L’arte di sospendere
C’è un’arte antica, che i sovrani di mezzo mondo hanno coltivato nei secoli e che Donald Trump ha portato a una sua personale perfezione: l’arte di sospendere.
Ieri sera, alle 21 e 12, l’ora la conosciamo perché lui stesso ci tiene a datare i suoi pensieri, come un diarista, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver fermato un attacco all’Iran che, a suo dire, era già fissato per domani.
Notiamo subito una cosa, da analisti pignoli. Per sospendere un attacco, bisogna prima averlo deciso. E per deciderlo, bisogna averlo voluto. Il merito che Trump si attribuisce, la clemenza dell’ultimo minuto, è dunque il merito di chi rinuncia a un male che aveva lui stesso preparato. È la magnanimità dell’incendiario che si presenta coi secchi d’acqua.
La regia di questa pausa, ci viene spiegato, porta tre firme illustri: l’emiro del Qatar, il principe ereditario saudita, il presidente degli Emirati.
Tre monarchi del petrolio che, da spettatori interessati di una guerra alle loro porte, hanno fatto ciò che il buon senso e il prezzo del barile suggerivano.
Trump li cita per nome e per intero, con tutti i loro titoli, come si fa coi testimoni di nozze. Vuole che sappiamo che non è stato lui a fermarsi: è stato pregato di fermarsi.
Sfumatura non da poco, perché chi cede a una preghiera resta un uomo forte; chi ci ripensa da solo, no.
Alle 21 e 23, il completamento dell’opera. L’attacco è cancellato, certo, ma Hegseth e il generale Caine restano «pronti a procedere» con un assalto «su vasta scala», con «preavviso immediato». Quindi, la pace è concessa in prova, con clausola di recesso. È un armistizio venduto come un favore e custodito come una minaccia.
Qui sta il personaggio, e converrebbe non distrarsi. Trump non offre la pace né la guerra: offre l’oscillazione tra le due, e tiene il dito sull’interruttore.
Tre scenari in tre ore: l’attacco, la sospensione, l’attacco di nuovo possibile. Non è incoerenza, sarebbe troppo facile e consolante.
È metodo. Il negoziatore che tiene aperte tutte le porte non perché non sappia quale scegliere, ma perché il valore sta proprio nel tenerle aperte. Finché l’Iran non sa cosa farà l’America, l’America ha qualcosa da vendere.
Resta l’oggetto del contendere e, su quello, la posizione americana è l’unica frase del repertorio che non si presta all’ironia: nessuna arma nucleare per l’Iran. È un obiettivo che mezzo mondo condivide e che un negoziato, quello vero, non quello annunciato su un social network alle nove di sera, dovrebbe pure servire a raggiungere.
Il guaio è che le guerre, a differenza degli attacchi, non si sospendono con un messaggio. E che gli «accordi pienamente accettabili» annunciati prima di esistere hanno la fastidiosa abitudine di non esistere mai. Per ora, registriamo i fatti e diffidiamo degli aggettivi. È, in fondo, l’unico mestiere onesto che all’analista sia rimasto.





