L’alibi per legittimare ogni tipo di violenza contro lo Stato e le sue istituzioni
La recente indagine milanese a carico di Youssef Siher, indicato come il presunto motore ideologico dietro il cosiddetto Movimento 17 ottobre, solleva un velo di ipocrisia su una realtà che, per troppo tempo, si è voluta derubricare a semplice disagio giovanile o passeggera intemperanza di piazza.
L’accusa di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo svela plasticamente un meccanismo consolidato: la saldatura tossica tra il palestinismo militante, la retorica dell’antagonismo da centro sociale e le compiacenze dell’apparato mediatico e intellettuale progressista, di cui, qui in Italia, abbiamo, in “Piazza Pulita”, il vertice TV.
Non ci troviamo di fronte a una fiammata estemporanea.
Il palestinismo non è più, da decenni, la difesa di una causa nazionale, bensì un formidabile feticcio, un passe-partout globale per legittimare la violenza, una teologia della liberazione in salsa mediorientale che attecchisce perfettamente nelle periferie e nei dipartimenti universitari europei.
La retorica del vittimismo perenne e dell’odio speculare verso lo Stato d’Israele funge da collante identitario per una galassia di frustrazioni assortite.
Essa fornisce una giustificazione morale immediata a chiunque voglia sfasciare una vetrina o aggredire le forze dell’ordine in nome della “resistenza”.
Ciò che colpisce nel profilo di Siher non è la sua eccezionalità, ma la copertura borghese del suo inserimento all’interno del circuito dell’antagonismo contemporaneo.
Ricercatore, collaboratore dell’ISPI, blogger per Il Fatto Quotidiano: un perfetto prototipo della rispettabilità militante.
Questa traiettoria dimostra ulteriormente come le parole d’ordine della delegittimazione dello Stato ebraico e dell’appello alla rivolta non alberghino solo nei bassifondi dell’estremismo islamico, ma vengano sdoganate da tempo dentro l’establishment intellettuale.
Pensare di risolvere la questione trattando i disordini urbani come meri problemi di ordine pubblico o di sperequazione sociale, di diritti negati, significa rifiutarsi di guardare la radice del male.
Finché il palestinismo verrà coccolato e protetto come un dogma all’interno del dibattito pubblico, diventerà l’alibi per legittimare ogni tipo di violenza contro lo Stato e le sue istituzioni.
Quando l’estremismo si maschera da diritti civili e va a braccetto con lo squadrismo mediatico possiamo solo aspettarci un incremento esponenziale del disordine e della violenza.





