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THE AMERICAN RAJ – CONFESSIONI ERETICHE NON ALLINEATE

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di Guido Broich

            Quando i britannici iniziarono ad invadere l’India, attratti dalle favolose ricchezze di quel paese, lo fecero dapprima in modo subdolo sotto la bandiera del “libero commercio”. Chiesero la possibilità di poter acquistare e commerciare liberamente e possibilmente in monopolio britannico tra India e Europa. Lo strumento formale dei soli accordi commerciali sopravvisse a lungo. Sulla carta non era padrone del paese il governo inglese, ma esercitava il dominio la East India Company, una società privata che si faceva concedere diritti dai governanti locali, convinti però a questo dalle truppe regolari del Regno Unito al grido del diritto e delle libertà.

            Solo dopo l’insurrezione importante nella Prima Guerra di Liberazione indiana del 1857-58 finì questa finzione e venne costituito un formale governo inglese sull’India.

            A partire dalla sua fondazione il 21 dicembre 1600 la Compagnia delle Indie Orientali aveva proseguito nella progressiva penetrazione del subcontinente indiano avanzando la pretesa del diritto al libero commercio inglese (ben si noti che era una Società commerciale monopolista istituita dal Governo di Elisabetta I Tudor). Se prima si limitava ad estorcere trattati commerciali ai governanti locali, tra il 1757 e il 1773 vennero presi progressivamente provvedimenti bellici che rimuovevano progressivamente i governi recalcitranti. Venne istituito quello che prese il nome di  “Company Raj”, o governo della Compagnia. Così nel 1857 scoppiò la Prima Guerra di Liberazione indiana, repressa prontamente. La insurrezione finì, dopo atrocità inennarabili, con l’abbandono definitivo della finzione di una Compagnia Commerciale privata e il passaggio di tutti i poteri alla corona britannica, con la formalizzazione dal 1858 del “British Raj”, ovvero Governo Britannico diretto sulle Indie. Infine, morto in esilio nel 1862 l’ultimo dei Mogul, nel 1876 la Regina Vittoria, su suggerimento dell’allora Primo Ministro Disraeli, assunse il titolo di Imperatore delle Indie, mettendosi alla pari finalmente con i grandi imperi continentali Austro Ungarico, Tedesco e Francese. Il titolo venne tramandato nella casa Hannover-Coburgo-Gotha fino a quando Giorgio VI, che ormai si faceva chiamare Windsor ed era padre di Elisabetta, nel 1948 assume il titolo di Re delle Indie in seguito alla fine del “British Raj” e il raggiungimento della Indipendenza indiana. Rimase Re fino al 1950, quando l’India, ormai libera, decise di liberarsi definitivamente dei resti coloniali diventando Repubblica. 450 anni esatti di dominio, iniziati con la “umile” pretesa di voler solo portare libertà mercantile e finita con una corona inglese sormontata a tutt’oggi dal meraviglioso diamante indiano Koh-i-Noor rubato ai Sikh del Punjab.

            Sul fronte mercantile l’Europa era indiscussa padrona del commercio mondiale nel 1900, ma gli Stati Uniti, scampato il pericolo della divisione tra Nord industrializzato e Sud agricolo con il trionfo del Nord nella Guerra di Secessione e preso possesso delle grandi risorse conquistate nella guerra contro il Messico a ovest, si presentavano sulla scena mondiale con un eccesso di capacità produttiva da smaltire sul mercato mondiale. La spedizione del Capitano Perry in Giappone, la politica di dominio in Sudamericana con la “dottrina Monroe” e la guerra contro gli Spagnoli e relativo dominio commerciale a Cuba e nelle Filippine avevano aperto sbocchi commerciali importanti, ma ancora insufficienti per la loro grande e crescente capacità espansiva di inizio secolo.

