Oltre le innumerevoli maschere che gli hanno garantito una lunga immagine pubblica
Michel Foucault, sulle tracce di Adorno e Horkheimer (La personalità autoritaria), affermò che l’illuminismo fu il processo che liberò dall’accettazione di ogni autorità.
Per lui la modernità è un atteggiamento più che un periodo storico, caratterizzato dall’attitudine critica, giudicante, infine dissolvente nei confronti della realtà.
L’esito che abbiamo dinanzi è drammatico. Foucault riscoprì, da una prospettiva rovesciata, il pensiero di Nietzsche, in particolare il nichilismo e il concetto di “morte di Dio”, estendendolo alla morte dell’uomo.
“L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra la data recente” (Le parole e le cose).
“Per Marcello Veneziani fu un ponte sospeso tra Marx e Nietzsche, “da rivoluzione a trasgressione, da masse a soggetti, da rivendicazioni sociali a desideri individuali sprigionati”.
Morte di Apollo, vittoria di Dioniso; le vittime sono la civiltà, le comunità, i singoli uomini. Fu patrono di emarginati e soprattutto degenerati: Nietzsche osservato da un cannocchiale capovolto.
Oltre alle carceri, considerava universi concentrazionari ospedali, manicomi, scuole, tribunali, commissariati di polizia, poiché ogni istituzione è il Male.
L’obiettivo – conseguito! – era la liberazione e l’intronizzazione dei pazzi, dei delinquenti, dei malati, delle minoranze sessuali e di ogni genere di deviati. Fu incline al suicidio e abusò per tutta la vita di droghe e alcool. Centro del suo pensiero è la rivolta contro la norma e la normalità.
Conta per lui non la classe, la nazione, la società, ma solo il soggetto. Fu il teorico della svolta individualista e nichilista del post Sessantotto, che traslocò dal socialismo rivoluzionario al radicalismo libertario, basato sulla liberazione dei desideri preconizzata da Marcuse e tematizzata da pessimi maestri, Gilles Deleuze e Fèlix Guattari, ne L’Anti Edipo. La “micropolitica del desiderio” cui segue la “liberazione dei flussi libidinali”.
Foucault pensava che chi vuole opporsi a un ordine oppressivo deve fissare l’attenzione su istanze di potere diverse dallo Stato per tessere reti di contropotere. Quando parlava di “microfisica del potere” descriveva l’atto con cui il potere penetra dentro gli individui e diventa dispositivo.
Se la nemica dei francofortesi fu la personalità autoritaria, fomite del fascismo elevato a categoria eterna del male, Foucault si spinge oltre. Nemico assoluto resta sì il fascismo, ma in quanto, come per Sartre, “è già nello Stato”.
Avversario di ogni ordine, per Foucault la libertà coincide con l’alienazione, la fuoriuscita da sé, capovolgendo Marx. Eppure, comprese che, chiusi nella soggettività, gli esseri umani diventano più docili e indifesi, addirittura complici del potere, un convincimento ripreso dall’ultimo Agamben.
Non riponeva speranza alcuna nell’azione collettiva o in rivoluzioni politiche: per lui la (non) soluzione è l’ombra, lo spazio soggettivo in cui ognuno vive e accetta i propri vizi e finanche le depravazioni in assenza totale di regole o limiti.
La conseguenza è il tracollo generale dell’uomo e del mondo. Ha scavato sotto le fondamenta come uno sciame di termiti; impressiona che abbia goduto di tanto credito e di perdurante successo.
Del resto, l’Occidente terminale, woke, invertito, debosciato, orgiastico e senz’anima è in larga parte un suo frutto. Se Paul Ricoeur, che definì Marx, Nietzsche e Freud maestri del sospetto, ne avesse conosciuto l’opera, gli avrebbe attribuito la stessa qualifica.
Foucault fu nemico delle norme, ma lui stesso venne eretto a norma intellettuale; regna ancora su buona parte della cultura contemporanea.
Follia, prigione, sessualità, minoranze, diritti, dominio biocratico: la sinistra postmoderna gli deve molti dei suoi concetti. Dopo la breve stagione strutturalista, teorizzò la “morte dell’uomo”, con grande dispetto di Jean-Paul Sartre, che intuì, nel rifiuto della storia come prassi, la fuoriuscita di Foucault dal marxismo.
In Sorvegliare e punire (1975) Foucault dà a questo approccio un’illustrazione esemplare. Contesta l’idea che il potere appartenga allo Stato; al contrario, viene esercitato soprattutto per mezzo della conoscenza, delle norme e delle pratiche quotidiane.
Alain de Benoist afferma che il pensiero di Foucault “si riduce a poche semplici idee: rimuoviamo i manicomi e non ci saranno più sciocchi, rimuoviamo i medici e non ci saranno più persone malate, tagliamo le prigioni e non ci saranno più delinquenti”.
Il guaio è che è stato creduto. Nella Storia della sessualità applica lo stesso ragionamento all’ambito sessuale. Parlare esclusivamente di repressione sessuale è un errore: sono piuttosto discorsi medici, educativi e psichiatrici ad avere gradualmente standardizzato e medicalizzato la sfera pulsionale. Per lui la sessualità è un oggetto su cui la società ha imposto agli individui di “confessare” la propria verità soggettiva.
