Bolsonaro non riconosce la vittoria – In Serbia un movimento trasversale ha trasformato l’indignazione in sfida politica nazionale chiudendo l’era Vučić – Oggi si vota in Israele –
Giornate di elezioni. Domenica in Brasile ha vinto Lula e in Serbia hanno vinto gli studenti. Oggi si vota in Israele.
Cominciamo con il Brasile, dove Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto presidente avendo battuto al ballottaggio il senatore di destra Flávio Bolsonaro (che non ha riconosciuto il risultato). Tuttavia i vertici del Congresso hanno riconosciuto la rielezione di Lula, nonostante la contestazione del rivale.
I presidenti del Senato, Davi Alcolumbre, e della Camera, Hugo Motta, entrambi di partiti di centrodestra, si sono congratulati con Lula e hanno difeso la regolarità del voto. Secondo i dati ufficiali, con il 97,69% delle schede scrutinate Lula ha ottenuto il 51,74% dei voti, contro il 48,26% del rivale, con oltre quattro milioni di voti di scarto. Dalla fine della dittatura militare (1964-1985) nessun candidato arrivato secondo al primo turno era mai riuscito a vincere il ballottaggio.
Per Lula è il quarto mandato.
Nato il 27 ottobre 1945 in una famiglia contadina povera del Pernambuco, nel Nordest, emigrato da bambino con la famiglia nella zona industriale di San Paolo, Lula ha cominciato a lavorare in fabbrica a 14 anni, perdendo un dito.
Da leader sindacale ha guidato i grandi scioperi della fine degli anni Settanta, durante la dittatura militare. Dopo tre sconfitte è arrivato al Planalto nel 2003. Nel 2006 è stato rieletto e ha lasciato l’incarico con una popolarità record, sostenuta dai programmi sociali come la Bolsa Família.
Al terzo mandato gli si riconosce di aver ripristinato le politiche sociali e frenato la deforestazione dell’Amazzonia, ma anche di aver proposto poche idee nuove.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha messo in dubbio la vittoria di Lula.
Sotto accusa c’è Cristiano Zanin, giudice del Supremo tribunale federale (Stf) ed ex avvocato personale di Lula. Zanin ha accolto il ricorso della campagna presidenziale, secondo la quale alcuni sindaci dell’opposizione avevano sabotato i trasporti pubblici per impedire agli elettori di raggiungere i seggi nelle roccaforti del Partito dei lavoratori (Pt). Su richiesta di un suo ex collaboratore, Zanin “ha cambiato le regole del gioco a partita in corso”, ha accusato Bolsonaro.
Secondo Bolsonaro il giudice ha anche “calpestato” il Tribunale superiore elettorale (Tse), che avrebbe dovuto pronunciarsi sul ricorso. La decisione è arrivata poco dopo la chiusura della maggior parte dei seggi, alle 17 locali (le 21 in Italia).
I presidenti di seggio non erano stati avvisati in tempo e lo slittamento ha provocato grande confusione. Diversi elettori non sono riusciti a votare perché le schede della loro urna erano già state conteggiate.
“Una cosa del genere non era mai successa prima nella storia del Brasile. Si è trattato di una violazione totale del diritto all’uguaglianza per i brasiliani nelle diverse città”, ha detto Bolsonaro. Il senatore ha denunciato anche l’allontanamento dei rappresentanti di lista del suo partito dai seggi riaperti. “Ci sono – ha concluso – molte cose che devono essere chiarite prima che il Brasile possa riconoscere questo inganno”.
Con la vittoria di Lula del 25 ottobre 2026, i rapporti tra Brasile e Stati Uniti entrano in una fase di competizione politica accompagnata da pragmatismo economico. Lula ha sconfitto Flávio Bolsonaro con circa 4,4 milioni di voti di scarto, secondo il conteggio definitivo della giustizia elettorale brasiliana.
