
di Antonino Macri Pellizzeri
Da quel momento entrambi i governi continueranno a sostenere di essere l’unica entità legittima a rappresentare l’intera Cina. Dapprima il seggio all’ONU ed al consiglio di sicurezza fu assegnato al Kuomintang (ROC), ma nel 1971 ci fu un netto cambio di indirizzi ed il relativo seggio fu assegnato alla Cina continentale (PRC), determinando automaticamente l’uscita della ROC. PRC e ROC alternarono fasi di combattimenti anche aspri (specie nel primo periodo) a momenti di calma ed anche di stretta collaborazione economica. Per la Cina la riunificazione con Taiwan significava il completamento del loro risorgimento dopo il “secolo delle umiliazioni”, mentre Taiwan, specie a partire dagli scorsi anni ’90 immaginava un futuro diverso, sia da un punto di vista economico che politico. Nessuna delle due parti era però interessata ad una soluzione militare della questione perché si riconoscevano entrambi figli della stessa grande cultura. Gli USA d’altronde erano presenti in maniera pesante in tutta la questione. Già il cambio di riconoscimento dell’ONU nel 1971 fu figlio della “politica del ping pong” e del riavvicinamento fra USA e Cina in funzione antisovietica, propiziato da Nixon e Kissinger. Essi “prendevano atto” ma non “confermavano” l’esistenza di una sola Cina e, per bilanciare l’appoggio alla PRC, avevano promesso alla ROC il supporto americano in caso di aggressione cinese. Si trattata quindi di un sistema intrinsecamente molto fragile in considerazione anche del fatto che le costituzioni sia della Cina che di Taiwan consideravano come proprio il territorio dell’intero Paese. Solamente in una riforma costituzionale del 2005 a Taiwan sono stati fatti alcuni emendamenti e qualcosa è cambiato, ma non molto. Il territorio della ROC resta l’intera Cina e la sua capitale è quella storica di Chiang, Nanchino. Viene però definita una “FREE AREA” con capitale Taipei. Tutta l’organizzazione delle elezioni e dei vari YUAN, come ad esempio lo Yuan Legislativo (equivalente più o meno al nostro parlamento) è limitata alla free Area. Viene anche stabilita una procedura con vari passaggi e maggioranze definite da molti “irraggiungibili” per le riforme costituzionali, inclusa quella del territorio della ROC. Anche da questo punto di vista quindi la dichiarazione d’indipendenza di Taiwan è più un’idea “romantica” che una possibilità reale, a meno di un colpo di stato. Ciò è un’altra riprova che nessuno, dai due lati dello stretto desidera seriamente una divisione de-iure. Bisogna ricordare infine altri due episodi che costituiscono precedenti importanti. L’accordo del 1992 quando entrambi i Paesi concordarono che la Cina era una sola, mentre il disaccordo era su chi ne fosse il rappresentante e l’interprete principale. Il secondo precedente fu quando (come vi ho anticipato) il 7 novembre 2015 Xi Jinping e il presidente di Taiwan Ma Ying-Jeou si incontrarono a Singapore e furono protagonisti di una stretta di mano durata più di un minuto e del proposito di rapporti migliori fra le due parti. La situazione politica odierna Taiwan fu governata da Chiang Kaishek fino alla sua morte nel 1975. Il generalissimo, finché fu in vita, continuò realmente a coltivare il sogno di sbarcare di nuovo nella Cina continentale e riprendere il potere. Per questo, fin dal suo sbarco a Taiwan considerò fondamentale il mantenimento del possesso delle piccole isole di cui vi ho parlato, che avrebbero costituito il perfetto punto di partenza per un successivo sbarco. Dopo la sua morte il Kuomintang continuò a mantenere il governo andando sempre più democratizzandosi fino a quando si affacciò alla ribalta un altro partito, il DPP (Partito Democratico Progressista), che arrivò a vincere le elezioni politiche nel 2000. Ciò creò un cambiamento fondamentale nelle relazioni fra RPC e ROC perché il DPP disconosceva l’accordo del 1992 e cominciava a parlare di una forma diversa di relazioni. Si guardava bene dal parlare di un’indipendenza formale perché ciò avrebbe determinato una crisi gravissima e probabilmente una guerra, ma allargava i confini dell’indipendenza de-facto e chiedeva ad esempio l’ammissione a molte organizzazioni internazionali, che fino ad ora è stata sempre rifiutata. Si così continuato ad andare avanti con un sistema che oggi possiamo considerare pienamente democratico e un’alternanza dei partiti al governo. Il KMT ha vinto le elezioni nel 1996 (Lee), 2008 (Ma), 2012 (Ma), e il DPP nel 2000 (Chen), 2004 (Chen), 2016 Tsai Ing.