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IL RILANCIO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E’ FONDAMENTALE

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di Antonio Foccillo

Si parla sempre più spesso dei servizi pubblici, in particolare del mal funzionamento della sanità, del deficit della previdenza, della carenza dell’assistenza. Si discute dello stato delle Pubbliche Amministrazioni, sempre in termini negativi, mettendo in risalto solo le cose che non funzionano.

Anche se parlare di cambiamento, rinnovamento, ammodernamento, digitalizzazione delle Pubbliche Amministrazioni non è sicuramente qualcosa di nuovo, piuttosto però dovremmo soffermarci, prima, nell’osservare “come” se ne è parlato e, poi, soprattutto, nel capire in cosa si sono tradotte quelle parole nella vita di tutti noi.

Voglio seguire questo filo rosso per proporre la mia visione di rinnovamento delle istituzioni a servizio dei cittadini, perché se, come ho appena detto, non giunge nuova alle nostre orecchie l’urgenza di rimettere sui binari dei tempi che corrono le nostre PP.AA., mi permetto di dissentire su come i media e molta politica veicolano questo messaggio.

Lo fanno criminalizzando, colpevolizzandolo e penalizzando i lavoratori della macchina amministrativa dello Stato; lo fanno il più delle volte superficialmente mettendo alla gogna mediatica una platea di tre milioni di lavoratori, creando discredito e sfiducia nei loro confronti, avallando il lento e, a volte, agonizzante arretramento del servizio pubblico a favore di una sempre maggiore privatizzazione che fa gioco alla serrata ricerca dell’ennesima voce di spesa pubblica su cui risparmiare.

Ma più che ragionare su quello che si sottende ai continui tagli alla cosa pubblica, mi preme ora restringere il campo della riflessione a cosa si intenda per cambiamento per chi lo professa e l’ha professato nei diversi governi e su cosa sia cambiato nei fatti in questi anni.

Non mi sento di dire un’eresia nell’indicare nella revisione di spesa e nella razionalizzazione le parole d’ordine di quella che è stata l’idea di cambiamento dei governanti. Parole che nei fatti si sono manifestate sotto forma di tagli lineari ed indiscriminati con ovvie e pesantissime conseguenze per lavoratori, cittadini e tutto il sistema dei pubblici servizi. Gli esecutivi che si sono susseguiti, pur in un contesto di crisi economica, hanno smarrito il senso e la ragion d’essere della funzione e del ruolo di equilibrio sociale dello Stato, disinvestendo nelle sue Pubbliche Amministrazioni.

Questo ha significato il graduale scollamento delle istituzioni dai territori e dalle persone, la progressiva incapacità di rispondere ai problemi comuni della convivenza civile, la sfiducia nel pubblico e in ciò che rappresentava e che aveva portato il Paese al benessere.

Senza fondi, trasferimenti e mezzi adeguati, si è preteso, a fronte dell’incremento della domanda dello stato di bisogno necessitata dalla crisi, di continuare a fornire gli stessi servizi pubblici.

Più che cambiamento ci siamo trovati dinanzi a una resa incondizionata che si è cristallizzata nella chiusura di presidi pubblici in zone più e meno remote del territorio, nella cessione di funzioni ai privati, nel progressivo invecchiamento della popolazione lavorativa coll’incrementarsi dei requisiti anagrafici e contributivi, nella precarietà e nella carenza degli organici per il blocco del turn over, nei tagli alle risorse che si sono riflessi sugli strumenti e sulle strutture a disposizione degli stessi dipendenti e, di conseguenza, sull’efficienza stessa del loro lavoro e di tutta la macchina burocratica.

Da qui si sono generate le maggiori sofferenze delle nostre PP.AA., da quei risparmi di spesa che si sono ritenuti l’unica soluzione ai problemi di una congiuntura economica che, tutt’al contrario, avrebbe richiesto il potenziamento del settore pubblico a sostegno dei cittadini in difficoltà e di tutto il sistema Paese.

Questi sono i problemi che hanno causato, gioco forza, il calo della produttività degli uffici pubblici, nulla a che vedere con il tanto additato assenteismo. È evidente, infatti, che chi lavora, anche se molto efficiente, inserito in un quadro operativo imbrigliato da meccanismi il più delle volte irrazionali, costretto in procedure farraginose, limitato da risorse contingentate non riesce a fornire un servizio efficiente.

Si deve, invece,  ragionare di PP.AA. non con la solita mentalità repressiva che nulla ha portato in termini di benefici ai cittadini ma che si ragionasse su come investire per renderla più moderna e più vicina alle esigenze dei cittadini.

Riguardano il futuro del Paese, la sua forma di società e il suo sistema di Welfare, perché tutto questo non può che passare dalla funzione sociale che ricoprono le Pubbliche Amministrazioni, le quali definiscono il ruolo dello Stato ed il perimetro del suo intervento.

