Il fatto compiuto
La vertigine del declino si misura spesso nei dettagli, in quelle crepe improvvise che squarciano la faticosa messa in scena del potere.
Emmanuel Macron, l’uomo della sintesi perenne, il tecnocrate abituato a dominare la complessità con la pura cinetica del verbo, è apparso a Trappes drammaticamente nudo.
Accorso nel cuore di quella banlieue profonda, colpita da un sanguinoso attentato terroristico di venerdì scorso, per pronunciare l’ennesimo discorso accorato sull’unita della Nazione – un esercizio retorico aggrappato al logoro feticcio del ‘non è mai troppo tardi’ -, l’inquilino dell’Eliseo è inciampato in un errore storico e concettuale che definire incomprensibile sarebbe un atto di colpevole ingenuità.
Affermare, davanti alle telecamere e a un Paese sotto shock, che si tratterebbe della ‘prima volta che alcuni cittadini francesi vengono colpiti per la loro appartenenza etnica o religiosa’ non è soltanto una sbandata comunicativa.
È una rimozione freudiana collettiva, un insulto alla memoria e una spaventosa capitolazione culturale, alimentata e protetta da quel sistema mediatico mainstream transalpino da anni specializzato nell’anestetizzare la realtà pur di preservare il dogma del multiculturalismo felice.
Dove colloca, il Presidente francese il quale, recentemente ha dichiarato che in Cisgiordania Hamas non è presente, il sangue dei bambini ebrei versato da Mohammed Merah nel cortile della scuola Ozar Hatorah a Tolosa nel 2012, freddati a bruciapelo?
In quale dimenticatoio della coscienza repubblicana ha sepolto i morti dell’Hyper Cacher del gennaio 2015, assassinati perché ebrei mentre facevano la spesa prima dello Shabbat, in una tragica appendice al massacro di Charlie Hebdo?
E il sacrificio di padre Jacques Hamel, sgozzato sull’altare nella sua chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray mentre celebrava la messa da due soldati del jihad?
Quella di Macron non è una semplice svista.
È il sintomo di un’ideologia post-moderna, coccolata dai salotti dell’informazione parigina, che pur di non nominare la radice profonda del totalitarismo islamista preferisce resettare la storia, cancellando la memoria dei martiri per non essere costretta a gestire le conseguenze del presente.
Il tweet riparatore, affidato a tarda notte alle piattaforme social nel disperato tentativo di arginare la tempesta delle critiche, ha il sapore amaro dell’impotenza.
La realtà, d’altronde, si è incaricata di smentire la narrazione presidenziale pochi istanti dopo: le immagini del suo arrivo e della sua partenza da Trappes, scandite dai fischi assordanti e dagli insulti dei giovani del quartiere, raccontano la verità di un divorzio ormai consumato tra lo Stato e i suoi territori perduti.
Ma il paradosso più cupo di questa notte transalpina risiede in un’immagine che esemplifica il manifesto della resa.
Durante il discorso di Macron, sul palco, a pochi passi da lui e dal sindaco, si stagliava la figura di Elias d’Imzalène.
L’uomo che ha invocato apertamente l’Intifada nelle strade di Parigi, il militante islamista fondatore di Islam et Info già condannato per incitamento all’odio razziale e alla violenza contro la comunità ebraica, e colpito dal congelamento dei beni da parte dello Stato, si trovava lì, legittimato dalla prossimità fisica con la massima carica dello Stato.
Proprio a Trappes, quella cittadina che in passato Jordan Bardella bollò, con formula brutale ma efficace, come «la capitale europea della Jihad».
Vedere il presidente della Repubblica Francese farsi scudo della retorica repubblicana avendo al proprio fianco chi teorizza la distruzione dei valori di quella stessa Repubblica è il cortocircuito finale.
Quando lo Stato, per calcolo, paura o sfinimento, smette di distinguere i propri difensori dai propri liquidatori, il declino non è più un’ipotesi. È un fatto compiuto.