-Wen), 2020 Tsai), 2024 (Lai Ching-Te). La geopolitica, che, come ho detto, ha sempre avuto un ruolo importantissimo in quest’area, si è andata sempre più polarizzando. Già Obama, con la sua strategia del “Pivot to China” aveva focalizzato l’attenzione militare sui mari prospicienti la Cina. Essa è diventata più pesante con la presidenza Trump e ancora di più con l’attuale presidente Biden. Esiste oggi nell’area un’imponente flotta militare americana a cui si aggiungono navi dei Paesi alleati, formalmente per mantenere la libertà di navigazione in una zona da cui transita il 40% del commercio mondiale. Per fronteggiarla esiste oggi un’analoga, ma meno potente, flotta cinese, che si contrappone sia agli americani che a Taiwan, con manovre militari navali e aeree e sorvoli aerei che si spostano al di là di una linea non ufficiale che delimita lo spazio aereo di Taiwan. Per la Cina esistono due motivi. Il primo strategico perché in quelle acque, così trafficate, passa non solo un grande traffico mondiale, ma in particolare l’80% delle risorse petrolifere e di gas cinesi e buona parte dei rifornimenti alimentari cinesi. Un eventuale blocco di esse da parte delle navi americane, specialmente gli stretti di Malacca e di Lombok (a sud-ovest dello stretto di Taiwan) sarebbe disastroso per la Cina. Il secondo motivo è ovviamente legato alla contesa con Taiwan e quindi a una conferma plateale della sua pretesa sovranità sull’isola. Di tanto in tanto, quando, dal punto di vista cinese, l’America fa un passo falso, la situazione si aggrava immediatamente. Un esempio è stato la visita di una delegazione americana capeggiata da Nancy Pelosi, allora presidente del Parlamento USA, che fu interpretata come un riconoscimento implicito della sovranità di Taiwan. In quell’occasione sia Biden che la Presidente di Taiwan cercarono di minimizzare l’importanza dell’evento, ma fu un’altra dimostrazione della criticità della situazione. Tornando alle elezioni a Taiwan, durante la campagna elettorale nel 2020 il KMT sembrava favorito. In quel periodo però c’erano manifestazioni di protesta molto violente a Hong Kong, durante le quali si era perfino pronunziata la parola “indipendenza” considerata a Pechino come una bestemmia. Ciononostante il governo cinese aveva accuratamente evitato intromissioni dirette proprio per non influenzare le elezioni a Taipei. Il DPP però ebbe buon gioco ad evidenziare all’elettorato cosa sarebbe successo in caso di riavvicinamento con la Cina. E vinse di nuovo le elezioni anche se conquistò un numero inferiore di seggi (61 invece dei 68 che aveva nel primo mandato). Arriviamo ad oggi. Anche questa volta sembrava che il KMT potesse vincere, evitando un terzo mandato consecutivo del DPP, che non era mai avvenuto in passato. Ci fu però una novità: un terzo partito, il TPP (Partito Democratico di Taiwan) partecipò alle elezioni. Questo partito, a differenza dei due partiti storici focalizzati sui rapporti RPC-ROC, era portatore di interessi sostanzialmente interni; disoccupazione, crescita economica, problema abitativo etc. Per quanto riguardava i rapporti con Pechino aveva idee molto simili a quelle del KMT. I due partiti cercarono di presentare liste comuni in vista di una vittoria molto probabile, ma non si arrivò a nessun accordo. E si andò alle elezioni con tre partiti nazionali, a parte alcune piccole liste locali, come in passato. Le elezioni del 2024 E arriviamo alle elezioni del 13 gennaio scorso. L’affluenza al voto è stata alta, il 71.53% degli aventi diritto. Molti cittadini sono tornati dall’estero, sia dalla Cina che da Paesi lontani, appositamente per votare. Lai Ching-Te (DPP) ha vinto, con il 40,05% dei voti; HomYu-Ih (KMT) secondo con il 33.49%; Ko Wen-Je (TPP) terzo con il 26.46%. Nel voto per lo Yuan legislativo (simile al nostro Parlamento) il primo partito è risultato invece il KMT con il 39.96% dei voti