Ma cos’è lo Stato? O meglio, qual è la sua origine? L’uomo non può vivere isolato e per questo motivo è in continua relazione con altri, con i quali costituisce un gruppo sociale. La ragione sociale di questo comportamento si rinviene nel fatto che certi interessi e certe esigenze non possono essere raggiunti da singoli ma soltanto collettivamente e perché l’uomo quando è in difficoltà è portato, per sua natura, a chiedere aiuto. E l’aiuto che ognuno di noi può aspettarsi è l’aiuto della comunità a cui appartiene, ossia l’aiuto pubblico che è la più importante risposta democratica al bisogno collettivo. Proprio sulla solidarietà e sulla ricerca dell’equilibrio e del benessere sociale di una comunità si erge lo Stato, quale garante, per l’appunto, dei suoi consociati.

Ebbene il nostro Paese – come noto – è riuscito, in più di cinquant’anni, a passare dallo sfascio economico, produttivo e strutturale del secondo dopoguerra, a un livello di sviluppo e di benessere diffuso, in maniera certo non del tutto omogenea sul territorio ma certamente con caratteristiche di qualità superiore a qualsiasi altro momento della nostra storia. E in questo processo storico, che aveva reso l’Italia quinta potenza economica nel mondo, è stato innegabile il ruolo di volano e di sostegno concreto che la Pubblica Amministrazione e l’intervento statale, con tutta la gamma dei suoi servizi pubblici e delle sue aziende, hanno avuto.

E qui torno sulla digressione precedente: nei momenti difficili, come fu nel dopoguerra, si cerca aiuto e si chiedono politiche di intervento statale, mentre nei momenti “favorevoli” si dimenticano i valori che nobilitano l’uomo nella sua natura più significativa e intrinseca: quella dello stare insieme attraverso la solidarietà, la coesione, la socialità. È la solidarietà che dà sostanza alla convivenza civile.

Per tutto questo, calandoci nella nostra quotidianità, il rinnovamento non può prescindere anche dal riscoprire il senso di fondo della convivenza di interessi che mantiene unito un popolo su valori che sono ancor oggi fortemente attuali.

Negli ultimi tempi si è prodotto uno sviluppo senza regole e globalizzante che ha generato inevitabilmente disuguaglianze, anche a livello internazionale, che sono poi sfociate, come la storia ed anche l’attualità ci dicono, nei conflitti, nel terrorismo e nella guerra.

Per noi, riformisti e laici, l’obiettivo è quello di superare l’attuale modello di società, riaffermando l’intervento pubblico e lo stato sociale come strumenti indispensabili per avviare politiche di riforma strutturale nella direzione che auspichiamo e cioè di uno sviluppo sostenibile che da anni abbiamo indicato come obiettivo non solo nazionale ma anche planetario.

Come sosteneva Kant: “Il potere legislativo può sottostare alla volontà collettiva del popolo. Ed è da questo potere che devono provenire tutti i diritti, esso non deve assolutamente arrecare ingiustizia a qualcuno con le sue leggi. Soltanto la volontà, la volontà concorde e collettiva di tutti, in quanto ognuno decide la stessa cosa per tutti e tutti la decidono per ognuno, per questo solo la volontà del popolo può essere legislativa”.

Per questo noi sosteniamo che non svolge il ruolo del conservatore chi rivendica il valore dell’intervento pubblico, perché questo è il ruolo di chi si erge a difesa del sistema di diritti e conquiste frutto di un progresso civile e democratico che non può essere rinnegato. Ed è questa la volontà del popolo, dei cittadini e dei lavoratori.

Il progresso ha una sola direzione e se per cambiare la società si dovesse tornare indietro nel tempo, non si dovrebbe innovare molto, semmai si dovrebbero ripristinare i valori di oltre qualche secolo. Valori che hanno costruito società coese e solidali, puntando, pur innovando, sulla continuità nel tempo di questi principi che sono, poi, quelli del modello socialdemocratico europeo.

Questo processo occupa uno spazio preciso nella storia dell’umanità. D’altronde è la nostra Costituzione che, conformante ai principi di democrazia sostanziale a cui si ispira, ribadendo l’unitarietà dello Stato: “La Repubblica, una e indivisibile”, impegna il legislatore ad attuare i servizi che dipendono dallo Stato stesso, in maniera omogenea su tutto il territorio e per tutti i cittadini.

