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La religione del mezzo cavallo – Parte 3

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La religione del mezzo cavallo

Esposizione critica di Remarks on the Southern Religion, in I’ll Take My Stand: The South and the Agrarian Tradition, by Twelve Southerners, New York and London, Harper & Brothers, 1930, pp. 155-175

Sezione V: il Sud era l’Europa (pp. 169-173)

La quinta sezione risponde alla domanda lasciata aperta: quale delle due visioni fu propria del vecchio Sud? La risposta è: entrambe.

E necessariamente entrambe, giacché il Sud era una comunità occidentale ed una comunità occidentale è quella che non vive nel sacco e nella cenere e non erige tutti i propri templi agli dèi.

I meridionali sapevano servirsi dei propri cavalli, come fecero un giorno a Brandy Station, ma sapevano anche contemplarli come oggetti assoluti e inviolabili; erano praticamente incapaci di astrarre dal cavallo il cavallo-vapore, o dalla Storia la storicità[1].

Poiché il fatto equino e il fatto storico, restando concreti, conservavano un certo statuto di immagini e le immagini non sono che da contemplare; e forse l’atto della contemplazione, dopo lungo esercizio, genera un’abitudine all’imitazione e l’istituzione di criteri assoluti che sono meno formule per l’azione che una disciplina interiore della mente.

È una delle proposizioni più belle del saggio, nonché la più prossima ad una dottrina dell’ascesi: il criterio non è regola d’azione, bensì forma dell’anima.

Major Buchan di Pleasant Hill – il patriarca del romanzo, la cui casa conferisce il nome alla prima delle tre parti dell’opera – è quasi un ritratto clinico di simile disciplina interiore.

Le sue giornate sono scandite da un cerimoniale così minuto da reggere da solo, senza bisogno di dottrina, l’intera vita della famiglia: al mattino padre e figlio si scambiano, invariata, la stessa formula di commiato – «“God bless you, my son, in your labors of this day”, “God bless you, papa”» -; alla morte della moglie presiede al funerale con un dolore impersonale; e non concepisce mai la propria terra o i propri schiavi come proprietà finanziaria, ma come realtà definitiva, non alienabile, non diversamente da come non venderebbe la moglie o la figlia.

Un recensore anonimo lo definì, con formula ripresa da Yeats, un uomo vissuto «di costume e cerimonia»[2]. Caduto, come tutti i cultori di costume e cerimonia, con il mutare del mondo[3].

George Posey guarda quello stesso mondo da fuori e non lo comprende: dei parenti convenuti al funerale dice soltanto che non ne ricorda nemmeno i nomi e che moriranno tutti di fame, poiché non fanno altro che morire, sposarsi e pensare all’onore della Virginia[4].

Nel torneo cavalleresco organizzato dai proprietari terrieri della Virginia che occupa buona parte della prima sezione del romanzo — un rituale neogotico d’invenzione recente, non un residuo medioevale autentico[5] — vince la gara per il titolo di “Regina d’Amore e di Bellezza” (Queen of Love and Beauty)[6]; lascia, però, cadere la corona in grembo a Susan anziché posargliela sul capo secondo l’uso[7]. Un rifiuto inconsapevole della forma che anticipa, in miniatura, l’intera catastrofe[8].

Dal punto di vista della Storia astratta non v’è una gran differenza fra un centauro e un Cristo, essendo entrambi finzioni mitiche soggette alle medesime “leggi”; ma la Visione Breve è incorreggibilmente selettiva e si è vista preferire Cristo all’uomo-cavallo. Dopo il 1820 circa furono le sole comunità meridionali a mantenere quella preferenza con mente unanime.

L’eresia del New England è documentata, secondo Tate, nel carteggio fra John Adams e Thomas Jefferson, dove i due vecchi discutono della possibilità della morale. Jefferson definisce il proprio giudizio “gusto”: affidamento alla consuetudine, all’educazione, a una decisione morale interiorizzata; Adams esige invece un “processo di ragionamento morale” che costringa l’individuo a dedurre da un principio astratto il proprio ruolo nel momento critico dell’azione.

La posizione di Adams misura quanto il New England si fosse allontanato dall’Europa e quanto profondamente avesse rotto col passato[9].

Segue la diagnosi del parassitismo culturale settentrionale. Mentre nell’Ottocento il Sud trafficava con l’Europa in cotone, riceveva in cambio pochissimo di costumi, letteratura o arti: i meridionali erano un’altra comunità di piano interamente europeo e, essendo indipendenti, non avevano bisogno d’importare arte straniera e nobili, merci per le quali il New England andò in delirio dopo il 1830.