L’idea che lo ossessionò fu il governo (o non governo) di sé. Verso la fine della vita, Michel Foucault abbordò l’anarcoliberismo.
“Nulla di strano o imprevedibile: nemico dello Stato, vide nel neoliberismo un’alternativa meno normativa e autoritaria rispetto alla sinistra classica, che trovava totalmente obsoleta”.
(de Benoist).
Ma se il potere è ovunque, in nome di che cosa condannare una delle sue forme?
È l’obiezione della femminista Nancy Fraser e di Jürgen Habermas, mentre altri hanno criticato l’attacco alla nozione di verità che riduce la conoscenza a pura relazione di potere.
Altrettanto devastante fu l’abbandono della critica sociale a favore di un’analisi centrata non sullo sfruttamento dell’uomo, ma sulla repressione contro le minoranze, un’idea che ha disarmato la sinistra di fronte al capitalismo.
Una critica serrata a Foucault viene da François Bousquet, esponente della Nuova Destra francese. Il suo pamphlet è sulfureo sin dal titolo: Putain de Saint Foucault, archeologie d’un fetiche (Fottuto San Foucault, archeologia di un feticcio).
Fin troppo chiara la prima parte, mentre la seconda rinvia alla categoria di feticcio nel senso originario di falso, fittizio. Bousquet muove dal rifiuto del nome del padre, un parricidio simbolico molto freudiano.
Il ruolo paterno fu così descritto dallo psicanalista strutturalista Jacques Lacan: il nome del padre crea la funzione del padre. Nulla di meno foucaultiano, ma la sconfitta del padre è la crisi di una funzione recisa che collegava il simbolico e l’immaginario, per unire più che vincolare, mettere in relazione piuttosto che legare. Foucault predicava il contrario, un divenire mutante, il divenire animale dell’uomo.
Ammette sconsolato Bousquet: “raramente un pensatore ha prefigurato così intensamente un momento storico”. Insegnò per anni al mitico Collège de France e le sue lezioni erano autentici eventi.
Un piede al Collège, l’altro all’inferno, o entrambi, giacché per il marxista Pierre Bourdieu quell’istituzione è un luogo di sacralizzazione degli eretici. Veri o presunti, ma sempre monumenti di se stessi. L’Archeologie d’un fetiche di Bousquet è un catalogo delle perversioni in cui sfilano tutti i vizi oggi considerati virtù, di cui l’autore di Follia e irrazionalità era un simbolo intoccabile e peccaminoso.
Una sintesi del suo tempo, che è il nostro, l’epoca in cui “l’obiettivo principale non è scoprire, ma rifiutare ciò che siamo, dunque l’autonegazione, la morte del soggetto”. Ovvero Mefistofele, lo spirito che sempre nega (Goethe).
E che, nel caso di Foucault, cerca per tutta la vita di staccarsi da se stesso, di perdersi, vagare, non per ritrovarsi, ma per cancellare tutto sino all’autodistruzione. Distillato di nichilismo puro, pensiero e biografia diventano epitomi del presente tossico.
Dalla magniloquente proclamazione della morte del soggetto (ossia dell’essere umano!) alla deambulazione omo e sadomaso americane, passando per il neoliberismo, lo sguardo fisso su prigioni, manicomi, deviazioni, le stanze lussuose del Collège de France sino alla “sessualità senza sesso”, l’opera di Foucault è un contenitore eterogeneo dal fascino simile a quello esercitato da certi criminali.
“Negazione, perdita del centro, fuga da se stessi (ma non si può sfuggire!): questi sono i grandi leitmotiv che punteggiano l’opera, il cui punto d’arrivo è la cancellazione e la scomparsa” conclude Bousquet.
L’Ordine del discorso di Foucault fornirà gli elementi linguistici della teoria di genere. Non ne fu certo l’inventore, ma senza la sua aura intellettuale, il suo lavoro preparatorio, la sua contro-storia della sessualità, l’intera ideologia di genere avrebbe avuto grandi difficoltà a uscire dal fondamentalismo LGBT.
L’intera sua opera è una vasta, variegata, incandescente collezione di spunti da cui attingeranno tutte le correnti dell’Occidente postmoderno.
“Oggi è la stella indiscussa dei laboratori ideologici, il precursore della teoria di genere, il guru di Judith Butler, del Gay Pride e degli educatori alla rovescia, l’autore più citato nelle discipline umanistiche, noto quanto i Beatles.
Un santo, un fottuto santo, per usare l’espressione di David Halperin, venerato su entrambe le sponde dell’Atlantico, che ha bruciato la candela da entrambi i lati con la stravaganza di un vecchio saggio costretto a leggere Sade e a prendere l’LSD. Premoderno e postmoderno, con un piede al Collège de France, l’altro all’inferno.
(F. Bousquet).
E se Foucault avesse ingannato tutti?
È giunto il momento di strappare le innumerevoli maschere che gli hanno garantito una lunga immagine pubblica.
Di lui, in negativo, vale il giudizio che Alessandro Manzoni dette del cardinale Borromeo: la sua vita fu il paragone delle parole.
Anarchico, di sinistra, marxista, esuberante o riservato, nichilista, antimarxista esplicito o velato, intellettuale di servizio del neoliberismo, pazzo o pervertito, sotto quale identità San Foucault, il “fottuto San Foucault”, percorre il suo cammino a cento anni dalla nascita?





