
Il mese di agosto sarà il mese della verità per il destino degli Stati Uniti d’America, centro dell’Impero d’Occidente in crisi di identità, in fase di espiazione (black lives matter e cancel culture), incerto sulla politica estera, guidato da troppo tempo da una compagine politica Clinton-Obama-Bush, che ne ha disastrato la proiezione internazionale e ora alle prese con un Partito Democratico che, giunto alle soglie delle elezioni, continua a proporre un candidato bolso, chiaramente inadatto, cognitivamente compromesso.
La disperazione del Partito Democratico e dei potentati finanziati ed economici che stanno nel backstage (finanza speculativa, tecnocrazia, sedicenti filantropi) non è solo dovuta al fatto che all’allerta climatica fra poco non crederà più nessuno, che il green è fallito miseramente ripiegandosi su se stesso, che il globalismo ha consegnato nelle mani di Cina e Mosca il monopolio delle materie prime e delle fonti energetiche, ma che non hanno più un candidato credibile e che saranno costretti a cambiare in corsa quello che attualmente hanno.
I rumors d’oltre oceano, infatti fanno sapere che il prossimo candidato democratico USA che sfiderà Trump non sarà Biden, ormai chiaramente da pensionare, ma Gavin Christopher Newsom, nato a San Francisco il 10 ottobre 1967, Governatore della California dal 2019.
Newsom dal 2011 al 2019 ha ricoperto la carica di vicegovernatore dello stesso Stato e prima ancora, dal 2004 al 2011, quella di sindaco di San Francisco, la quale cosa lo qualifica come portatore di tutto quanto di peggio la California sia oggi per l’immagine degli Stati Uniti nel mondo e all’interno degli Stati Uniti stessi.
La California è la patria della tecnocrazia, del transumanesimo, delle teorie Lgbtq+, del green e dell’emergenza climatica e del riassunto di tutte queste nella teoria woke, che sta creando una reazione di rigetto in Europa e nella stessa America, a tutto favore dell’ascesa delle destre e dei repubblicani di Trump.
L’altra carta che si intenderebbe giocare, dicono sempre i rumors, è quella di Michelle Obama, ex first lady, dedita, quando stava alla casa Bianca, alla cura dell’orto biologico.
Il fatto che si parli insistentemente di un cambio del cavallo in corsa fa capire che il Partito Democratico è arrivato oltre la frutta.
Al netto della signora Obama, della quale ben poco sappiamo in ambito politico, strategico, salvo che curava l’orto di casa (in questo caso bianca), la candidatura di Newsom è la tracotante proposizione di una linea politica e di un’ideologia californiana che è quella che ha portato al disastro attuale la credibilità degli Stati Uniti a livello internazionale a che sta dividendo gli stessi Stati Uniti al loro interno, con interi stati che si ribellano ad un’ideologia demenziale che si vorrebbe far passare come valore dell’Occidente.
Se la disperazione del Partito democratico produce il wokismo come ideologia per l’America del futuro, è chiaro che è legittimo dire no.
In una serie di pensieri recentemente pubblicati con il titolo “Taccuino”, Pavel Florenskij, filosofo, scienziato, mistico russo, prima incarcerato e poi fucilato, nel 1937, da Stalin, ci insegna che è necessario riappropriarci delle parole, il cui significato viene stravolto da quello che lui chiama l’Anticristo, a cominciare da quella fondamentale: “no”.
Se la disperazione del Partito Democratico porta a candidare al posto di un centrista cattolico un californiano educato dai gesuiti all’Università Santa Clara, che porta con sé l’universo ideologico tragico del wokismo, significa che hanno intenzione di scontrarsi non con Trump, ma con una parte dell’America che ormai rifiuta il mondo fasullo rappresentato dalla California.
E anche di scontrarsi con tutti quelli che di wokismo non ne possono più, che si riappropriano delle parole e pronunciano un secco: no.