            Nel bastione Europa, con la sua industria fiorente, Inghilterra e Francia potevano indirizzare a loro produzione verso gli sbocchi commerciali tutelati delle loro colonie. Germania e Austria Ungheria, prive di colonie significative, erano invece costrette a competere sui restanti mercati liberi in diretta concorrenza con gli Stati Uniti. La “inutile tragedia”, come ebbe a chiamare Benedetto XV la Prima Guerra Mondiale, risolse il “Problema Europa”: la Germania vinta e  distrutta veniva gravata da riparazioni di guerra che la eliminavano dal tavolo dei concorrenti mercantili. Basti qui ricordare la cessione di tutta la flotta mercantile oltre le 1600 tonnellate di stazza, metà di quella tra 800 e 1600 tonnellate e un quarto di quella da pesca. La cessione di metà Slesia, ricca di carbone e della città portuale di Danzica completavano il quadro. L’Austria Ungheria sparisce del tutto dalla carta geografica, spezzettata in decine di staterelli senza rilevanza commerciale con la scusa di una poi subito contraddetta autodeterminazione dei popoli.

            Ma non fu tutto rose e fiori nemmeno per i vincitori europei: tra gli accordi meno citati ci furono l’appoggio ormai aperto degli americani a tutti i paesi coloniali contro gli stati europei e sopratutto la imposizione della rinuncia inglese alle quote atlantiche, che prima permettevano all’ammiragliato britannico di limitare i commerci transatlantici degli altri paesi, obbligandoli a servirsi di navi inglesi. Le limitazioni alla costruzione di navi commerciali e al commercio transatlantico fu infatti una delle principali cause dei contrasti con la Germania, potenza commerciale emergente ma limitata fortemente dal dominio inglese sul mare.

            Ancora non era diffusamente conosciuta l’importanza che avrebbe avuto il petrolio in futuro, ma la rapida ascesa della Standard Oil e la immensa fortuna ammassata dai Rockefeller aveva suggerito ai più attenti osservatori negli USA, in Inghilterra e Francia che il possesso delle fonti di petrolio sarebbe stato cruciale per l’economia del futuro. Così lo smembramento con il trattato di Sevres dell’Impero Ottomano vide una prima disputa sul possesso dei pozzi petroliferi: allora non erano noti che pochi  giacimenti, tra cui quelli Mosul. La divisione tra Francia e Inghilterra delle aree poi chiamate Siria e Iraq ne tenne conto. Il possesso su Mosul fu il principale contrasto tra il nuovo governo repubblicano di Kemal Atatürk e gli Inglesi. Cederla agli inglesi fu, insieme al trattato di pace con i sovietici, il prezzo pagato da Atatürk per salvare la Turchia dalle richieste territoriali italiane e greche.

            Così fu che se dalla Prima guerra Mondiale uscirono distrutti i perdenti, eliminati per decenni dal tavolo della concorrenza mondiale, non vi era nulla da festeggiare nemmeno per i vincitori europei. Abbiamo già citato l’elemento importantissimo della perdita da parte dell’Inghilterra del dominio commerciale del mare. A Versailles Inghilterra e Francia non erano in condizioni reali di poter negoziare con Wilson, dato che erano appena stati salvati da una disfatta altrimenti inevitabile. La caduta del regime totalitario dello Zar aveva portato al potere Lenin in Russia, che per prima cosa firmò un trattato di pace con le potenze dell’Asse, Germania, Austria-Ungheria e in seguito anche Turchia. Il Trattato di Brest-Litovsk del 1917, che pose fine alla guerra in Oriente, mise in grave crisi Inglesi e Francesi, già dissanguati da 3 anni di guerra di posizione pesantissima, e solo il pronto intervento americano, fortemente voluta da Woodrow Wilson e che si realizzo con la dichiarazione di guerra USA alle potenze dell’asse del 9 aprile 1917, non appena realizzata la caduta dello Zar con la vittoria di Kerenski, poté salvare le potenze alleate.

