politica destinata a sopravvivere oltre Trump stesso. Ed è un passaggio enorme.

Perché finché il trumpismo coincideva con Trump, il sistema americano poteva considerarlo un’anomalia personale. Se invece il trumpismo riesce a produrre una nuova classe dirigente, una rete strategica, una continuità ideologica e una successione credibile, allora smette di essere una parentesi politica e diventa una nuova architettura stabile del potere americano.

Ed è probabilmente questo che oggi osserva con attenzione non soltanto Washington, ma il mondo intero.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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