
di M. R.
Io sarò decisamente un anticlericale fuori moda, un nostalgico che pensa che il Risorgimento non sia ancora finito, un laicista (come i cattolici amano definire sprezzantemente coloro che hanno a cuore la laicità), ma trovo disdicevole che un Presidente della Repubblica si rivolga con quel tono deferente, “con riconoscenza e gratitudine”, a papa Francesco, e lo faccia “a nome del popolo italiano e mio personale”.
Sia chiaro, a scanso di equivoci, che ritengo Sergio Mattarella un uomo di tutto rispetto e un Presidente cui l’Italia deve molto (ricordiamo tutti quando alcuni cialtroni ne chiedevano l’impeachment).
E nessuno nega il suo diritto di scrivere al Papa, o di andare a messa, come fa, tutte le domeniche.
Ma, quando indossa i panni del Presidente della Repubblica, dovrebbe ricordarsi che il suo ruolo istituzionale lo pone quale rappresentante di tutti i cittadini, compresi quelli – che in Italia non sono più da tempo una sparuta minoranza – di acattolici: agnostici, atei, ebrei, islamici, valdesi che siano.
Quando Mattarella parla a nome del Popolo Italiano (che io volutamente scrivo con le maiuscole) e scrive una lettera a papa Francesco lo fa da capo di stato a capo di stato e dovrebbe quindi astenersi da un atteggiamento deferente e di parte.
Dubito fortemente che il Presidente utilizzi gli stessi toni per festeggiare i genetliaci di Biden, Carlo di Windsor, Macron e così via.
È cosa piccola, trascurabile si dirà. Ma si tratta di una china iniziata tanto tempo fa e che ha subito una rapida accelerazione, paradossalmente, con la caduta della Democrazia Cristiana e la conseguente necessità di tutti i partiti superstiti di accaparrarsi il voto cattolico; una parabola che ha avuto il punto più basso nel ricevimento di Giovanni Paolo II nel Parlamento in seduta congiunta nel novembre 2002, tra il giubilo generale. Ma i prodromi c’erano stati, l’anno precedente, col discorso di insediamento di Pierferdinando Casini a Presidente della Camera: “Come tutti i bolognesi, mi affido anche io alla protezione della Madonna di San Luca, confidando nel suo aiuto per svolgere con serena imparzialità (sic!) e rigore il mio mandato di Presidente della Camera dei deputati”, cui seguirono gesti e parole di elogio da parte di Luciano Violante, ex magistrato (!) e deputato ex comunista (!).
Così come, dalla mia posizione di laico e anticlericale, trovo incredibile e anacronistico che i parlamentari abbiano un cappellano (mi domando se abbiano qualcosa di analogo anche i parlamentari ebrei, valdesi e islamici, ad esempio).
E, si badi bene, tornando alla questione di partenza: non ho nulla contro papa Francesco in quanto uomo, che genera in me sentimenti di simpatia (sebbene il suo essere gesuita mi lasci delle perplessità circa la sincerità dei suoi atteggiamenti). E anch’io gli faccio gli auguri, ma da privato cittadino. Ecco: Mattarella avrebbe tranquillamente potuto fargli gli auguri in forma privata, senza inserire la lettera addirittura sul sito ufficiale del Quirinale.
Sono anacronistico, fuori tempo massimo? Per dare un’idea dei miei modelli, quando – appena tre mesi fa – Macron ha partecipato a una messa (ma rifiutando l’eucarestia) celebrata da papa Francesco al Velodrome di Marsiglia è stato accusato in Francia di avere violato la legge del 1905 sulla laicità dello Stato (una legge che aveva reso la Francia totalmente laica e aconfessionale, realizzando la completa separazione tra Stato e Chiesa cattolica). I toni usati da vari esponenti politici sono stati i seguenti: “Sono in disaccordo con il fatto che il presidente della Repubblica partecipi nell’esercizio delle sue funzioni a una cerimonia religiosa” (Alexis Corbière), “Macron si intrufola senza rispetto per il proprio ruolo. I fischi alla messa saranno per lui, non per il Papa” (Jean-Luc Mélenchon), “Non è il ruolo del presidente della Repubblica quello di assistere a una messa in un Repubblica laica” (Fabien Roussel).
Quante lamentele simili si sono avanzate in Italia? Nemmeno una, ça va sans dire.
Ma, si sa, la Francia è il paese laico per eccellenza, una caratteristica che invidio profondamente ai nostri cugini d’oltralpe. E allora, dal mio piccolo cantuccio della provincia italiana (o forse della provincia vaticana?), non mi vergogno a gridare Vive la France!