            Su questa entrata in guerra può essere interessante fare una breve digressione di natura storica. Il repubblicano Theodore Roosevelt, già presidente in un precedente mandato, aveva preso una posizione contraria a tale coinvolgimento, seguita dalla maggioranza del congresso USA, confermando in tal modo la regola base che negli Stati Uniti sono sempre i democratici a iniziare le guerre e i repubblicani a finirle. Unica eccezione Bush figlio, che dopo l’11 settembre agisce in modo anomalo. Vedendo nella prima guerra mondiale un evento che avrebbe indebolito pesantemente l’Europa per i decenni a venire, Wilson, democratico, era fortemente intenzionato ad essere lui a dettare le regole nel riordinamento delle norme internazionali nel periodo postbellico. Per questo avrebbe dovuto entrare in guerra e potersi sedere al tavolo dei vincitori a guerra ultimata.  Vi furono forti resistenze ad entrare in guerra nel paese e nel congresso americano, come del resto vi furono contro il coinvolgimento nella seconda guerra mondiale e ora contro l’impegno sempre più pesante in Ucraina. Per aggirare e vincere queste resistenze Roosevelt si sarebbe servito di Pearl Harbor, e Wilson riprese l’affondamento della nave passeggeri “Lusitania”, affondata il 7 maggio 1915 da un sommergibile tedesco, come movente. Sostenne che la ripresa delle operazioni dei sommergibili tedeschi nel 1917 giustificasse l’entrata in guerra degli americani a fianco degli inglesi. Il Lusitania era stato dichiarato nave civile e le navi civili erano protette da attacchi di sommergibili, a patto che non trasportassero armi. Wilson e l’ammiragliato inglese sostennero che il Lusitania non trasportasse armamenti e munizioni e pertanto che il suo affondamento fosse un crimine di guerra. L’uso dell’accusa di “crimine di guerra” e pertanto la estensione delle operazioni belliche alle aule di tribunale, oggi tentato anche contro i Russi, entra così strutturalmente nella propaganda bellica. L’esame del relitto da parte di Robert Ballard, lo scopritore del Titanic, negli anni ‘90 certificò invece che avevano ragione i tedeschi e che erano presenti abbondanti munizioni e materiale bellico clandestino sulla nave. Insomma, le “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein in edizione rovesciata. Le carte inglesi del tempo, oggi accessibili, certificano che Winston Churchill, allora Primo Lord dell’Ammiragliato inglese, aveva affermato già nel agosto 1914 che sarebbe stato auspicabile provocare attivamente attacchi dei sommergibili tedeschi contro navi neutrali per coinvolgere gli USA nella guerra. Elementi recenti di indagine storica suggeriscono che i dati del Lusitania e di molte altre navi dichiarate civili ma in realtà utilizzate per il trasporto munizioni, e come tali legittimi obbiettivi per i sommergibili, furono fatti pervenire segretamente dagli inglesi ai tedeschi, per provocare tali attacchi.

            Comunque sia, dopo la eliminazione della concorrenza tedesca, austriaca e ottomana, inizia il progressivo disfacimento degli imperi imperi coloniali europei francese e inglese, che troverà compimento negli anni 60, dopo l’interludio della Seconda Guerra Mondiale. L’India,  primaria fonte di ricchezza per l’Inghilterra, concretizza sempre di più la sua una lunga marcia verso la libertà. Dal 1945 cessa la predominanza europea sul commercio mondiale, che deve invece aprirsi in modo indiscriminato ad un nuovo attore predominante, gli Stati Uniti, che così completano il percorso iniziato con il loro consolidamento territoriale mediante la guerra di secessione nel 1861.

            Con gli accordi di Bretton Woods del 1944 si costruisce un sistema finanziario mondiale a guida statunitense, che da allora in poi definirà i rapporti monetari ed economici tra i paesi del mondo. Con la parallela costituzione di un organismo ufficialmente considerato politico come l’ONU, che comporta la cessione di sovranità su alcuni argomenti da parte di tutti i paesi aderenti, il cerchio si completa. Interessante che gli Stati Uniti, che utilizzano nelle accuse ai loro nemici o paesi sgraditi l’arma della legalità presunta tramite il tribunale Internazionale, si guardano bene dal riconoscerlo per se stessi, temendo l’uso di tale strumento contro di loro, e creando pertanto una area di immunità principesca per le loro azioni.

            Nel 1949 scoppia la Guerra Fredda, che ha il principale effetto di consolidare in due campi separati i paesi del mondo: da una parte i paesi del blocco sovietico, in sostanza esterni a Bretton Woods ma comunque inseriti nell’ONU, e nell’altro il blocco capitalista, raccolto attivamente con l’ausilio della paura, intorno agli USA.

