Home Politica Schlein: Meloni venga a riferire in Parlamento

Schlein: Meloni venga a riferire in Parlamento

0
Parlamento

Perfino il PD ha il coraggio di dire che la riforma è giusta

Grandina a Roma e Meloni deve riferire in Parlamento. Si scioglie la Marmolada e Meloni deve riferire. Trump pubblica un video su Gaza e Meloni deve riferire.

Una frana in Sicilia e Meloni deve riferire. La Groenlandia finisce nei titoli dei giornali e Meloni deve riferire. Angelo Bonelli non chiede informative urgenti: le produce in serie, come un distributore automatico collegato al ciclo delle notizie.

Il meccanismo ha un atto fondativo. Bonelli si presenta alla Camera con tre sassi raccolti a piedi nel letto dell’Adige in secca, li esibisce come reliquie dell’apocalisse climatica e chiede al governo di rispondere.

Meloni ride, l’Italia si sganascia e lui si offende. Due giorni dopo gira un video solenne in cui riporta i ciottoli nel fiume. Da quel momento, la richiesta di informativa diventa il suo ridicolo strumento universale.

L’alluvione in Spagna? Meloni riferisca. Il caso Almasri? Meloni riferisca. I dazi? Meloni riferisca. Se domani un meteorite colpisse Giove, Bonelli depositerebbe un’interrogazione urgente prima che la polvere cosmica raggiunga l’atmosfera terrestre.

Ma Bonelli non agisce da solista. Con lui Elly Schlein, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni compongono un quartetto che ricorda il teatro dell’arte di strada: molto rumore, parecchia gestualità, nessun copione e soprattutto nessuna trama.

Schlein ha coniato espressioni memorabili. Meloni sarebbe la “presidente del coniglio” e governerebbe in “modalità aereo”. Formulazioni brillanti per un tweet, meno per un’alternativa di governo.

Ma il capolavoro della segretaria del PD è un altro e si chiama referendum. Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno sulla separazione delle carriere dei magistrati. Schlein la definisce un “attentato all’indipendenza della magistratura”, una riforma che “serve a Meloni per avere le mani libere”. Parole dure. Peccato che la separazione delle carriere sia un’idea del centrosinistra.

La propose la Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nel 1997, con i voti di Violante, Bassanini e Salvi. La rilanciò il congresso del PD nel 2019, quando la mozione Martina la definì testualmente “ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale”.

Quella mozione fu firmata da Delrio, Guerini, Orfini e dalla stessa Debora Serracchiani, che oggi è la responsabile Giustizia del partito. Ebbene, Serracchiani nel 2025 ha dichiarato al Sole 24 Ore che la separazione delle carriere “non l’ha mai convinta”. Nel 2019 la firmava come ineludibile. Nel 2025 non l’ha mai convinta.

Non è un cambio di posizione: è amnesia certificata. Il PD non contesta il merito della riforma, perché il merito lo condivide da trent’anni. Contesta la firma in calce: quella di Meloni. Se l’avesse presentata un governo di centrosinistra, sarebbe stata una conquista storica. Siccome l’ha approvata il centrodestra, è un colpo di Stato.

Goffredo Bettini, tra i fondatori del partito, e il costituzionalista Stefano Ceccanti, già deputato PD, hanno il coraggio di dirlo: la riforma è giusta.

Ma al Nazareno hanno già deciso che il referendum sarà un plebiscito contro il governo, non una scelta sul merito. L’opposizione di principio alle proprie idee: teatro dell’assurdo spacciato per battaglia democratica.

Giuseppe Conte ha contribuito al repertorio con il numero più costoso della storia repubblicana: il Superbonus 110%.

“Tutti quanti potete gratuitamente rigenerare il vostro immobile, il vostro condominio, la vostra villa”: lo ripeteva a ogni comizio, con quella cadenza da avvocato che spiega ai clienti un affare irrinunciabile.

