
di Salvo Di Bartolo
Dopo ottanta lunghi giorni di gogna e una resa praticamente obbligata, Giovanni Toti è tornato ad essere un uomo libero.
La Procura di Genova ha infatti fornito parere favorevole alla richiesta di revoca degli arresti domiciliari presentata lo scorso 29 giugno da Stefano Savi, il legale che assiste l’ormai ex presidente della Regione Liguria.
Il giudizio positivo della Procura del capoluogo ligure arriva dopo settimane di azioni giuridiche e l’applicazione delle misure cautelari, a mio sommesso parere molto forti, che dunque verranno meno solo adesso che Giovanni Toti ha scelto la via delle dimissioni, l’unica in grado di placare gli appetiti giustizialisti dei pm e restituirgli la libertà perduta.
Del resto, la linea adottata dai magistrati genovesi per estromettere il governatore dai giochi era parsa chiara sin da subito (per evitare la reiterazione stando a quanto reso noto dai magistrati ndr). Nei fatti Toti é stato fatto cuocere a fuoco lento fino a svilire completamente il suo ruolo politico, il che gli ha addossato tutte le responsabilità dell’inevitabile inerzia amministrativa, così da costringerlo alla capitolazione.
Un risultato inquietante figlio di un sistema che sembra, a torto o a ragione, sconfinare per l’ennesima volta nel terreno della politica, azzerando nella sostanza l’esito di un voto popolare e democratico.
Arriviamo così alla resa del Presidente della Giunta della Regione Liguria, fiaccato nel corpo e nello spirito e delegittimato nell’azione e nel ruolo politico, al fine di ottenerne la mesta ritirata in cambio di una libertà. Il pranzo è servito.