Il New England era infatti una di quelle società mercantili, di mente astratta e di spirito acuto, che devono essere parassite in due modi: economicamente su una classe o un paese agrario e spiritualmente allo stesso modo.

Esso visse economicamente sul Sud e culturalmente sull’Inghilterra e ne nacque una nostalgia dissimulata e intricata per la terra, essendo la “terra” del New England la vecchia Inghilterra. Le case e le università divennero un museo europeo, imbottito dei simboli morti di ciò che il New Englander non poteva creare, perché nella sua fondazione originaria non se n’era fatta previsione.

Il caso esemplare è la famiglia Adams e, in essa, la tragedia dell’Education of Henry Adams, «il quale non comprese mai del tutto che cosa stesse cercando». Trascorse gran parte della giovinezza, come Henry James, a imparare le maniere degli agrari inglesi senza esservi autorizzato per diritto di suolo e, dunque, senza mai sospettare che il meglio cui potesse aspirare fosse impararle a memoria; e più significativamente passò gli ultimi giorni a Washington disprezzando le menti “ignoranti” e “semplici” a sud del Potomac, senza mai sospettare che i suoi sforzi per sconfiggere quella semplicità e quell’ignoranza in una guerra recente avessero contribuito a minare la base dei valori civili che più desiderava[10].

Da tale contrasto emerge la formula centrale della sezione: «Il Sud poteva ignorare l’Europa perché era l’Europa; vale a dire, il Sud aveva messo radici in un suolo nativo. E il Sud poteva restare semplice perché non aveva alcun bisogno dell’agilità intellettuale richiesta a definire la propria posizione»[11].

La posizione del Sud era autosufficiente ed evidente di per sé: era europea laddove quella del New England era autocosciente e coloniale. La mente meridionale era semplice, non appesantita da un sapere di cui non aveva bisogno, non intellettuale e composta; personale e drammatica anziché astratta e metafisica; e sensibile, poiché viveva a contatto di uno scenario naturale di grande varietà e interesse[12].

Giacché viveva d’immagini – non altamente organizzate, è vero, come Dogma, ma raccolte più liberamente dal passato – il Sud era una comunità europea profondamente tradizionale.

I meridionali erano incurabili nella loro predilezione per Catone rispetto alle condizioni sociali in cui egli storicamente visse: guardavano alla Storia come alla serie concreta e temporale, serie soltanto perché esigevano una linea retta all’indietro verso il passato, poiché la serie, quale era, si mostrava assai capricciosa e poteva a stento vantare una logica naturale.

Poteva accogliere la mitologia biblica accanto alla greca e aggiungervi un vivace medievalismo tratto dai romanzi di Walter Scott[13].

Essi si vedevano come esseri umani viventi secondo un principio umano, dal quale non erano disposti a sottrarre l’umano per liberare il principio e lasciarlo operare su un programma illimitato di praticità – «poiché questo è ciò che un principio è: il modo in cui le cose funzioneranno».

Ma il meridionale, o più generalmente l’agrario irriducibile, non era disposto a lasciare che il principio procedesse solo e incontrollato, perché tutto ciò che egli apprezza nell’operare del principio è la capacità, che conserva, di godere dell’opera compiuta.

Non piantavano granturco di cui non potessero godere; non coltivavano cotone che non contribuisse direttamente al mantenimento di una ricca vita privata; e non conoscevano Storia per il semplice gusto di conoscerla, ma per contemplarla e vedervi un’immagine di se stessi. E consapevoli dell’insidiosità della natura, come tutti gli agrari, amavano le storie: storie molto semplici, con una morale.

Sezione VI: la formula jeffersoniana e la risposta della violenza (pp. 173-175)

L’ultima sezione tira le somme. I meridionali avevano una vita religiosa, ma non sufficientemente organizzata attorno a una mitologia adeguata; la loro vita razionale non era potentemente unita all’esperienza religiosa come lo era nella società medioevale, inoltre essi costituiscono un bell’esemplare della tragica insidia sulla quale la mente occidentale ha sempre librato.

Privi di un sistema razionale a usbergo del proprio atteggiamento religioso e della sua base in una società feudale, non elaborarono sistema razionale alcuno, nessuna filosofia matura; sicché, quando le tentazioni postbelliche del diavolo – che è lo sfruttatore della natura – li affrontarono, non ebbero alcuna difesa.

