
Javier Milei ha vinto e il ballottagio di domenica e ora deve ora mettersi all’opera per realizzare la sua agenda di governo “ultraliberale” in direzione . Una rotta che dovrebbe portare il Paese sudamericano nella direzione diametralmente opposta a quella promessa dallo sconfitto candidato del centrosinistra Sergio Massa.
Milei – che dal 10 dicembre erediterà un Paese con inflazione da mesi stabilmente sopra il 100 per cento annuo e una soglia di povertà al 40 per cento della popolazione – ha assicurato che per mettere fine alla “decadenza” economica occorrerà agire in fretta e senza “mezze misure”, abbattendo uno ad uno i pilastri dello Stato “corrotto”, prima “che si sprofondi in una crisi senza fine”: su tutti, la fine della Banca centrale e la sostituzione del peso con il dollaro statunitense. Misure d’urto studiate per mettere fine alla forsennata corsa dei prezzi e sfilare lo Stato dalla spirale del debito che spinge da decenni l’Argentina sull’orlo del default.
In uno scenario come questo, la Banca centrale ha le ore contate. Ma per il presidente eletto “tutto ciò che può finire nelle mani del settore privato sarà nelle mani del settore privato”: l’intenzione è “ricomporre” i bilanci di imprese come la compagnia energetica Ypf e metterli in vendita a prezzi “convenienti” per il popolo argentino. Una lista in cui compaiono anche i principali media statali, dalla Tv pubblica all’agenzia “Telam“.
Una ricetta alla “cilena”, come tante volte l’ha definita Milei, che è agli antipodi di quella disegnata da Massa.
La sterzata che intende porre Milei non è senza rischi. Le misure economiche drastiche, l’abbandono di tutti o di buona parte dei sussidi pubblici alla sanità, all’educazione, ma anche alla spesa privata, possono nel breve periodo esacerbare l’emergenza che vivono alcune fasce della popolazione, innescando possibili reazioni della piazza già surriscaldata da un dibattito lacerante nella campagna elettorale. Uno scenario nel quale proliferano le denunce sulle presunte tentazioni del governo di aumentare la repressione, sotto l’ombrello della lotta ai sempre più allarmanti livelli di criminalità.
Protagonista indiscussa di queste polemiche è la vicepresidente eletta, l’avvocato Victoria Villaruel, che ha più volte parlato della necessità di rivedere l’impianto culturale di condanna univoca alla dittatura militare. Tutti elementi che potrebbero rivelarsi decisivi nell’alimentare tensioni di piazza.
Per far valere la sua ambiziosa agenda politica, il presidente eletto dovrà comunque destreggiarsi con un parlamento in cui non dispone della maggioranza assoluta. Alla camera, la coalizione di centrosinistra Unione per la patria (Up) di Massa ha eletto 108 dei 257 deputati, contro i 38 de La libertà avanza (Lla). I vertici del partito stanno peraltro esaminando la possibilità di fare gruppo unico con parte dei 94 deputati eletti dalla coalizione conservatrice Insieme per il cambio (Jxc), almeno quelli legati ai nuovi alleati di Milei: l’ex presidente, Mauricio Macri, e l’ex ministro della Sicurezza nonché candidata del centrodestra giunta terza al primo turno, Patricia Bullrich. Al Senato, Up vanta 33 seggi contro i 21 di Jxc e i 7 di Lla. Grande attesa per quanto succederà domani, giorno di apertura dei mercati dopo la pausa del lunedì. Un termometro particolarmente significativo visto il peso delle proposte di Milei sui temi dell’economia e finanza, dall’abolizione della Banca centrale alla sostituzione del peso con il dollaro statunitense.
Massa ha perso con uno scarto di ben undici punti percentuali, senza mai aver potuto mettere in discussione l’esito finale del ballottaggio. Tanto che ha riconosciuto la sconfitta ben prima del termine fissato dalle autorità elettorali per le comunicazioni ufficiali.
In queste ore si discute se la sconfitta sia “sua” o se paghi lo scotto di un’eredità, quella che si riassume nella figura della vice presidente uscente Cristina Fernandez Kirchner, considerata ingombrante per larga parte dell’elettorato. Varrebbe, in quest’ultimo caso, la lettura secondo cui la vittoria di Milei, più che nel merito tecnico dei programmi, sia maturata sulla necessità di mettere fine alla storia politica della ex “presidenta”, già moglie di Nestor, altro presidente simbolo del centrosinistra argentino. Determinante sarebbe stato quindi il sostegno che Macri – nemico giurato di Cristina – ha dato a Milei. Un appoggio garantito nonostante gli insulti ricevuti da Milei fino al giorno prima delle urne, motivo che ha spinto parte della dirigenza di centrodestra a prendere le distanze da Macri. Ma il voto sembra aver dimostrato che tutta l’elettorato “liberale” non ha avuto dubbi: meglio Milei che la permanenza della sinistra.