e 52 seggi dei 113 dell’assemblea, secondo il DPP con il 36.16% e 51 seggi, terzo il TPP col 22.07% e 8 seggi. I due ultimi seggi sono stati assegnati a candidati indipendenti. Ciò è stato immediatamente rimarcato da Lai durante il discorso della vittoria “Taiwan sta dicendo al mondo intero che tra democrazia e autoritarismo scegliamo di stare dalla parte della democrazia” Lai è stato già vicepresidente durante il mandato di Tsai Ing-Wen (la prima presidente donna), e si era distinto per aver espresso spesso idee molto più rigide rispetto a quelle della presidente. La sua nuova vice presidente è stata, a sua volta, “ambasciatrice di fatto” negli Stati Uniti ed anche per questo motivo la Cina ha tentato di influire in ogni modo possibile per supportare il KMT. Il popolo ha però deciso in una competizione assolutamente libera e democratica. Ed inoltre, ha dichiarato Lai, “Sulla premessa della reciprocità e della dignità, sostituirò il contenimento con gli scambi e il confronto con il dialogo. Tuttavia, di fronte alle minacce verbali e militari della Cina, sono determinato a proteggere Taiwan.” Il portavoce dell’ufficio governativo cinese per gli affari di Taiwan (ovviamente essi non sono trattati dal ministero degli esteri) ha affermato che i risultati hanno dimostrato che il DPP “non rappresenta l’opinione pubblica tradizionale” e che la Cina rimane decisa sull’unificazione nazionale. A parte questa dichiarazione la Cina non sta mostrando reazioni significative, probabilmente in attesa di mosse degli USA e comunque dell’entrata al potere del nuovo presidente il 20 maggio prossimo. In confronto con le precedenti due elezioni il nuovo presidente ha ottenuto una percentuale di voti ancora in discesa rispetto alle due precedenti legislature, ma ciò non ha particolare influenza. È importante invece che il suo partito non abbia la maggioranza dei seggi nello Yuan legislativo in cui il vincitore è risultato il KMT, anch’esso però senza la maggioranza assoluta. L’ago della bilancia sarà quindi il TPP. Ciò era già accaduto durante la presidenza Chen (DPP), 2000-2008. Allora il Parlamento, dominato dal KMT riuscì a bloccare il più delle volte i bilanci militari proposti da Chen, costringendolo nel 2004 a ridurre drasticamente le spese per la difesa. In questo caso però il KMT non potrà agire da solo e dovrà venire a patti con il TPP per riuscire a modificare la politica estera del DPP. Quest’ultimo quindi dovrà essere disposto a cedere a molte delle richieste del TPP in politica interna. Saranno quindi di fronte ad una tipica situazione “italiana”, che influirà sulle decisioni del nuovo presidente. Questo governo, durante la campagna elettorale si era mostrato in continuità con il precedente ma la realtà mostra un quadro totalmente diverso. Lai si è impegnato a lavorare con i partiti di opposizione ed a valutare le loro proposte “purché portino benefici al popolo”; una frase che vuol dire tutto e niente. Ciò rende scettici molti commentatori. Huang Kwei-Bo, professore alla national Cheng Chi University, ha dichiarato “La vittoria di Lai è il risultato principalmente della scissione dei principali partiti di opposizione che ha ritardato e quindi indebolito i preparativi del KMT. Analogamente Amanda Hsiao dell’International Crisis Group ha dichiarato al Guardian che la vittoria di Lai non significa un’approvazione delle sue politiche verso la Cina “Penso che rifletta più l’incapacità del KMT di convincere gli elettori che ha un approccio “aggiornato rispetto all’ultima volta che sono stati al potere”. Alex Lo del SCMP sostiene che Lai dovrebbe rendersi conto che “la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica taiwanese preferisce lo status quo, che è l’autogoverno de-facto, piuttosto che l’indipendenza de-iure”. Ma è la geopolitica l’aspetto determinante per il mantenimento di relazioni pacifiche fra i due lati dello stretto. Washington vede Taiwan come un bastione della democrazia di fronte alla Cina autocratica ed un punto d’appoggio importante per il mantenimento della pace in Asia Orientale, ovviamente sotto l’ombrello americano, anche se non come stato indipendente de-iure. Come ho detto però nell’introduzione, non si