I cinque dossier decisivi
Rapporti politici: dialogo, ma nessun allineamento. Lula difende la sovranità brasiliana e il multilateralismo. Trump preferisce una cooperazione più stretta con governi politicamente affini. La rielezione di Lula complica il progetto di Washington di costruire un blocco regionale più omogeneo, ma non impedisce accordi bilaterali.
Commercio e dazi: il principale terreno negoziale. Le tariffe statunitensi hanno provocato una seria crisi bilaterale. Lula ha scelto di privilegiare il negoziato, riservandosi misure reciproche se le trattative fallissero. Washington vuole condizioni più favorevoli per le proprie imprese e l’accesso alle risorse strategiche brasiliane.
Sicurezza: contrasto alla criminalità senza interventi unilaterali. Washington vuole una cooperazione più incisiva contro le grandi organizzazioni criminali brasiliane. Lula è contrario a un approccio che permetta agli Stati Uniti di intervenire unilateralmente e insiste su operazioni coordinate con le autorità brasiliane.
Minerali critici: la competizione con la Cina. Gli Stati Uniti hanno interesse alle terre rare e agli altri minerali strategici brasiliani per ridurre la dipendenza dalle forniture cinesi. Lula vuole investimenti e trasferimento di capacità industriale, non una semplice esportazione di materie prime.
Cina e BRICS: il limite all’influenza americana. Lula intende mantenere i rapporti con Pechino, principale partner commerciale del Brasile, e preservare il ruolo del Paese nei BRICS. Per Washington questo significa che il Brasile non entrerà automaticamente nella propria strategia di contenimento della Cina.
Che cosa cambia nella mappa geopolitica latinoamericana

La vittoria di Lula rende meno probabile una rapida convergenza politica fra Brasile, Argentina di Milei e amministrazione Trump. Il Brasile continuerà a essere un attore autonomo, capace di collaborare con Washington su alcuni dossier e di opporsi su altri.
La linea annunciata dopo il voto è quella di combinare la difesa della sovranità con il dialogo pragmatico, puntando a ridurre i dazi e attrarre investimenti americani.
La conseguenza strategica: gli Stati Uniti possono continuare a essere un partner essenziale del Brasile, ma non possono dare per scontato che Brasilia si schieri con Washington nella competizione con la Cina. La partita si giocherà soprattutto su commercio, minerali strategici, sicurezza e condizioni degli investimenti.
Gli “studenti” in Serbia, dalle proteste alla vittoria elettorale

Un movimento trasversale ha trasformato l’indignazione in sfida politica nazionale chiudendo l’era Vučić
Non sono soltanto studenti scesi in piazza, ma un movimento trasversale che ha trasformato l’indignazione per una tragedia in una vittoria politica che ha messo fine a 14 anni di dominio politico di Aleksandar Vučić.
Il movimento studentesco serbo è nato come lotta per la giustizia dopo la tragedia avvenuta il 1° novembre 2024 nella stazione ferroviaria di Novi Sad, nel nord del Paese, dove il crollo di una pensilina causò la morte di 16 persone.
I giovani hanno attribuito le morti alla corruzione dilagante e la loro richiesta di verità ha trovato ampio sostegno. Così le proteste si sono diffuse e, a distanza di due anni, gli studenti sono diventati una forza politica ben organizzata, resistente alle repressioni del governo e molto popolare fra i 6,4 milioni di elettori serbi.
Il movimento non ha un leader o dei leader, né tantomeno un portavoce. Affermano di essere tutti uguali, indipendentemente dalla regione della Serbia da cui provengono o dalla facoltà in cui studiano.
Tutte le decisioni e i piani importanti vengono discussi e votati in una miriade di cosiddetti plenum, ovvero assemblee di facoltà, in tutto il Paese.
Gli studenti hanno scelto la loro lista elettorale, la “Lista degli Studenti”, attraverso proposte e un processo di selezione svoltosi in tutte le università del Paese.
Tra i 250 candidati presentati lo scorso settembre, in cui non è indicato il nome del candidato premier, figurano alcuni volti noti, insieme a docenti, professori, esperti, atleti, agricoltori e artisti poco conosciuti.