La ragione ne è la divisione radicale, propria della mente occidentale, fra il religioso, il contemplativo, il qualitativo da un lato; e lo scientifico, il naturale, il pratico dall’altro: la mente scientifica devasta sempre la vita spirituale quando non sia potentemente arruolata alla sua causa e non le si può consentire di operare da sola.

Essa operò da sola in Thomas Jefferson, e la forma che vi assunse si riduce a una formula: «I fini dell’uomo sono sufficientemente contenuti nel suo destino politico»[14].

Ora, il destino politico degli uomini è il modo in cui essi lavorano e i fini che sperano di conseguire collettivamente mediante l’operare di leggi meccaniche. I meridionali antebellici, osserva Tate, non vi credettero mai profondamente: ed è altamente illuminante riflettere che agirono come se vi credessero; proposizione che l’originale sottolinea in corsivo e sulla quale poggia tutta la sua interpretazione della catastrofe[15].

Vi fu naturalmente dissenso: «la Convenzione costituzionale della Virginia ripudiò Jefferson nel 1832». Fu un primo passo, ma l’ultimo era tanto lontano da non poter in alcun modo precedere il 1861[16]. Il meridionale moderno eredita la formula jeffersoniana, il che equivale a dire che eredita una Storia concreta e assai insoddisfacente.

Per quieto vivere, potrebbe quasi desiderare il disprezzo del Nord verso il suo genere di Storia; vorrebbe credere che la Storia non sia un vasto insieme di fatti concreti ai quali restare fedeli, bensì soltanto una fonte di formule meccaniche; in tal caso, infatti, potrebbe sperare di riuscire nell’impresa che l’industriale del Nord ha quasi portato a termine: creare una società a partire da astrazioni.

L’uomo del Sud vorrebbe evocare qualche magica astrazione capace di restituirgli, come per incanto, il suo modo di vivere così concreto. In breve, nella sua difficile condizione, egli applicherebbe la formula ricevuta in eredità: l’idea che i fini dell’uomo possano essere stabiliti attraverso mezzi politici[17].

Segue il giudizio che, più di ogni altro, separa Tate dal resto del simposio: «Il Sud non sarebbe stato sconfitto, se avesse posseduto una fede sufficiente nel proprio genere di Dio. Non sarebbe stato sconfitto, in altre parole, se fosse stato capace di produrre un corpo di dottrina che esponesse la sua vera convinzione: che i fini dell’uomo richiedono, per la loro realizzazione, qualcosa di più della politica. La battuta d’arresto della guerra era in sé cosa assai trascurabile»[18].

È la dichiarazione più radicale del testo e la sua vera tesi: la guerra civile non fu una sconfitta militare, ma il sintomo tardivo di una carenza teologica. Un corpo di dottrina – non un esercito, non una diplomazia, non un tempismo politico migliore – avrebbe reso il Sud invincibile, perché avrebbe reso il suo ordine secolare necessario e permanentemente prezioso e, dunque, non revocabile da un esito d’armi.

Poi la domanda, e la risposta lapidaria: «Siamo assai prossimi a una risposta alla nostra domanda: come può il meridionale afferrare la propria Tradizione? La risposta è: con la violenza»[19].

La giustificazione è tutta negativa. Egli non può ripiegare sulla propria religione, semplicemente perché essa non fu mai articolata né organizzata per lui; se potesse farlo, si costituirebbe in “perforatore dall’interno” e potrebbe sperare di attuare una rivoluzione secolare a proprio favore, giacché – e qui la formula ritorna capovolta – l’economia è l’immagine secolare della convinzione religiosa. Ma la sua convinzione religiosa è informe e disorganizzata, né ebbe mai occasione di essere altro[20].

Poiché non può perforare dall’interno, gli resta la sola alternativa di perforare dall’esterno: metodo politico, attivo e, per la natura stessa del caso, violento e rivoluzionario. Ne segue l’enunciato più celebre del saggio, e il più fecondo: «La reazione è il più radicale dei programmi: mira a recidere le escrescenze eccessive e a tornare alle radici. Un radicalismo proiettato verso il futuro è una contraddizione: esso mira soltanto a riordinare il fogliame»[21].