            Che questo dualismo stesse stretto ai paesi colonizzatati era evidente dall’inizio e la nascita del movimento dei “non allineati” intorno a Nehru, Tito e Nasser diede una struttura politica a questa condizione, il cui peso commerciale rimase però molto ridotto. Questi paesi mantennero sempre la apertura commerciale ai prodotti americani, punto cruciale di interesse USA. Tanto è vero che, anche se gli USA scelgono come partner privilegiato il neonato Pakistan, l’India di Nehru e della dinastia Gandhi (che non deriva dal Mahatma, con cui ha solo una omonimia casuale), dichiaratamente attratta in politica interna e estera dalla galassia sovietica, resta comunque in buoni rapporti con gli USA in quanto resta aperta al commercio libero internazionale e pertanto resta acquirente di prodotti americani.

            Normalmente la storia viene raccontata a colpi di guerre, che – terribili come sono – catturano facilmente l’interesse del lettore. A parte il fatto che ovviamente una analisi storiografica seria non è mai possibile se non dopo un periodo di tempo sufficiente per neutralizzare gli interessi che hanno portato al conflitto, difficilmente si analizzano le cause più profonde dei conflitti alla luce del fatto, che gli interessi e le aspirazioni degli uomini restano sempre uguali. Gli “educatori del popolo” hanno sempre fallito, da qualsiasi parte siano venuti: l’istinto e la natura umana alla fine vincono sempre.

            Riassumendo possiamo dire che dalla resa della Confederazione Americana del 1864 in poi si è assistito ad una ascesa continua e lineare della potenza economica USA, vediamo che loro hanno seguito una politica costante finalizzata ad assicurare mercati esterni in grado di assorbire la loro crescente produzione industriale, in larga misura superiore al fabbisogni interno: prima la “Dottrina Monroe”, che assicura il continente americano agli interessi USA, poi la guerra contro gli spagnoli nelle filippine e il tentativo di penetrazione in Giappone ed infine la progressiva eliminazione del potere commerciale mondiale europeo. Come la eliminazione della Compagnia delle Indie dopo la guerra di indipendenza 1857-58 in India portò alla formalizzazione del British Raj, così Bretton Woods alla fine della Seconda Guerra Mondiale fece spazio per la formalizzazione del dominio dell’American Raj sull’Europa.

            Usa come Inghilterra: le similitudini sono significative con il periodo della Compagnia delle Indie al tempo tra 1864 e 1948, e il tempo del British Raj in india al periodo dal dopoguerra in avanti in Europa. Un parallelismo importante che ha ispirato il titolo di questa breve analisi: American Raj.

            Il British Raj inizia dopo la guerra del 1857-58 e durò fino al 1948, novant’anni esatti. L’American Raj inizia nel 1944 con Bretton Woods o 1945 con la fine della guerra mondiale, stabilizzandosi poi con ONU e NATO come strumenti operativi.

            Quando il British Raj festeggia l’apice del suo potere a 50 anni dalla sua istituzione, iniziano contemporaneamente a farsi seri i contrasti con i movimenti che sfoceranno nella indipendenza dell’India. Si passò da Sri Aurobindo, Subhandas Chandra Bose, Vinayak Damodar Savarkar, Abaninath Mukherji, Syama Prasad Mookerjee e tanti altri per arrivare infine a Mohandas Gandhi. Interessante che in questo cammino verso la libertà non furono alla fine determinanti gli aiuti esterni, come il tentativo di Bose di coinvolgere in chiave antiinglese Stalin, tedeschi e giapponesi, ma alla fine trionfarono la stanchezza degli inglesi, la resistenza passiva, popolare, diffusa, sostanzialmente apolitica e non ideologica, ma semplicemente generale e storica. Vinse la lenta ma costante, ferma e in-negoziabile erosione della azione non violenta di Gandhi che seppe costruire sul lavoro degli altri indipendentisti. E sopratutto fu determinante la impossibilità politica ed economica dell’Inghilterra di mantenere il dominio, dato che ormai non disponeva più nè delle risorse belliche nè della volontà popolare per agire in modo incisivo, come fece nel 1858.

