Gli scritti preparati da CEI e PISAI per libri di testo e formazione dei professori dell’ora di religione cattolica
Gesù può attendere. I vescovi spiegano l’Islam ai nostri figli. Non il Vangelo, il credo musulmano.
La Chiesa ha cambiato mestiere. Assurdo? Mica tanto e ora vediamo perché.
Il cardinale Matteo Zuppi ha presentato, il 21 ottobre scorso, le “Schede per conoscere l’Islam”, preparate dalla CEI con il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica.
Le hanno scritte insieme autori cattolici e musulmani. Sono destinate ai libri di testo e alla formazione dei professori dell’ora di religione cattolica.
Cattolica, appunto.
Il giorno dopo la Chiesa celebrava san Giovanni Paolo II, il Papa del “Non abbiate paura”. Sembra passato un secolo.
Non è un errore didattico. È una resa firmata.
La Chiesa ha smesso di annunciare una verità e si è messa a fare la mediatrice tra verità che considera equivalenti.
Conoscere la religione degli altri non è peccato. Il peccato è raccontarla con gli occhi degli altri.
Basta sfogliare le schede.
Nella scheda sulla storia dell’Islam le prime conquiste arabe spariscono.
Sotto il califfo Omar la Siria e l’Egitto, terre cristiane e bizantine prese con la spada, semplicemente “diventano importanti”.
Gerusalemme compare solo quando la espugnano i crociati, nel 1099. Quella presa dagli arabi nel 638 non c’è.
Il colonialismo ha un paragrafo tutto suo, ma è soltanto europeo. Quello arabo si chiama “espansione”.
La Sicilia fu strappata ai cristiani con una guerra durata decenni. Nelle schede quella guerra diventa una “presenza islamica” che ha lasciato profondi segni nella cultura e nell’arte.
Sui cristiani sotto il dominio musulmano, la scheda concede che godevano di “una certa libertà di culto”, pagando una tassa che i musulmani non pagavano.
Poi il capolavoro: le comunità cristiane sono sopravvissute nei Paesi islamici, mentre quelle islamiche sono scomparse dall’Europa occidentale. Il tollerante, insomma, era il califfo.
Chi era la maggioranza in Siria, in Egitto, in Iraq, prima di quella “sopravvivenza”?
Il passaggio più grave sta in una nota, la trenta. Riporta il Documento di Abu Dhabi, secondo cui il pluralismo delle religioni è una “sapiente volontà divina”.
Con buona pace di Gesù, che aveva detto: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Gli autori lo sanno benissimo.
Nella stessa nota ammettono che il passaggio contrasta con la Dominus Iesus di Ratzinger e risolvono la contraddizione spiegando che i due testi hanno un “genere letterario” diverso. Chiudono con la condanna del proselitismo.
Tradotto: Cristo salva, ma non diciamolo troppo forte.
Zuppi assicura che non è catechismo ma “un laboratorio di cultura e dialogo”. Si augura pure che i ragazzi musulmani frequentino l’ora di religione.
A fare cosa? A imparare l’Islam da un professore cattolico?
Per capire come si arriva fin qui bisogna partire dalla paura.
Nel 2006 Benedetto XVI, a Ratisbona, cita un imperatore bizantino e il mondo islamico esplode. Pochi giorni dopo, a Mogadiscio, viene uccisa suor Leonella Sgorbati.
Da allora la diplomazia vaticana ragiona come chi tratta con gli ostaggi in mano: mai alzare la voce.
Poi viene la colpa.
La Chiesa ha assorbito il processo che l’Occidente laico fa a sé stesso: Crociate, colonialismo, missionari complici degli imperi.
Evangelizzare è diventato imbarazzante, convertire quasi un’aggressione. Francesco lo disse a Scalfari nel 2013: il proselitismo è “una solenne sciocchezza”.
Infine, il calcolo. In un’Europa scristianizzata il vescovo si sente più vicino al musulmano che prega e digiuna che all’italiano che in chiesa non mette piede.
Le schede lo scrivono con soddisfazione, citando gli accordi comuni sull’aborto e sul fine vita. Il nemico è il secolarismo. L’Islam diventa un alleato.
La Chiesa stringe la mano al concorrente che le sta portando via il terreno, perché almeno quello crede in qualcosa.
Il risultato è un’istituzione che parla come un’agenzia dell’ONU: pace, convivenza, cittadinanza, diritti, fratellanza. Di salvezza, nemmeno l’ombra.
La linea scende da Roma fino alle diocesi.
Per il Ramadan del 2024 il vescovo di Albano, Vincenzo Viva, ha scritto ai musulmani del suo territorio.
Il messaggio si apre con “al-salam alaykum”. Si chiude invocando “Dio, il Clemente e Misericordioso”, gli attributi con cui si aprono le sure del Corano.
Nomina la Quaresima, Cristo mai.
Al telefono con l’imam della Grande Moschea di Roma, il vescovo ha assicurato che la preghiera della diocesi andava “soprattutto” a Gaza. Per gli ostaggi di Hamas, nemmeno una riga.
Eppure, la tradizione cristiana sull’Islam ha parole precise. San Giovanni Damasceno, nell’VIII secolo, non lo considerava paganesimo ma eresia: conosce il Dio unico e nega il Figlio.
Dante mette Maometto all’Inferno, tra i seminatori di scisma. La Prima lettera di Giovanni non lascia margini: chi nega il Figlio non ha neppure il Padre.
Zuppi non sta dialogando con l’Islam. Ha smesso di dialogare con la propria tradizione.
E qui il paradosso diventa beffa. Le schede poggiano su una tesi: l’ostilità nasce dall’ignoranza, la conoscenza è l’antidoto. Zuppi denuncia una “notevole ignoranza” degli italiani sull’Islam.
Strano cruccio, per un cardinale. Il suo mestiere sarebbe far conoscere Cristo, non la concorrenza.
Sabato a Milano è stato fermato Youssef Siher, italiano di seconda generazione, ricercatore di islamismo politico. Per la Procura è la mente del Movimento 17 ottobre e l’accusa è istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo.
L’Islam lo conosceva meglio di Zuppi e delle sue bizzarre schede. Se l’accusa reggerà, la conoscenza non lo ha reso più mite.
Il problema non è che non conosciamo loro. È che non sappiamo più chi siamo noi.
Un ragazzo musulmano sente dal suo imam che possiede la verità. Un ragazzo cattolico sente dal suo vescovo che bisogna cercare le convergenze.
Il primo riceve un’identità, il secondo un invito alla cortesia. A quindici anni nessuno si innamora della cortesia.
L’Islam non ha cambiato mestiere. Continua a pensarsi come verità unica e definitiva, mentre la Chiesa si siede al tavolo come una parte tra le parti. Al tavolo, chi crede in sé stesso vince sempre su chi crede solo nel tavolo.
Le schede non sembrano un ponte. Ma un tributo.
Ai vescovi nessuno chiede crociate. Si chiede una cosa più semplice e più difficile: tornare a dire chi sono. Che Dio è uno e trino. Che la salvezza ha un nome.
Altrimenti i nostri figli impareranno a scuola tutto dell’Islam e niente di sé stessi. Il giorno in cui cercheranno una verità, la troveranno. Non sarà la nostra.
Quarantotto anni fa un Papa gridò al mondo di spalancare le porte a Cristo. Oggi le porte le abbiamo spalancate. A tutti. Tranne a Lui.





