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Leonardo, scuola e pregiudizi

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Leonardo

L’Italia non può permetterselo

Chiariamo: l’Italia non può permettersi di trasformare le proprie competenze industriali in un bersaglio da liquidare attraverso ideologie, farlo in classe lo trovo alquanto strano.

Quando si parla di Leonardo, di formazione e di giovani, occorre comprendere il rapporto tra conoscenza, lavoro, sicurezza e autonomia tecnologica.

Una collega, della quale scelgo di non riportare il nome per evitare che una discussione di merito degeneri in una tempesta di attacchi personali, ha presentato la collaborazione formativa con Leonardo come una contraddizione rispetto all’educazione alla pace.

A mio avviso, questo approccio non è corretto: il giudizio politico sull’impresa finisce per precedere la valutazione dei contenuti educativi. Da docente, partirei da domande concrete.

Che cosa imparano gli studenti?

Quali competenze sviluppano?

Possono confrontarsi con professionisti, esaminare applicazioni tecnologiche e discuterne le implicazioni etiche?

È su questi elementi che si misura la qualità di un percorso. L’appartenenza di un’azienda al settore della difesa, da sola, non dimostra una finalità propagandistica.

Trovo bizzarro anche il richiamo alla Costituzione che richiede precisione. L’articolo 11 ripudia la guerra di aggressione e il suo impiego per risolvere le controversie internazionali; l’articolo 52 riconosce il dovere della difesa della Patria, spesso dimenticato.

Educare alla pace e comprendere la funzione della difesa sono obiettivi compatibili. Confonderli impoverisce proprio quella cultura costituzionale che la scuola deve trasmettere.

Da analista, vedo inoltre una conseguenza che il dibattito spesso trascura: la rinuncia alle competenze strategiche produce dipendenza da terzi.

Se un Paese perde la capacità di sviluppare tecnologie necessarie alla propria sicurezza, dovrà procurarsele altrove, accettando condizioni, disponibilità e vincoli decisi da altri.

Il bisogno rimane; diminuisce la libertà di scelta. Per questo il valore di Leonardo riguarda anche il futuro dei giovani. Avvicinarsi a un’impresa tecnologica significa poter conoscere problemi, metodi e professioni.

La scuola deve governare questo incontro con autonomia e rigore, verificando i programmi e lasciando spazio anche alle contestazioni documentate.

Il pensiero critico richiede accesso alla conoscenza e disponibilità a mettere alla prova le proprie convinzioni. Se agli studenti arriva prima la condanna e soltanto dopo, eventualmente, l’analisi, rischiamo di insegnare loro a riconoscere un bersaglio anziché a comprendere un problema.

L’Italia non può permettersi questo impoverimento. Ha bisogno di giovani preparati a sviluppare, controllare e indirizzare le tecnologie dalle quali dipenderà il suo futuro.

Come docenti abbiamo la responsabilità di ampliare le loro possibilità di comprensione e le nostre convinzioni politiche devono misurarsi con questo compito, senza sostituirlo.

Ora criticatemi pure.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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