Il saggio si conclude non con una perorazione, ma con la confessione di un’aporia: «Il meridionale si trova di fronte al paradosso: deve servirsi di uno strumento, che è politico, e perciò tanto irrealistico e pretenzioso che egli non può crederci, per ristabilire una vita privata, autosufficiente ed essenzialmente spirituale. Dico che deve fare questo; ma resta da vedere»[22].

Il romanzo non lascia questa “risposta della violenza” allo stato di formula: ne mette in scena l’esito letterale. Quando la guerra scoppia e l’ordine cerimoniale dei Buchan si sfalda, non è il Nord a colpire per primo la famiglia, ma la violenza impulsiva e priva di codice dello stesso George Posey, che uccide il cognato Semmes e un rivale, John Langton, e che vede la moglie Susan precipitare nella follia.

Major Buchan, posto di fronte a un ufficiale unionista che gli intima di dichiararsi secesh o di lasciare la casa, non piega né l’una né l’altra parola: si impicca. Non è la sconfitta militare a travolgerlo – il Sud, dice il saggio, non fu mai semplicemente battuto – ma l’assenza di qualunque forma capace di contenere ciò che la guerra ha liberato.

Sulle rovine fumanti di Pleasant Hill, interrogato dal cognato se non si possa fare ancora qualcosa, Posey risponde con le uniche parole che il romanzo gli concede per bilancio finale: «Io ho fatto [anche] troppo»[23].

Note

[1] La battaglia di Brandy Station, in Virginia, fu combattuta il 9 giugno 1863 e costituisce il più vasto scontro di cavalleria della guerra civile americana. La scelta dell’esempio è calcolata: è l’unico luogo del saggio in cui il cavallo metaforico e il cavallo storico coincidono.

[2] «[…] he has lived by “custom and ceremony,” in Yeats’s phrase, an example to his fellows, and has suffered the common fate of upholders of “custom and ceremony” in a changing world»: Southern Style, in “The Times Literary Supplement”, No. 3,049, 59th Year (Friday August 5 1960); la citazione è ripresa da W. B. Yeats, A Prayer for my Daughter (1919).

[3] Sul commiato mattutino, si veda Allen Tate, The Fathers cit., p. 126; «“Che Iddio ti benedica, figlio mio, nel tuo lavoro di quest’oggi.” “Che Iddio vi benedica, babbo,” rispondevo»: trad. it. p. 151.

[4] «“I can’t even remember their names.” […] “And by God they’ll all starve to death, that’s what they’ll do. They do nothing but die and marry and think about the honor of Virginia”»: Allen Tate, The Fathers cit., p. 107; «“Non riesco nemmeno a ricordarmi i loro nomi.” […] “E perdio, creperanno tutti di fame, ecco quale sarà la loro fine. Non fanno nient’altro che morire e sposarsi e preoccuparsi dell’onore della Virginia”»: trad. it. p. 132.

[5] «Avviso: L’Associazione della Giostra dei Gentiluomini della Contea di Fairfax informa i suoi membri che la Gara Annua avrà luogo sabato prossimo 6 maggio alle ore due sul prato occidentale di Henry Broadacre, Esq., vicino al Palazzo di Giustizia di Fairfax. I soci che intendono parteciparvi sono cortesemente pregati di mettersi in comunicazione coi sottoscritti affinché si possa effettuare in tempo utile la distribuzione dei rispettivi colori. Il Comitato Organizzatore»: Allen Tate, The Fathers cit., p. 32; trad. it. p. 52.

[6] «“Mi pregio d’annunciare il nome del vincitore della giostra di Fairfax per l’anno 1858. Questo fortunato gentiluomo sta adesso qui davanti a me: il signor George Posey di Georgetown, ch’è stato oggi con noi in veste d’ospite dell’amico nostro Semmes Buchan. Nelle sue mani pongo il serto d’alloro.”»: Allen Tate, The Fathers cit., p. 69; trad. it. p. 92.

[7] «Si parò al suo cospetto, le rivolse un inchino, e alzando la corona mentre Susan si sporgeva per riceverla, secondo l’usanza, sulla testa, titubò, si guardò intorno, e gliela fece cadere nel grembo. Quindi si eresse in tutta la sua altezza, e rise!»: Allen Tate, The Fathers cit., p. 70; trad. it. p. 94. «“Signore e signori, signore e signori! La signorina Susie Buchan è stata incoronata…” s’interruppe per umettarsi le labbra, “… è stata designata Regina d’Amore e di Bellezza! Riceverà l’omaggio dei suoi sudditi!”»: Ivi, p. 71; trad. it. p. 94 (corsivo originale).

