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Sicurezza, basta con il ‘dialogo tra sordi’

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Sicurezza, dialogo tra sordi

La “repressione” la si ottiene ristabilendo la “certezza della pena” che negli ultimi decenni si è lentamente, ma inesorabilmente persa

Quello che non sopporto nelle discussioni sulla sicurezza sono i dialoghi tra sordi.
Odio le ottuse starnazzate da talk a favore di telecamera dove ci si straparla addosso senza ascoltare.

E causa dei recenti episodi criminali legati o meno a matrici terroriste islamiche, ma anche a giovani gang ispaniche, se ne sta facendo ampio e triste sfoggio.

Se poi il tutto si risolve in un arido battibecco dove l’uno urla in faccia all’altro: “criminalizzazione!” e l’altro, con la stessa furia demente, gli risponde: “sottovalutazione!”, è chiaro che entrambi non hanno alcun interesse ad affrontare il problema.

Perché è fuori dubbio che un problema c’è e riguarda le cosiddette seconde generazioni.
Un problema che non interessa solo il nostro Paese, ma che hanno vissuto e stanno vivendo con grave disagio anche in Europa.

Ragazzi che non si sentono integrati, che non si vogliono integrare, che vivono con rabbia la loro integrazione e la sfogano nel crimine, spesso il più efferato.

Non voler neanche prendere in considerazione un tema del genere, e la sua parziale associazione con i processi migratori, è un grave problema di cecità politica
(e i ciechi, oltre ai sordi, purtroppo abbondano).

Analogamente, ridurre il tutto con la mera criminalizzazione o con una risposta “securitaria” (che comunque in Italia non c’è affatto) è altrettanto semplicistico.

Spesso mi sono domandato chi siano questi ragazzi…

Sono i figli di sopravvissuti.

Figli di immigrati clandestini inseriti in un sistema di accoglienza incontrollata e, conseguentemente, insostenibile.

Persone che, per sopravvivere, sono state sfruttate se non schiavizzate e alcune finite nei circuiti criminali.

Tutte hanno vissuto anni infernali.

I figli sono nati in Italia e, spesso, odiano i genitori per essersi sottomessi alle tante angherie, ma, contemporaneamente, vogliono vendicarne le sofferenze.

Così come vogliono vendicare le proprie sofferenze, che però nulla hanno a che vedere con i veri patimenti subiti dai genitori, ma derivano dal non poter conseguire quegli effimeri status symbol del successo che la società occidentale, basata sull’apparenza e sulla disgregazione dei valori, ci sbatte in faccia quotidianamente.

I sordomuti ci invitano ad evitare di chiamarli “di seconda generazione” ed usare il termine “italiani”, come se bastasse italianizzarli per depotenziare la minaccia, come se la burocrazia anagrafica riuscisse a rendere inoffensiva la rabbia.

Rabbia che si scatena impavida e si rende ancora più tracotante dal senso di impunità che grava nel nostro ordinamento giudiziario.

Se i sordo-ciechi iniziassero a comunicare prenderebbero atto che le strategie per affrontare il problema dovrebbero mirare sia a contenere quella rabbia, sia a risalire alle origini del disagio che la genera al fine di attenuarla ed eliminarla.

Tale strategia ha un nome: repressione e prevenzione.

Sono due termini che non devono andare, come purtroppo avviene, in ottuso contrasto tra loro, ma amalgamarsi e protendere al medesimo scopo.

La “repressione” la si ottiene ristabilendo la “certezza della pena” che, negli ultimi decenni, si è lentamente, ma inesorabilmente persa.

E non la si ritrova sfornando “decreti sicurezza” a nastro che aumentano inutilmente le pene o aumentano i reati.

Paradossalmente la si ottiene togliendo qualcosa, non aumentando.

Togliendo, ad esempio, quelle assurde norme introdotte dal governo Renzi, una decina di anni fa, che impediscono al Giudice di disporre la custodia cautelare in carcere per i reati delle cosiddetta “microcriminalità” anche quando c’è la certezza che il criminale, una volta scarcerato, continuerà a delinquere.

Ma sbattere il giovane delinquente in galera non basta.

Ristabilita la sana percezione che chi sbaglia paga, e rinnovato l’ovvio timore delle conseguenze che le violazioni delle regole comportano, la prevenzione sociale, la riqualificazione valoriale e strutturale delle periferie e qualsiasi intervento assistenziale, saranno determinanti e troveranno anche un campo di recezione indubbiamente più fertile.

Le responsabilità sociali della devianza sono sicuramente determinanti, ma qualunque queste siano, non potranno mai prescindere dalle responsabilità personali.

L’argomento della sicurezza dovrebbe essere affrontato con buon senso.

Ma quando due sordi discutono, nessuno ascolta… ma entrambi pretendono d’essere ascoltati.

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