Il welfare state indica genericamente un tipo particolarmente sviluppato di istituzione sociale. Nell’evoluzione fenomenologica dello Stato moderno, lo Stato sociale è stata una tappa importante dei rapporti fra Stato e società. La sfera pubblica di diritti liberali, per esempio il diritto di associazione, ha agevolato la formazione di coalizioni, di soggetti economici, sindacati e associazioni datoriali che hanno premuto per cambiare o sospendere le regole del mercato: ne sono nate una serie di norme, fra diritto pubblico e privato, riguardanti la contrattazione collettiva, la previdenza sociale, il diritto al lavoro, l’istruzione, la sanità, l’ambiente, le garanzie di tutela generale del cittadino. Si tratta della risposta dello Stato alle esigenze dei ceti deboli, attraverso il suo intervento nella gestione dell’ordine economico e la messa in evidenza del fine statuale del benessere, inteso come progressivo riequilibrio sociale.

Naturalmente sia il Welfare sia la cittadinanza presuppongono e possono concepirsi solo con lo Stato. Essi, infatti, necessitano di uno Stato in senso moderno che si concretizza nell’idea di una nuova sovranità, oggi persa, che sia in grado di garantire e rendere concreti quei diritti.

All’interno degli stati industrializzati la crisi economica e monetaria ha messo in forse la distribuzione dei servizi sociali ed ha spinto a ripensare ad una eventuale più oculata e misurata distribuzione degli stessi o addirittura a ridisegnare i compiti assistenziali dello Stato dietro alle parole magiche “ridurre il perimetro dello Stato in economia” e “privatizzare i servizi pubblici”, con grave danno per i cittadini che pagano di più a fronte di servizi meno puntuali e meno diffusi.

La conseguenza è che i servizi sociali mostrano la degenerazione burocratica, l’impoverimento, la rinuncia o il ridimensionamento delle prestazioni, per esempio quelle mutualistiche. La situazione non fa che aggravarsi e diventare drammatica sotto la pressione di persone sempre più povere se non anche diseredate.

In Italia il passaggio dal vecchio modello di Stato di diritto, che vede affermare il principio dell’eguale soggezione alla legge di tutti i cittadini, al nuovo stato sociale è segnato dalla Costituzione all’art.3.

Il nostro legislatore, secondo la Costituzione, deve rimuovere tutti gli ostacoli che incontrano i cittadini che si trovino in situazioni di inferiorità a causa delle loro condizioni economiche e sociali, affinché abbiamo le medesime opportunità e possano godere tutti dei medesimi diritti loro formalmente riconosciuti. .

Le Pubbliche Amministrazioni sono il cardine di questo complesso sistema ed il loro funzionamento o meno è essenziale proprio dal punto di vista costituzionale per assicurare a tutti gli stessi servizi: la sua funzione neutrale ed efficace può garantire benessere o meno alle persone e la sua imparzialità può assicurare la democrazia e la solidarietà necessaria in un sistema civile come quello italiano.

E poiché l’amministrazione tanto più sarà democratica quanto più permetterà ai cittadini di partecipare nelle sedi in cui gli interessi da essa curati si localizzano, proprio per questo deve essere sempre più trasparente, funzionale ed efficiente.

La scolarità e l’istruzione universitaria, il fisco equo, la salute, la previdenza, l’assistenza, la sicurezza, la tutela ambientale sono tutti temi che insieme compongono la misura della soddisfazione sociale, e sui quali il ruolo della politica, dei partiti e delle parti sociali non possono non rivendicare una partecipazione alle scelte che ne decidono i livelli di organizzazione e diffusione.

Puntare all’efficienza delle amministrazioni pubbliche e alla valorizzazione di chi ci lavora deve essere una battaglia di tutti i cittadini per farla diventare un’azione politica.

Innovare le PP.AA. passa anche per un progetto di investimenti che diano sostanza a queste scelte. Rilanciare il settore pubblico, e quindi investirvi, significa rendere competitivo il Paese e ridurre, se non eliminare, le disuguaglianze, le emarginazioni e le povertà.

C’è bisogno di un grande progetto – non come è avvenuto fino ad oggi con pseudo-riforme – che modernizzi l’organizzazione strutturale, adeguandola tecnologicamente ma anche facendo nuove assunzioni e stabilizzando i precari, favorendo così un rinnovamento generazionale e contribuendo a cambiare la mentalità di chi non ha ancora capito che deve aggiornarsi per meglio produrre, puntando, quindi, sulla formazione e sul riconoscimento delle reali professionalità, non mortificandole come avviene oggi.

Il tutto nell’intento di rispondere meglio e con più efficienza all’incessante e crescente domanda che solleva, ai giorni nostri, lo stato di bisogno della società generato dalla crisi e dalle politiche di spending review che ne sono derivate.

La visione che prospetto, oltre che per rilanciare l’intero sistema pubblico e i suoi servizi, è fondamentale per riavvicinare finalmente le persone a quei valori di comunità che sono propri di ogni Istituzione, a partire dalla solidarietà, non facendo più vedere loro lo Stato solo come un oppressore decisionista ma come un’entità di cui tutti noi siamo parte integrante e in cui tutti noi svolgiamo un ruolo fondamentale.

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