            L’American Raj è al potere dal 1945 e nel il 31 dicembre 1991 festeggia l’apice del suo potere con Gorbaciov che liquida l’Unione Sovietica, distruggendo il potere russo. Come in India, cresce contemporaneamente l’insofferenza diffusa per il suo strapotere. Un potere che però resta saldo in una Europa che non riesce a consolidarsi, dove le forze centrifughe riescono a boicottare una costituzione unitaria. Dopo le guerre locali di Corea e Vietnam, abbastanza chiare in finalità e svolgimento a chiara e diretta direzione USA, si è arrivati oggi alla assurda situazione in Ucraina, passando dalla invasione dell’Afghanistan e dalle finte armi di distruzione di massa dell’Iraq. Come nella India del British Raj, l’Unione Europea di Bruxelles, che attualmente ha assunto il ruolo che fu del Governatore della Corona inglese in India, sta implementando misure fiscali e normative palesemente dannose per l’Europa, e non recepite nemmeno nella nazione madre oltreoceano. Il green deal, con la sua spiegazione propagandistica ideologica e forsennata, vale solo per l’Europa, nessuno degli Stati degli USA, a parte la California in modo parziale, aderisce anche lontanamente a queste direttive.

            Delle misure principali del green-deal maggiormente folli e dannose per l’Europa possiamo elencare alcune come esempio.

            Per primo la guerra all’automobile e pertanto alla mobilità privata. Con una pretesa tutela ambientale si obbliga alla rottamazione di automezzi perfettamente funzionanti, sia spostando artificialmente verso il basso i limiti di emissione (residuali per il trasporto privato, che contribuisce per meno del 7%) e ora tentando di vietare del tutto le opere di manutenzione e riparazione. Questo va a favore di case automobilistiche in gran parte extraeuropee e inoltre riduce la libertà di movimento, non più possibile in modo estemporaneo e individuale, ma sempre più dipendente da sistemi pubblici e pertanto collettivizzato. Il fatto che il blocco della circolazione privata durante il COVID abbia inciso solo in modo del tutto residuale sui livelli di inquinamento atmosferico viene  taciuto e nascosto.

            Poi l’attacco alla agricoltura locale, che viene ostacolata nella produzione al fine di creare una artificiale dipendenza dalla importazione di beni da paesi extraeuropei, meno controllati e garantiti e sopratutto in mano alle multinazionali a capitale americano come la Kraft Foods (ex General Foods a capitale Phillip Morris) e similari. Interessante che la indipendenza agricola e alimentare è da sempre stata considerata da tutti gli analisti politici un requisito essenziale per la sovranità di uno Stato, senza di essa la sovranità resta limitata se non assente.

            Possiamo poi procedere all’attacco concentrico tra fisco e mercato “ecologico” alla proprietà immobiliare. Da una parte le continue grida del Fondo Monetario internazionale, a totale guida USA, di tassare gli immobili con una patrimoniale significativa, dall’altra con misure di deprezzamento artificiale come quelle della classificazione UE su base energetica, che deprezza sopratutto gli edifici storici di impossibile adeguamento. Vanno inserite qui le misure sulla rottamazione delle caldaie e i famigerati “cappotti”, che chiudendo l’umidità nelle mura, costringono poi all’installazione di serramenti nuovi e ventilazione artificiale il cui impatto sulla salute è tutto da studiare. Tutte misure che creano costi che concorrono a creare maggiore debito sovrano (vedi le maldestre operazioni del 110% e i “bonus” fiscali, tutte misure dirigiste e contrarie al libero mercato) o individuale. Indebitare il popolo è da sempre una misura molto amata per meglio costringere e dominare le masse.

            La creazione dell’Euro fu l’unico atto significativo di autonomia europea dall’8 maggio 1945 in avanti, e come tale un elemento di grande disturbo per gli americani. L’avvicinamento tra Germania e Russia, operato prima dai Primi Ministri social-democratici come Brandt, Schmidt e Schröder, e da quelli cristiano-democratici Kohl e Merkel poi, non fece che peggiorare la situazione. Si riuscì a bloccare una maggiore coesione europea tramite la proposta di costituzione e tenere l’Inghilterra fuori dall’Euro ed infine farla uscire dall’Unione Europea furono un indubbio successo. ma la costruzione dei gasdotti Nord Stream in mano ai tedeschi e South Stream in mano sostanzialmente ad Erdogan, creavano una situazione non più sostenibile che andava contrastata. Questo anche alla luce del fatto che gli USA sono costretti a trovare sbocchi commerciali per il loro gas metano estratto dai loro pozzi, dovendo prevedere che entro pochi anni la inevitabile adesione ai trattati sulla Carbon Tax renderà impossibile lo smaltimento attraverso le torri del fuoco bruciandolo semplicemente come viene fatto oggi.

