La battaglia geopolitica per il controllo dell’energia globale
Con la crisi militare dell’Iran e Golfo Persico, sta emergendo una trasformazione strategica molto più ampia.
Il progressivo ridimensionamento dello Stretto di Hormuz come centro della sicurezza energetica mondiale e il trasferimento del baricentro delle rotte petrolifere verso l’Oceano Indiano.
Per decenni lo Stretto di Hormuz ha rappresentato uno dei cardini dell’ordine energetico globale. Attraverso questo passaggio transita circa un quinto delle esportazioni petrolifere mondiali e una quota significativa del gas naturale liquefatto diretto verso i mercati asiatici.
La stabilità dell’economia internazionale è dipesa quindi da una strettoia marittima larga poche decine di chilometri, situata tra Iran e Penisola Arabica. La concentrazione di traffico energetico, trasformando questo spazio nel punto più vulnerabile dell’intero sistema petrolifero mondiale.
Un check point, un passaggio obbligato che può essere minacciato da operazioni navali, blocchi marittimi o attacchi alle infrastrutture energetiche, tanto che ogni crisi nella regione produce immediatamente un effetto domino sui mercati finanziari e sulla sicurezza delle rotte marittime. La guerra attuale ha reso evidente questa fragilità.
La crescente militarizzazione del Golfo, le tensioni tra flotte e il rischio costante di interruzione del traffico energetico dimostrano quanto sia rischioso concentrare una quota così elevata del commercio mondiale in un corridoio così ristretto, ed è per questo che governi, compagnie energetiche e strateghi militari stanno accelerando un processo già avviato negli ultimi anni, ridurre la dipendenza da Hormuz.
La risposta strategica consiste nella costruzione di una rete di esportazione che aggiri lo stretto e trasferisca progressivamente il baricentro delle rotte petrolifere verso l’Oceano Indiano.
Terminali energetici sviluppati lungo la costa orientale della Penisola Arabica e nuovi collegamenti terrestri tra giacimenti e porti oceanici consentono alle esportazioni di petrolio del Golfo, compreso il greggio dell’Oman, di raggiungere direttamente le rotte oceaniche senza attraversare il punto più vulnerabile della regione. È l’espressione di una precisa logica geopolitica che combina contenimento ed espansione.
Il primo obiettivo è il contenimento del rischio strategico rappresentato dall’Iran, la posizione geografica di Teheran consente di esercitare pressione sullo stretto e di trasformarlo, in caso di crisi, in uno strumento di deterrenza energetica, ridurre la centralità di Hormuz significa limitare la capacità iraniana di influenzare il sistema energetico globale attraverso il controllo di un singolo passaggio marittimo.
Il secondo obiettivo riguarda l’espansione delle rotte energetiche verso gli spazi più ampi dell’Oceano Indiano, dove le rotte marittime sono più estese, meno vulnerabili e direttamente connesse ai principali mercati energetici asiatici.
Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in larga misura dal petrolio del Golfo e vedono nell’Oceano Indiano la principale arteria strategica del loro approvvigionamento energetico.
Lo spostamento delle infrastrutture petrolifere verso questo spazio marittimo rafforza quindi una rete di corridoi energetici che collega il Medio Oriente ai grandi poli industriali asiatici. La nuova geografia dell’energia non riduce soltanto il rischio di interruzione delle forniture, ma amplia il raggio strategico delle rotte petrolifere globali.
I Paesi che si affacciano direttamente sull’Oceano Indiano e sul Golfo di Oman, come Oman ed Emirati Arabi Uniti, acquisiscono un ruolo crescente come piattaforme di esportazione energetica alternative allo stretto, l’Arabia Saudita beneficia di infrastrutture che collegano i giacimenti del Golfo al Mar Rosso, consentendo di aggirare il passaggio più sensibile della regione, allo stesso tempo traggono vantaggio da questa evoluzione le grandi economie asiatiche, in particolare Cina e India, che vedono rafforzarsi le rotte marittime che attraversano l’Oceano Indiano e collegano il Medio Oriente ai loro sistemi industriali.
Tuttavia, la dinamica strategica che sta emergendo è ancora più profonda, la competizione geopolitica globale si gioca sempre più sul controllo dei principali check point energetici del pianeta.
Non soltanto Hormuz, ma anche Bab el-Mandeb e il Mar Rosso rappresentano passaggi decisivi della geografia energetica mondiale. Il fatto che le tensioni si concentrino contemporaneamente su questi tre snodi rivela una trasformazione più ampia della sicurezza marittima globale.
La posizione della Cina appare particolarmente significativa, Pechino è uno dei maggiori importatori di petrolio del Golfo Persico e una parte rilevante delle sue forniture energetiche dipende dalla stabilità delle rotte che attraversano Hormuz, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Per questo la leadership cinese mantiene una posizione prudente sul conflitto e privilegia la stabilità delle rotte marittime.
La Cina teme da anni quello che gli strateghi definiscono il dilemma degli stretti, la dipendenza da pochi passaggi marittimi che, in caso di crisi, possono essere controllati o bloccati dalle flotte militari occidentali.
Da questo punto di vista la guerra produce un effetto paradossale, nel breve periodo Pechino subisce le conseguenze dell’instabilità energetica del Golfo, nel lungo periodo, però, la diversificazione delle rotte e la riduzione della dipendenza da singoli check point contribuiscono alla nascita di un sistema energetico più multipolare.
All’interno di questa nuova geografia emergono alcuni beneficiari evidenti come l’Oman che rafforza il proprio ruolo come hub energetico situato fuori dallo Stretto di Hormuz. Gli Emirati Arabi Uniti consolidano l’importanza strategica del terminale di Fujairah affacciato sull’Oceano Indiano.
L’Arabia Saudita sviluppa corridoi energetici che collegano i giacimenti del Golfo al Mar Rosso. L’India vede rafforzarsi la propria posizione geografica al centro delle rotte dell’Oceano Indiano ed anche la Russia può trarre vantaggio da un Golfo instabile aumentando le esportazioni di petrolio verso i mercati asiatici.
Sta nascendo un sistema energetico più complesso e distribuito rispetto al passato. Il modello tradizionale, fondato su pochi check point altamente esposti al rischio geopolitico, lascia progressivamente spazio a una rete di corridoi energetici più ampia .
La guerra attuale può essere interpretata come la prima grande crisi del nuovo sistema energetico multipolare, che non riguarda soltanto l’equilibrio regionale tra Iran, Stati Uniti e Israele, ma una trasformazione più profonda della geografia strategica dell’energia. Si apre una nuova fase della competizione globale tra potenze.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


