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SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, LA VERA POSTA IN GIOCO

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di Sergio Pizzolante 

Lo scontro sarà durissimo.
Speriamo sia anche all’altezza.
Perché non è in gioco la questione del funzionamento della giustizia, nemmeno il tema della giustizia giusta, nemmeno la questione delle garanzie, la racconteranno così ma non è così.
Il tema dello scontro è il potere. Il primato.
Come deve essere.
La questione di una giustizia più giusta, delle garanzie, del garantismo poi discendono.
Sono la conseguenza.
E la conseguenza è più giusta se il primato dei poteri torna al suo posto.
Detto chiaro chiaro.

Oggi il primato è della “giurisdizione”.
Il potere politico è subordinato.
Negli ultimi 20 anni il Parlamento è stato al servizio del potere giudiziario.
Abbiamo fatto leggi per portare più in alto quella che Sabino Cassese chiama “magistratura governante”, che Panebianco chiama “democratura”. Il governo delle procure.
Abuso d’ufficio, traffico di influenza, reati associativi vari, sono (sono stati e in parte sono) gli strumenti che definiscono l’equilibrio squilibrato dei poteri.

In Costituzione e’ prevista l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che il potere politico ha garantito, ma era prevista anche l’autonomia e l’indipendenza del Parlamento, che il potere giudiziario ha minato sino a subordinarlo.
Con i partiti politici che si autosubordinarono,
con la fine dell’autorizzazione a procedere, che definiva l’equilibrio costituzionale.
Il punto è questo.
Alla Costituente si discusse molto sul tema dell’autonomia della magistratura.
De Gasperi, Togliatti, Nenni, decisero per la totale autonomia e indipendenza perché nessuno voleva una magistratura schierata con uno contro l’altro.

Da Tangentopoli la magistratura si è prima schierata con uno contro l’altro, poi con se stessa subordinando alcuni contro altri.
Infine quasi tutti.

Questo è il disequilibrio che è in discussione.
Una cosa gigantesca. Epocale.
Si spiega così lo sciopero dei magistrati.
Una cosa enorme.
Un potere che sciopera contro un altro potere.
Il potere per concorso che esce dalle aule dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, quando parla il Governo eletto dal Parlamento, che rappresenta la volontà popolare.
Una cosa straenorme.

L’accusa di merito dei magistrati è chiara.
Il Governo vuole subordinare le procure. Esercitare un controllo politico.
Dico subito che se così fosse, io che sono un ultra garantista mi schiererei con le procure.
Assolutamente.
Ma così non è.
Onestamente così non è.

Allora cos’è? E’, va detto con onestà intellettuale, il ridimensionamento dello status delle procure, non la subordinazione.
Ma ridimensionamento si.
Anzi, meglio, il dimensionamento, delle procure.

Perché?
Perché, con la riforma le procure, che hanno il compito dell’accusa, saranno pari alla difesa e non a chi giudica.
Chi accusa e’ sotto chi giudica. In nome del popolo italiano. Sotto! Al pari di chi difende.
Questo è la nuova dimensione dell’accusa.
E’ un ridimensionamento? Si.
E’ giusto? Giudicate voi. Ma è giusto dirlo.
E’ questo il punto.
Col regime accusatorio, legge Vassalli, come ha detto Falcone più volte, non può che essere così.
L’accusa non può essere pari al giudizio.
E’ una cosa lampante.

Quindi, carriere separate, sorteggio per l’elezione nei due nuovi Csm, fine delle correnti.
Chi giudica non è compagno di corrente di chi accusa.

La posta in gioco è gigantesca, tanto grande che faccio fatica a crederci.

Anzi, paradossalmente, mi induce a crederci più la reazione, dei magistrati, che l’azione, del Governo.

Vediamo.
E’ davvero una partita epocale.
Spero, che ci sia una consapevolezza maggiore, più alta, sulla posta in gioco.
Non è una “lite”, fra magistratura e politica, come la descrivono intellettuali e giornalisti mediocri.
E’ una cosa più alta. Molto più alta.
Che spero faccia alzare, di molto, il confronto.
Non dico come ai tempi della Costituente.
Quelli erano giganti.
Ma all’altezza della posta in gioco si.
E spero si apra anche un dibattito fra i magistrati, fra i giudici.
All’altezza della sfida.
Perché noi abbiamo bisogno di una nuova autorevolezza sia della politica che della magistratura.

Perché senza una crescita di ognuno nel suo ruolo non c’è legge che tenga.
Possiamo cambiare regole e ruoli e funzioni e poteri e fare comunque un pateracchio.
All’italiana.
Una infinita guerra fra bande.
Al peggio potrebbe non esserci fine.

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