parla di una disputa puramente “ideale” o “ideologica”. Taiwan è nello snodo cruciale dei collegamenti fra l’Asia nord-orientale, il Medio Oriente e l’Europa. Essa è quindi il bastione della prima catena di isole di contenimento marittimo della Cina che va dal Borneo, alle Filippine e più su alla Corea del sud fino al Giappone. A ciò si aggiunge il fatto che la TSMC di Taiwan è il più grande produttore al mondo di microchip avanzati. La sua occupazione o distruzione ad opera dei cinesi provocherebbe una crisi gigantesca. Il governo di Washington ha imposto a TSMC di creare stabilimenti analoghi in territorio USA ed ha vietato loro di esportare i propri prodotti in Cina. Ciò ha creato preoccupazione a Taipei che ipotizzano una perdita di interesse una volta che tale produzione, e la relativa tecnologia fosse delocalizzata negli USA. Per la Cina invece il ricongiungimento con Taiwan è l’obiettivo finale del “ringiovanimento nazionale” e della conclusione del secolo delle umiliazioni quando le potenze colonialiste occuparono parte del suo territorio. Spirano quindi venti di guerra, e, come sostengono quasi tutti i commentatori internazionali, oggi Taiwan “è l’area più pericolosa del mondo intero”. È un segreto di pulcinella il fatto che già oggi esista nell’isola un gran numero di “consiglieri militari”, per lo più militari americani in pensione, e che tutto il territorio sia abbondantemente protetto da sistemi americani di “guerra elettronica”. Di tutto ciò la Cina è perfettamente consapevole, ma quale sarà la “linea del Rubicone” al di là della quale Xi deciderà di scatenare la guerra? La Cina sa due cose: la prima è che l’unica chance di successo sarebbe un attacco improvviso e in grande stile (fra le due coste ci sono pochi minuti di volo); la seconda, di segno contrario, è che sarebbe relativamente facile distruggere Taiwan ma molto più difficile occuparla, sia per la particolare orografia del territorio che per la prontezza con cui Taiwan potrebbe reagire con le forze di difesa antisbarco. Proprio questo è a mio avviso il punto di forza di Taipei. La Cina, e la sua popolazione, sarebbero pronti ad una guerra per l’unificazione, ma non per l’annientamento di civili, di famiglie, con cui hanno ancora oggi stretti legami. Una strage creerebbe una gigantesca crisi interna. Ovviamente questo scenario dipende in massimo grado da un’altra domanda, che tutto il mondo, e ovviamente la Cina, si pone. Di ciò parla uno studio approfondito pubblicato da Foreign Affairs, una delle più quotate pubblicazioni americane di politica internazionale. Non mi dilungo sulla sua tesi ma essa si basa su due domande. La prima è “Può l’America affrontare simultaneamente la crisi in Ucraina, quella in Israele e la potenziale, pesantissima crisi a Taiwan?” e la seconda, in realtà più concetti insieme “Fino a che punto l’America sarebbe disposta a spingersi in aiuto di Taiwan? Solo armarla o anche ad intervenire direttamente? cosa che non ha fatto né con Kiev, e neppure con Gerusalemme”, ma, ancora più importante, “Cosa pensano in Cina che l’America farebbe?” perché è questa, alla fine la valutazione chiave per qualsiasi decisione. Proprio in quest’ottica il nuovo ambasciatore de-facto taiwanese a Washington ha dichiarato “Il mondo intero sta a guardare cosa farete per difendere l’Ucraina dall’invasione russa”. E ciò rende ancora più complesse tutte le crisi che si stanno accumulando in questi giorni. Quest’ultima è proprio la domanda che fece la stampa cinese di fronte alle dichiarazioni di Trump, di cui vi ho parlato nell’introduzione: essa è la chiave di tutto. Paradossalmente, le carte più importanti sono oggi proprio in mano al nuovo presidente Lai. Come suggeriscono molti osservatori egli dovrebbe prendere l’iniziativa di fare delle piccole aperture alla Cina, sperando che da Pechino reagiscano con analoghe aperture. Il mondo cinese è forse il più capace per trattative “trasversali” di questo tipo. Se così fosse, con ripetute, analoghe, reciproche avances, si riuscirebbe a realizzare una reale de-escalation fra i due lati dello stretto. Come ho detto più volte, la variabile “tempo” ha in quel mondo un significato ben diverso che in occidente.