“Gratuitamente” divenne il suo tormentone, al punto che Mediaset ne montò una compilation. Mezza Italia rideva, l’altra metà ci credeva. Il Superbonus doveva costare 3,5 miliardi secondo la Ragioneria dello Stato. Ne è costati oltre 220.

Centocinquanta miliardi di sforamento. Per ristrutturare il 3% degli edifici italiani. Non il 30: il 3. Il beneficiario tipo, certificato da Nomisma? Reddito superiore alla media nazionale. Quasi la metà degli interventi su villette unifamiliari. Seconde case al mare, in montagna. Perfino cinque castelli in categoria catastale A/9.

Il Dipartimento delle Finanze classifica il 36% della spesa come “peso morto”: lavori che si sarebbero fatti comunque, pagati integralmente dallo Stato. Ogni euro investito ne ha prodotto meno di mezzo in crescita economica. Quaranta miliardi gravano sul bilancio 2026.

La Corte dei Conti parla di voragine. Robin Hood al contrario: ha preso dai contribuenti che una seconda casa non ce l’hanno e non ce l’avranno mai, e ha regalato a chi ne aveva già due. “Gratuitamente”, appunto. Nel frattempo, l’avvocato del popolo brindava al Grand Hotel Savoia di Cortina. Duemilacinquecento euro a notte. Anche quello, rigorosamente a cinque stelle.

Fratoianni completa il quadro con una pennellata degna di Molière. Il fustigatore numero uno di Elon Musk, l’uomo che lo definisce quotidianamente “nazista”, gira per Roma su una Tesla Model Y da 47mila euro.

Quando il Foglio lo scopre, la difesa è da antologia: “Non è mia, è di mia moglie.” La moglie, onorevole Piccolotti, conferma: “Siamo rimasti fregati, l’abbiamo presa prima che Musk diventasse nazista. “Per rimediare, ha appiccicato sulla carrozzeria un adesivo californiano: “L’ho comprata prima di sapere che Elon fosse pazzo.”

Il compagno di partito Bonelli, interpellato, sentenzia: “Io non la comprerei mai. “Lui che per anni si è vantato di non avere la patente, salvo poi smentirsi mostrandola ai giornalisti. Un’opposizione che non sa neanche chi guida cosa, in tutti i sensi.

Quattro ritratti, un unico vuoto. Perché quando il quartetto prova a mettere in fila una proposta, il risultato è applicabile solo a Fantasilandia.

La patrimoniale? Fratoianni la vuole subito, in Italia. Schlein la vorrebbe “almeno a livello europeo”. Conte rilancia: “a livello globale”. Nessuno intende farla, tutti vogliono intestarsela. Il salario minimo?

Grande campagna unitaria, la maggioranza modifica il testo, le opposizioni ritirano le firme con gesto teatrale. Conte strappa il foglio in Aula. Sipario, applausi, zero risultati.

La separazione delle carriere? L’hanno proposta per trent’anni e ora la combattono al referendum. Polemiche a raffica che non reggono il primo controllo e proposte che non sopravvivono al primo contatto con la realtà.

Eppure, su una cosa il quartetto non vacilla mai. Non sanno se vogliono la patrimoniale o no, se la vogliono in Italia o su Marte, se preferiscono la Tesla o la bicicletta. Contestano perfino le riforme che hanno proposto loro stessi, perché nel frattempo le ha fatte qualcun altro.

Ma sanno con certezza granitica che, qualunque cosa accada tra il Circolo polare artico e lo Stretto di Sicilia, Meloni deve riferire in Parlamento.

Forse quelli che dovrebbero venire a riferire sono proprio loro. Ma riferire richiede un programma e non ce l’hanno. Richiede un leader e non sanno chi sia. Richiede coerenza, e contestano le proprie riforme.

Resta il teatro di strada: un sasso esibito in Aula, un foglio strappato per la scena, un adesivo su una Tesla e la Costituzione sventolata al contrario.

Applausi, cappello per le offerte, arrivederci alla prossima informativa urgente.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui