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Schiavismo e colonialismo, distinti e distanti

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Copertina del Dossier di Storia in Rete
Copertina del Dossier di Storia in Rete

L’analisi di Fabio Andriola

Mentre molto si parla di nuove forme di schiavismo “sotto casa”, come lo sfruttamento dei “portacibo a domicilio”, costretti a dieci-dodici ore di fatica per pochi spiccioli, nonché quello della prostituzione (deplorato ma mai affrontato), il numero speciale della rivista “Storia in Rete” in edicola in questi giorni dedica gran parte delle sue 112 pagine al “Dossier Schiavi”: una tragedia millenaria e globale, generalmente circoscritta alla sola “Tratta atlantica” da Stati africani che puntano a ottenere risarcimenti stellari dagli Stati europei storicamente classificati come schiavisti a cominciare da Gran Bretagna, Francia e Olanda.

 Come scrive Fabio Andriola, direttore della rivista, nell’articolo introduttivo al Dossier, “Schiavitù, il grande business”, dalla Conferenza di Accra (2023) gli Stati dell’Unione Africana hanno concordato un’azione unitaria per chiedere il risarcimento dei danni inflitti al Continente Nero dalla deportazione di schiavi soprattutto verso le Americhe: almeno dieci milioni di persone, con danno demografico, sociale, economico e culturale permanente.

Il 2025 è stato dichiarato anno della “Giustizia per gli africani e le persone afrodiscendenti mediante le riparazion”. Apposite commissioni hanno freneticamente lavorato al computo dei danni e dei risarcimenti.

Il conto da pagare per risarcire le vittime ammonterebbe a cento-centotrenta trilioni di dollari, pari a centomila miliardi <di euro?>: una somma astronomica che nessuno Stato sarebbe in grado di sborsare.

Senza tentazioni di auto-assoluzione, la questione dello schiavismo va collocata in una visione storica dalla quale emerge che, secondo il vecchio detto, “il più pulito ha la rogna”.

Il Dossier coordinato da Andriola comprende saggi di studiosi che da anni si dedicano all’argomento: Emanuele Mastrangelo, Maurizio Maggini, Pier Luigi Pucci Poppi, Alberto Alpozzi, Alberto Lancia, Veronica Arpaia, Manlio Triggiani, Enrico Del Lago, Enrico Petrucci e altri studiosi dell’imperialismo, autori di libri e articoli su varie sfaccettature della “questione schiavi”.

A tacere dell’antichità classica e balzando allo scontro tra islamismo e cristianesimo dal VII secolo dopo Cristo in poi, emerge che gli schiavi furono al centro di una sorta di tiro alla fune da un capo all’altro del Mediterraneo, a vantaggio di chi nel tempo ebbe maggiore forza militare, flotte meglio attrezzate, capacità di corrompere il fronte avversario ottenendovi informatori e conniventi per assalire, saccheggiare e deportare persone ridotte in schiavitù.

La costa europea rimase per secoli bersaglio di incursioni e scorrerie, che si sostanziarono anche in dominazioni di varia durata.

La tratta dei “neri” verso le Americhe fu preceduta per secoli da quella verso i Paesi arabi e da quella praticata dai diversi popoli africani in guerre tra loro. Si schiavizzavano a vicenda.

Queste constatazioni non assolvono gli schiavisti, ma li collocano nella cornice fattuale: la necessità dei “dominatori” di disporre di manodopera a bassissimo costo per conservare i loro regimi. Niente di più economico che persone inizialmente ridotte in catene, messe sul mercato e usate come forza lavoro senza alcun diritto, né rispetto.

Come evidenzia Andriola, occorre tenere nettamente distinto lo schiavismo dal colonialismo. Aggiungiamo che l’8 febbraio 1815 la coalizione vittoriosa su Napoleone radunata a Vienna proclamò «il desiderio [non la decisione, NdA] di porre un termine ad un flagello che ha così a lungo desolato l’Africa, degradato l’Europa e afflitto l’umanità», cioè la tratta dei “negri”.

Tra le potenze firmatarie vi era la Russia di Alessandro I Romanov, che si fondava sulla servitù della gleba. Le condizioni riservate a molte popolazioni dell’impero d’Austria erano agghiaccianti. Lo stesso, anzi peggio, valeva per l’impero turco-ottomano che continuava a dominare la Grecia e tanta parte dei Balcani, nonché Bulgaria e Romania.

La Dichiarazione d’indipendenza da Londra delle colonie che si costituirono in Stati Uniti d’America non comportò l’abolizione della schiavitù. Lo stesso va detto della Francia dopo la Rivoluzione dell’Ottantanove.

Le spedizioni del Regno di Sardegna e delle Due Sicilie contro Tripoli, Tunisi e Algeri (1825 – 1828), dalle quali continuavano a partire scorrerie ai danni degli italici, precedettero di poco l’inizio della colonizzazione dell’Algeria da parte di Parigi, iniziata con Carlo X, ultimo re incoronato con la sacra unzione, e proseguita con Luigi Filippo, Napoleone III (che si spinse a colonizzare l’Indocina) e Terza Repubblica.

La decolonizzazione, accelerata dopo la catastrofe dell’Europa nella seconda guerra mondiale, mescolò confusamente le carte, facendo tutt’uno di colonizzazione e tratta degli schiavi. Ma, come detto, sono “fatti” del tutto diversi, nel tempo e nella loro identità.

La colonizzazione in alcuni casi venne precorsa e comunque fu poi accompagnata da missioni cristiane che affrontarono in termini del tutto diversi il confronto/rapporto tra europei e popoli d’Oltremare, mentre non incisero in alcun modo nell’assetto interno dell’Estremo Oriente, specialmente in Cina ove la schiavitù continuò a essere praticata. Ne scrive Gianpaolo Romanato in “L’Africa di Daniele Comboni (1831 – 1881). Missione, esplorazione, avventura” (ed. Studium, 2026).

Quando si affacciò sul Mar Rosso, in Somalia e in Etiopia la Nuova Italia scoprì che il mercato degli schiavi vi era fiorente e lo combatté. Non solo al tempo di Pietro Toselli.

Nel Dossier di “Storia in Rete” Alberto Alpozzi pubblica significativi decreti di Emilio De Bono e di Pietro Badoglio contro lo schiavismo vigente nel 1935 nell’impero d’Etiopia, vezzeggiato dall’Inghilterra.

Un’ultima considerazione: l’Italia è tra gli Stati europei che non sono bersaglio di richieste di indennizzi per commercio degli schiavi. Ne va esente per due buoni motivi.

In primo luogo perché gli stati pre-unitari non razziarono schiavi, né ne acquistarono. In secondo luogo perché il regno sorto dal processo di unificazione tra il 1848 e il 1860/1870 non “ereditò” le condotte degli Stati soppressi e si costituì sulla base di principi liberali e progressivi, tra i quali svettò l’uguaglianza universale delle persone nell’ambito delle leggi.

Se poi il passato remoto dovesse costituire fondamento legittimo di risarcimento di danni causati da invasori l’Italia odierna, antico approdo di popoli che vi irruppero nel corso dei secoli, avrebbe motivo di chiederne a mezzo mondo, a cominciare da chi ci arrivò con gli elefanti e sconfisse ripetutamente i Romani. Ma che senso avrebbe?

Il direttore, Fabio Andriola (Brescia, 1963), è autore di libri documentati e innovativi, tra i quali “Carteggio segreto Churchill – Mussolini” (2007, SugarCo, 2^ edizione) e “Mussolini segreto nemico di Hitler”. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Acqui Storia per “La Storia in TV”, serie realizzata in collaborazione con la regista Alessandra Gigante. 

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