Il programma si articola in 11 punti e punta soprattutto a combattere la corruzione, rafforzare l’indipendenza della magistratura e recuperare i patrimoni ottenuti illegalmente.
Gli studenti propongono inoltre di intervenire nei confronti dei funzionari responsabili di abusi, liberare il servizio pubblico radiotelevisivo dal controllo politico e porre fine alle nomine nelle aziende pubbliche basate sulla fedeltà ai partiti.
Accanto alle riforme istituzionali, il piano prevede misure sociali ed economiche, tra cui libri scolastici gratuiti e farmaci meno costosi.
Vincere non significa essere in grado di governare
La vittoria degli studenti serbi apre una fase politica nuova: secondo i risultati preliminari del 26 ottobre, la loro lista avrebbe ottenuto circa il 51,9% dei voti e 135 – 140 seggi su 250, sufficienti per governare senza una coalizione.
Il punto significativo è: come si passa da un movimento senza leader a un governo che deve prendere decisioni, nominare ministri e scegliere una politica estera?
Gli studenti hanno costruito una struttura collettiva per selezionare i candidati, ma ora devono trasformarla in una struttura esecutiva. La loro prima prova sarà trovare un equilibrio tra la collegialità del movimento e la necessità di avere un primo ministro riconoscibile e responsabile.
I candidati sono stati selezionati attraverso assemblee universitarie e procedure collettive. Il cardiologo Ilija Srđanović guida la lista elettorale, ma non è stato designato come futuro primo ministro.
La scelta del primo ministro
Il movimento deve concordare un nome, che viene proposto attraverso la procedura costituzionale e deve ottenere la fiducia del Parlamento. È plausibile un esecutivo con professori, giuristi, economisti e specialisti, scelti per realizzare il programma anticorruzione e riformare le istituzioni. È uno scenario possibile, non ancora una composizione annunciata.
La difficoltà non è dunque trovare necessariamente un leader unico del movimento, ma decidere chi abbia l’autorità di scegliere i ministri e di assumersi la responsabilità delle decisioni. Il sistema dei plenumi, utile per mantenere unita la protesta, dovrà convivere con la rapidità richiesta dall’azione di governo.
Come cambiano i rapporti con l’Unione Europea?
È ragionevole aspettarsi un’apertura verso Bruxelles, ma non una svolta automatica e immediata.
L’UE ha accolto positivamente il risultato e ha indicato che il percorso di adesione della Serbia resta aperto. Le priorità europee saranno indipendenza della magistratura, stato di diritto, libertà dei media e contrasto alla corruzione.
I rapporti potrebbero evolvere in tre direzioni: più cooperazione istituzionale (riforma della giustizia, trasparenza negli appalti e maggiore controllo sull’uso dei fondi pubblici); ripresa del percorso europeo (il nuovo governo potrebbe cercare di sbloccare i negoziati di adesione, oggi frenati anche da questioni politiche e democratiche); nessuna adesione immediata (entrare nell’UE richiede riforme, negoziati e l’approvazione degli Stati membri e la vittoria elettorale non basta).
Il punto da osservare sarà se il nuovo governo trasformerà la richiesta di uno Stato più trasparente in un programma concreto di integrazione europea.
Quali rapporti con la Russia?
Il movimento studentesco non ha promesso una rottura con Mosca e ha dichiarato che non introdurrebbe sanzioni contro la Russia.
La Serbia dipende da un equilibrio delicato: la Russia è un partner storico e un fornitore energetico importante, mentre l’UE è essenziale per il commercio, gli investimenti e il percorso di adesione.
Non ci sono quindi elementi sufficienti per prevedere che gli studenti porteranno la Serbia nel campo occidentale contro Mosca. È più plausibile, almeno nella fase iniziale, una politica estera prudente, accompagnata da una maggiore apertura politica verso l’Europa.
La contraddizione interna che potrebbe emergere
Il movimento ha raccolto consensi molto diversi: europeisti, nazionalisti, giovani contrari alla corruzione, cittadini che desiderano migliori servizi pubblici e persone che non vogliono sanzioni contro Mosca. Questa ampiezza è stata una risorsa elettorale, ma potrebbe diventare una fonte di conflitto nel governo.