            La ascesa al potere in Ucraina dell’attore comico Zelensky e la conseguente apertura alla cooperazione militare diretta con gli Stati Uniti di quel paese ha acuito i contrasti con la vicina Russia ed oggi la guerra che ne è seguita ha fornito – miracolosamente o no, ognuno potrà farsi la propria opinione – le ragioni per la richiesta americana all’Europa di dismettere i gasdotti con la Russia e comprare invece il loro gas liquefatto a prezzi maggiorati. Così si trasforma da costo in guadagno la necessità di smaltire il metano. Inoltre, aumentando sensibilmente in Europa i costi dell’energia, rende la stessa meno competitiva a livello mondiale e comprime la produzione di beni all’interno del continente. L’aumento dei costi della produzione porta ad una accelerazione della delocalizzazione e della trasformazione dell’industria europea da produttiva a erogatrice di servizi, e pertanto da un generatore di ricchezza ad un consumatore di ricchezza. L’aumento del costo della vita individuale contribuisce a ridurre il patrimonio personale degli europei, ancora significativo, per allinearlo progressivamente alla situazione di debito diffuso americana.

            Infine vale la pena citare la pressione per eliminare progressivamente la libera circolazione della moneta. Uno dei capisaldi del libero mercato contro le politiche dirigiste del blocco sovietico è sempre stata la libertà della persona di determinare il modo in cui disporre dei propri soldi. La visione dirigista e collettivista invece vuole traslare questo potere decisionale allo Stato, determinando a livello centrale le tipologie di spesa. In una condizione di libertà lo Stato impone tasse al guadagno per finanziare opere pubbliche e operare una redistribuzione equa al fine di contrastare differenze pericolose tra i cittadini, dopo di che il cittadino è libero di disporre dei suoi soldi come desidera. Negli Stati dittatoriali invece lo Stato determina guadagni e possibilità di spesa in base non alle attività individuali, ma alle proprie politiche. Così preleva molto che poi ri-elargisce il potere di spesa in forma di “bonus” o “sussidi”, potendo così controllare capillarmente chi può spendere quanto e per cosa. In Unione Sovietica era inutile guadagnare, tanto non potevi comprare quello che volevi o potevi. I beni venivano assegnati (casa, auto, cibo) e non acquisiti per diritto derivato da un patrimonio o un lavoro. Per ottenere questo era fortemente ristretto l’uso della moneta. Esisteva una moneta locale, di scarso valore, e il possesso o uso di moneta straniera solida era severissimamente vietato.

            Ora in Europa il deprezzamento artificiale della moneta non è più possibile per la presenza dell’Euro. Ricordiamo che il deprezzamento artificiale era una misura amata dai governi degli anni 70 in Italia, giusto per chi si ricorda del divieto di usare carte di credito o assegni all’estero e il limite di 300000 Lire alla frontiera. Riemergono pertanto i metodi sovietici, vietando e criminalizzando l’uso della moneta a favore di strumenti virtuali il cui valore e disponibilità per il cittadino sono manipolabili centralmente senza alcuna difficoltà.

            Si realizzano pertanto i seguenti scenari:

1. un progressivo indebitamento popolare tramite l’aumento del costo della energia e l’obbligo di sostenere spese molto gravose nel campo dei due elementi patrimoniali principali moderni, l’automobile e la casa.

2. una depatrimonializzazione immobiliare dovuta all’aumento della pressione fiscale sugli immobili e alla introduzione di norme il cui rispetto comporta spese spesso non alla portata del proprietario.

3. il trattamento fiscale punitivo del reddito, sottoposto ad una progressività elevata e a costi sociali aggiuntivi sensibili con l’aumento della tassazione dei patrimoni disponibili reali di fronte ad una tassazione invece favorevole e non progressiva (flat tax) delle rendite finanziarie

4. una dematerializzazione della proprietà con uno spostamento progressivo del patrimonio residuo da beni materiali e reali verso beni immateriali e fittizi, in un processo di finanziarizzazione e ipercapitalizzazione delle borse valori, ove ai valori contabili non corrispondono più valori materiali effettivi.