[8] L’autore rappresenta una giostra dell’anello (ring tournament), che era una variante dell’antico duello medioevale radicatasi profondamente nella cultura del Sud degli Stati Uniti prima della Guerra Civile. I cavalieri non si scontravano direttamente fra loro per disarcionarsi, ma dovevano infilzare al galoppo una serie di piccoli anelli appesi lungo il percorso per dimostrare la propria destrezza. Nel libro, l’evento ha una forte valenza simbolica: rappresenta il tentativo nostalgico dell’aristocrazia terriera del Sud di far rivivere una fittizia e idealizzata cavalleria medioevale. È proprio durante questo torneo che emerge il contrasto insanabile fra la vecchia società tradizionale e i nuovi valori moderni, incarnati dal personaggio di George Posey. Posey partecipa alla giostra rifiutandosi di seguire i codici formali e le convenzioni d’onore imposte dalla comunità.

[9] «There is doubtless from the viewpoint of abstract history not much difference between a centaur (since we speak of horses) and a Christ (since we speak of historicity), because both are mythical figments answerable to the same “laws.” But the Short View, as we have seen, is incorrigibly selective, and has been known to prefer Christ to the man horse.There is doubtless from the viewpoint of abstract history not much difference between a centaur (since we speak of horses) and a Christ (since we speak of historicity), because both are mythical figments answerable to the same “laws.” But the Short View, as we have seen, is incorrigibly selective, and has been known to prefer Christ to the man horse. After about 1820 the Southern communities alone stood for that preference with a single mind. The heresy of New England is beautifully recorded in the correspondence of John Adams and Thomas Jefferson, where the two sages discuss the possibility of morals. Jefferson calls his judgment “taste”—reliance on custom, breeding, ingrained moral decision. But Adam needs a “process of moral reasoning,” which forces the individual to think out from abstract principle his rôle at a critical moment of action. The view of John Adams tells us how far New England had gone from Europe, how deeply she had broken with the past»: pp. 169-170.

[10] The Education of Henry Adams venne stampato privatamente nel 1907 e pubblicato postumo nel 1918, ottenendo il premio Pulitzer nel 1919. L’allusione alla “guerra recente” rinvia palesemente alla guerra civile: Henry Adams fu segretario privato del padre Charles Francis Adams, ministro degli Stati Uniti a Londra dal 1861, e operò affinché la Gran Bretagna non riconoscesse la Confederazione. Si noti la sintassi di Tate, che fa reggere il pronome relativo al titolo dell’opera anziché al nome dell’uomo, come se l’Educazione e l’educando fossero la stessa cosa.

[11] «The South could be ignorant of Europe because it was Europe; that is to say, the South had taken root in a native soil. And the South could remain simple-minded because it had no use for the intellectual agility required to define its position»: p. 171.

[12] Ivi, pp. 171-172. L’aggettivo dell’originale è sensuous, termine tecnico del lessico critico anglosassone (coniato da Milton, rilanciato da Coleridge e centrale nella critica di Eliot e di Tate medesimo) che designa ciò che appartiene alla conoscenza per i sensi, senza alcuna connotazione erotica.

[13] Ivi, p. 172. Tate non precisa a quale Catone faccia riferimento: il Censore, autore del De agri cultura e moralista dell’ordine agrario, oppure l’Uticense, martire stoico della Repubblica e figura centrale dell’immaginario meridionale attraverso il Cato di Addison. La formulazione — preferenza per l’uomo contro le condizioni sociali del suo tempo — si attaglia meglio al secondo; il contesto agrario al primo. Si potrebbe inoltre considerare, come ulteriore ipotesi, un’eco della tradizione angloamericana delle Cato’s Letters: una raccolta di saggi degli scrittori britannici John Trenchard e Thomas Gordon, originariamente usciti sotto lo pseudonimo di Catone fra il 1720 e il 1723 e ripubblicati in quattro volumi nel 1754, che influirono nella cultura politica coloniale. Le lettere s’ispiravano all’implacabile avversario di Giulio Cesare, nonché celebre e strenuo difensore del tradizionalismo romano (mos maiorum) e furono scritte in risposta alla bolla speculativa della South Sea Company. In tal caso, il nome evocherebbe non soltanto la figura storica dell’Uticense, ma anche la sua successiva elaborazione quale simbolo della libertà repubblicana e dell’opposizione alla tirannide e alla corruzione. Non è tuttavia emerso un riscontro testuale che autorizzi a identificare nelle Cato’s Letters un riferimento intenzionale di Tate. L’ambiguità, dunque, resta e non va necessariamente risolta d’autorità. Si colga, ad ogni modo, l’occasione per consultare l’opera Cato’s Letters: or, Essays on Liberty, Civil and Religious, And other important Subjects. In Four Volumes. Berwick. Printed and sold by R. Taylor. M.DCC.LIV. In lingua italiana è stato tradotto da Carlo Lottieri, Guglielmo Piombini e Nicola Iannello un piccolo florilegio: Trenchard e Gordon, Cato’s Letters. Antologia, A cura di Carlo Lottieri, Macerata, Liberilibri, 1997.