Il compromesso più plausibile sarebbe: all’interno riforme anticorruzione e ricostruzione della fiducia nelle istituzioni; verso Bruxelles collaborazione più intensa e rilancio del percorso europeo; verso Mosca conservazione dei rapporti diplomatici ed energetici, almeno inizialmente; sul Kosovo nessuna concessione radicale senza un consenso politico e sociale più ampio.
La vera prova sarà capire se la collegialità degli studenti saprà produrre un governo capace di decidere senza trasformarsi, a sua volta, in un sistema di potere opaco.
Oggi si vota in Israele

La fotografia dei sondaggi pubblicati prima del silenzio elettorale è abbastanza chiara su un punto: la competizione è apertissima, ma il problema principale sarà formare una maggioranza parlamentare, non semplicemente arrivare primi.
La Knesset ha 120 seggi e per governare servono almeno 61 deputati. Le ultime rilevazioni mostrano entrambi i blocchi principali sotto questa soglia.

Il dato politico fondamentale è che l’opposizione può arrivare prima senza riuscire a governare. Alcuni partiti non vogliono sedere in un esecutivo sostenuto formalmente dai partiti arabi; inoltre, piccoli partiti vicini alla soglia elettorale possono modificare la distribuzione dei seggi.
Se vince Netanyahu, continuità con la destra nazionalista e religiosa
Netanyahu potrebbe tentare di ricostituire la coalizione con Likud, partiti ultraortodossi e formazioni della destra radicale. Resterebbero centrali la sicurezza, il confronto con l’Iran e la guerra contro Hamas.
Sarebbe più probabile la continuità delle politiche contestate dai governi europei, soprattutto sul conflitto palestinese e sulla Cisgiordania. Continuerebbe lo scontro interno sulla riforma giudiziaria e sulle esenzioni dal servizio militare per gli ultraortodossi.
Il problema di Netanyahu è che anche arrivando primo, potrebbe non disporre dei 61 seggi necessari. Se i partiti minori non superassero la soglia o rifiutassero di sostenerlo, sarebbe costretto a negoziare oppure a fronteggiare una lunga crisi di governo.
Se vince l’opposizione guidata da Gadi Eisenkot
Cambio di leadership, ma non necessariamente di dottrina militare. Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, potrebbe formare un governo centrista con componenti della destra non netanyahiana.
Sarebbe più probabile un’inchiesta istituzionale sulle responsabilità del 7 ottobre 2023 e una maggiore attenzione alla ricostruzione della fiducia nelle istituzioni.
Potrebbero migliorare i rapporti con alcuni governi occidentali, soprattutto se il nuovo esecutivo riducesse le tensioni sulla giustizia e sulla Cisgiordania. Non ci sarebbe però necessariamente una politica più morbida verso Hamas o l’Iran: anche Eisenkot sostiene una linea di sicurezza rigorosa.
Il problema dell’opposizione è che è eterogenea. Comprende centristi, destra laica, liberali e sinistra. Potrebbe condividere l’obiettivo di sostituire Netanyahu, ma avere difficoltà a concordare sulla questione palestinese, sui rapporti con i partiti arabi e sulle concessioni territoriali.
Le conseguenze geopolitiche

Lo scenario da non sottovalutare: nessuno riesce a governare
È una possibilità concreta. Il modello di previsione israeliano aggiornato al 25 ottobre attribuiva una probabilità molto bassa a entrambi i blocchi di raggiungere da soli la maggioranza. Anche le ultime rilevazioni televisive indicavano una Knesset frammentata.
In questo caso, le alternative sarebbero: un governo di compromesso con partiti non allineati; un esecutivo sostenuto dall’esterno da una parte dei partiti arabi, ipotesi politicamente controversa; il fallimento dei negoziati e nuove elezioni, con un governo ad interim nel frattempo.