            Il risultato primario desiderato è proprio questa progressivo trasformazione da patrimonio reale a patrimonio finanziario virtuale e fluttuante, sottoposto alle decisioni centrali degli istituti di credito e dei grandi fondi azionari, e il cui valore è manipolabile agevolmente da parte dei grandi fondi di investimento che dispongono di una massa finanziaria superiore alla maggioranza degli stati sovrani. In sostanza comporta un indebitamento reale del cittadino europeo, solo parzialmente coperto da un patrimonio virtuale finanziario. In questo modo diventa inoltre possibile spalmare sull’Europa una parte del debito sovrano USA. Il fatto acquisisce particolare significatività se si considera che il nostro American Raj è ormai nella chiara e riconosciuta impossibilità di onorare la propria enorme esposizione finanziaria debitoria. Tassare l’Europa per pagare i debiti americani. Indebolire l’Europa per diminuire la competitività sui mercati internazionali in vista di uno scontro futuro con la Cina ed evitare una guerra sui due fronti.

            Vi ricordate Gandhi e la marcia per il sale? Fu una tassa sul sale, che vietava agli indiani di sfruttare e usare direttamente il sale estratto dal loro oceano, a dare a Gandhi la ragione di partire per la sua marcia del sale nel 1930. Ebbe successo non solo per il sale, ma perché fu un nucleo di convergenza. Marciarono anche coloro che non avevano bisogno del sale. Certo, non fu un successo immediato, ci vollero altri 18 anni per la liberazione dell’India, ma alla fine vinse la libertà e il British Raj finì. Finì nel preciso momento in cui la insofferenza locale organizzata incontrò un momento di debolezza del padrone. Due elementi che si devono incrociare.

            I trattori europei, che i governi pilotati dal American Raj disperatamente tentano di far passare per una protesta limitata al settore e finalizzata solo a mantenere specifici privilegi, in realtà stanno trovando un grande riscontro popolare. Questo consenso non è certo solo per simpatia agli agricoltori o per difendere alcune loro esenzioni fiscali o sussidi, come vorrebbero farci credere! E non si fermeranno con le solite misure di elargizione regale, come i “bonus a chi ha veramente bisogno”. Chi dice così non capisce i segni dei tempi, non ha il polso della strada, vive nel palazzo dorato di Maria Antonietta. Il consenso è l’espressione della profonda e crescente insoddisfazione europea con il dominio instaurato dopo la guerra persa, persa dall’Europa come continente e non da qualcuno dei suoi singoli Stati. Un consenso diffuso, istintivo, generale. Che, come in India, non fa altro che aspettare il momento di debolezza del padrone, per finire il suo dominio.

            Intanto veniamo governati con bonus e sussidi, come in un regime feudale dove ogni beneficio dipende dalla benevolenza del principe e non è mai un diritto certo di un libero cittadino. La gente in tutta Europa vede negli agricoltori un gruppo che ha avuto il coraggio di ribellarsi pubblicamente. Ci si identifica in un modo di ribellione contro la propaganda unidirezionale del mono-pensiero obbligato che domina televisione, giornali e certi social (non tutti per fortuna). La gente è stufa di vedersi derubare del frutto del suo lavoro con ragioni ormai palesemente fasulle e sostenute solo da una informazione pilotata. La gente teme di perdere la casa, e questo, sopratutto in Italia, non è una buona cosa per un governante.

            I Trattori potrebbero diventare per l’American Raj e i suoi vicerè di Bruxelles quel che fu il sale per il British Raj.

            Manca per ora un Gandhi che richiede che a Bruxelles siano a comandare gli Europei e non i Vicerè. Manca un Gandhi, serio e onesto, che prende in mano un semplice bastone di legno e si mette in cammino. A piedi, senza soldi e senza armi. Ma determinato, pronto ad affrontare maldicenze, falsità, gogna mediatica e galera. Ma la storia insegna che quando i tempi sono pronti, i Gandhi arrivano. Sempre. Dopo il Company Raj il British Raj è durato 90 anni. Dopo la seconda guerra mondiale all’American Raj mancano 10 per giungere a questo traguardo. Sarà interessante osservare cosa succede nel frattempo.

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