Un cristianesimo disposto a parlare in nome di tutto, fuorché della Croce
Non voglio discutere, almeno per ora, le parole di Leone XIV sull’immigrazione. Verrà il tempo anche per quello.
Mi interessa un particolare infinitamente più eloquente del discorso.
Il Papa ha scelto come quinta della sua visita la cosiddetta Porta d’Europa di un certo Mimmo Paladino, mio corregionale, e, per molti, una specie di vate iconografico del nostro tempo del diavolo.
Ora, codesto monumento è descritto dalla critica “come un catalogo di “simboli mediterranei”(?); barche, stelle, mani, impronte, volti, utensili, segni arcaici, alfabeti immaginari. C’è praticamente tutto. O quasi.
Ma manca la Croce.
Ora: Paladino è liberissimo di farne a meno. Non gli si chiede una professione di fede, ma un’opera d’arte. E ognuno mette nelle proprie opere ciò che ha, o non ha, nel cuore.
Il problema nasce quando è il Successore di Pietro a scegliere quel monumento come fondale simbolico.
Perché il Papa non rappresenta l’umanesimo, il Mediterraneo arcaico e pagano, il dialogo delle culture o una inidentificabile “religione” dell’accoglienza.
Rappresenta Cristo. E Cristo, da duemila anni, non ha per emblema una barca, una stella o una mano impressa nella ceramica. Ha la Croce. Che è il segno della nostra identità continentale. Non altri. Non rune, non mani, non sgorbi privi di senso.
Qualcuno sorriderà. «È solo un dettaglio.»
No. I simboli non sono dettagli. Sono confessioni. Dicono ciò che le parole, spesso, cercano di nascondere.
Un Pontefice che parla sotto un monumento dove abbondano tutti i segni possibili fuorché quello del Cristianesimo consegna, forse senza volerlo, un’immagine perfetta del nostro tempo: un cristianesimo disposto a parlare in nome di tutto, fuorché della Croce.
Ed è difficile immaginare una metafora più impietosa dell’Europa contemporanea: costruita dalla Croce, educata dalla Croce, salvata dalla Croce, oggi preferisce inginocchiarsi davanti a qualunque simbolo, purché non davanti a quello che l’ha fatta nascere.