[14] «The ends of man are sufficiently contained in his political destiny»: p. 173. È la proposizione che il saggio intende confutare e insieme quella che, secondo Tate, il meridionale moderno è condannato a ereditare e a impiegare.

[15] «It is highly illuminating to reflect that they acted as if they did»: p. 174. Il corsivo è di Tate e va colto, perché l’intera tesi del saggio consiste proprio nella divaricazione fra ciò che il Sud credeva e ciò che il Sud faceva.

[16]   La datazione è inesatta: la Convenzione costituzionale della Virginia si riunì a Richmond dal 5 ottobre 1829 al 15 gennaio 1830 e il suo esito — mantenimento del censo, ripartizione favorevole alle contee orientali schiaviste – costituì effettivamente un ripudio dei principi jeffersoniani. Al 1832 appartiene invece il celebre dibattito sulla schiavitù nella Camera dei Delegati virginiana, successivo alla rivolta di Nat Turner (1831), nel quale la posizione emancipazionista di ascendenza jeffersoniana venne sconfitta. Tate ha con ogni probabilità contaminato i due episodi; l’errore non tocca la sostanza dell’argomento, ma va registrato.

[17] «The modern Southerner inherits the Jeffersonian formula. This is only to say that he inherits a concrete and very unsatisfactory history. He can almost wish for his ease the Northern contempt for his kind of history; he would like to believe that history is not a vast body of concrete fact to which he must be loyal, but only a source of mechanical formulas; for then he might hope to do what the Northern industrialist has just about succeeded in doing – making a society out of abstractions. The Southerner would conjure up some magic abstraction to spirit back to him his very concrete way of life. He would, in short, in his plight, apply the formula by his inheritance – that the ends of man may be established by political means»: p. 174.

[18] «The South would not have been defeated had it possessed a sufficient faith in its own kind of God. It would not have been defeated, in other words, had it been able to bring out a body of doctrine setting forth its true conviction that the ends of man require more for their realization than politics. The setback of the war was of itself a very trivial one»: Ibidem.

[19] «We are very near an answer to our question—How may the Southerner take hold of his Tradition? The answer is, by violence»: Ibidem.

[20] Ivi, p. 175. «Borer from within» e «boring from within» appartengono al lessico tattico del movimento operaio anglofono e della Terza Internazionale: designano la strategia di operare dentro le istituzioni esistenti anziché costruirne di alternative. L’equivalente italiano corrente è “entrismo”, o “lavoro dall’interno”. Tate adopera dunque, con ironia perfettamente consapevole, un termine tecnico comunista per descrivere la strategia preclusa al reazionario meridionale; in un volume che egli avrebbe voluto intitolare Tracts Against Communism.

[21] «Reaction is the most radical of programs; it aims at cutting away the overgrowth and getting back to the roots. A forward-looking radicalism is a contradiction; it aims at rearranging the foliage»: Ibidem. L’argomento è etimologico e stringente: “radicale” deriva da radix e chi torna alla radice è radicale in senso proprio, mentre chi riorganizza la chioma è, alla lettera, un riformista della superficie.

[22] «The Southerner is faced with the paradox: He must use an instrument, which is political, and so unrealistic and pretentious that he cannot believe in it, to re-establish a private, self-contained, and essentially spiritual life. I say that he must do this; but that remains to be seen»: Ibidem.

[23] «”I have done too much”, he said»: p. 306; trad. it. p. 340.

Fine terza parte di quattro

Par gentile concessione della rivista “Italia Stato-Civiltà”, su cui il saggio di Paolo Zanotto è stato pubblicato: La religione del mezzo cavallo: Allen Tate e l’aporia di una tradizione senza fede – Italia Stato-Civiltà

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