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RESTI DI GUERRA FREDDA E NUOVI FALLIMENTI DELL’UNIONE EUROPEA – 5

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di Paolo Raffone

Nel capitolo IV precedente ci siamo occupati del capolavoro di Macron, Biden e von der Leyen (https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15249-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-4.html?highlight=WyJyYWZmb25lIl0=).

In questo capitolo V, ci chiediamo a che serve la NATO?

Nel prossimo e ultimo capitolo VI tratteremo delle prospettive che si possono tracciare per il 2024-2025.        

Capitolo V – A che serve la NATO?

Sono passati 80 anni dall’armistizio di Cassibile, eppure l’Italia democratica vive ancora da paese sconfitto la cui sovranità nominale non riesce a dimostrarsi sostanziale. Riferirsi all’interesse nazionale di un paese che non è soggetto ma oggetto geopolitico è tempo perso. Viene prima il chi siamo, e poi che cosa vogliamo.

Nella XVII legislatura – governi Letta, Renzi e Gentiloni (2013-2018) – fu depositato il disegno di legge n° 1872 che al suo art. 3 “Pubblicazione dei trattati internazionali vigenti” chiedeva la desecretazione e pubblicazione dei seguenti documenti[1]:

a) la Convenzione d’Armistizio, fatta a Cassibile il 3 settembre 1943;

b) il Trattato di pace fra l’Italia e le potenze alleate, fatto a Parigi il 10 febbraio del 1947;

c) le clausole segrete del Trattato del Nord Atlantico (NATO), fatto a Washington il 4 aprile 1949;

d) l’Accordo bilaterale italo-statunitense sulle infrastrutture (BIA), in attuazione del Trattato del Nord Atlantico, del 20 ottobre 1954;

e) l’Accordo tra la Repubblica italiana e il Comando supremo alleato in Europa degli Stati membri del Trattato del Nord Atlantico (NATO), fatto a Parigi il 26 luglio 1961;

f) l’Accordo bilaterale tra la Repubblica Italiana e gli Stati Uniti d’America del 16 settembre 1972;

g) il Memorandum d’intesa tra la Repubblica italiana e gli Stati Uniti d’America, fatto a Roma il 2 febbraio 1995;

h) l’Accordo tra la Repubblica italiana e gli Stati Uniti d’America cosiddetto «Stone Ax» (Ascia di Pietra).

Un atto di affermazione della propria esistenza come soggetto geopolitico, dell’essere Repubblica italiana, in nulla anti americano o contrario alle alleanze in essere.

I suddetti documenti sono tutt’ora vigenti e taluni sono stati ratificati nel tempo dal parlamento. Cosa abbia effettivamente ratificato il parlamento non saprei dirlo. Probabilmente per mie incapacità, non trovo traccia dei suddetti documenti. Ne deduco che passati i canonici 60 giorni il DL sia decaduto nel servile silenzio di tutti. Nessuna desecretazione né pubblicazione, neppure un richiamo da parte di politici e di governi che si si ispirano al “sovranismo” o che fanno della sovranità nazionale un emblema. Ci limitiamo, come in questa fine anno, in presenza del Presidente della Repubblica e del ministro della difesa ad una lunga rivista dei contributi delle forze armate italiane alle missioni internazionali, senza essere proprietari di casa nostra. Perché mandiamo i nostri militari in missioni internazionali? Qual è il nostro interesse nazionale? Oltre alla rivisitazione del vecchio cliché di “un posto al sole” e di “italiani brava gente”, si esaltano le caratteristiche (saranno vere, poi?) delle nostre forze armate buone e pacifiche. Ma a che serve tutto questo uso di personale, mezzi, e fondi pubblici senza sapere qual è il nostro interesse nazionale?

Nella XVIII legislatura (2018-2022), con l’arrivo della pandemia Covid-19 e con le sue legislazioni d’eccezione c’è stato il ritorno dell’Italia alla normalizzazione politica. Infatti, l’anno 2021-2022 fu quello del salvatore della Patria, quel Mario Draghi che da direttore generale del Tesoro salì sul Britannia (1992) per illustrare ai big della finanza anglosassone il piano di privatizzazioni dell’Italia, nota come “la svendita”. Tuttavia, si deve dare atto a Draghi che il suo governo ha fatto desecretare migliaia di documenti su numerose stragi definite di Stato, spesso conseguenze dirette o indirette dei segreti sopracitati. Ma su quegli atti e documenti di cui parlavamo all’inizio non c’è traccia.

Quindi, non è un caso che nella XIX legislatura, nel 2023, al fianco del governo Meloni “nel solco di Draghi” si ergano figure britanniche – Rishi Sunak, primo ministro in carica, David Cameron, ex primo ministro e attuale ministro degli esteri – miliardari filantropi del peso di Elon Musk e l’ottuagenario presidente Biden, oppure che Draghi sia proposto dal presidente francese Macron per uno dei due posti apicali dell’UE, Consiglio o Commissione, col silenzio assenso italiano. Qual è l’interesse nazionale italiano?

Sembra di rivedere le scene salienti del film di Elio Petri “Todo modo” con tutti schierati con “ogni mezzo” per cercare la volontà “divina” che è indubbiamente statunitense. Come per quella divina si aspetta la parola, non la si interpreta. Quindi aspettiamo supini la fine del 2024.

Questa situazione sopra descritta risponde, almeno in parte, alla domanda nel titolo: a che serve la NATO?

Sicuramente, ciò è vero per l’Italia che dopo la Seconda Guerra ha potuto conservare l’“esercito italiano”, la marina militare, solo parzialmente l’aviazione, e buona parte del personale e delle strutture di intelligence. Fino all’inizio del 2023, la Germania, la più grande potenza economica europea, stava messa peggio dell’Italia, non potendo far esistere le “forze armate tedesche” – come da costituzione, il soldato tedesco opera secondo «una guida interiore» che lo porta ad essere «un uomo libero, un buon cittadino e un valoroso soldato nello stesso tempo»; la parola riarmo era bandita! – e con dei servizi di intelligence più che ancillari a quelli delle potenze d’occupazione. Con varie gradazioni, la stessa situazione si applica anche a tutti gli altri aderenti europei della NATO. Sola eccezione non è la Francia ma il Regno Unito che, tra gli europei, è l’unico Stato ad avere una “special relationship” con gli USA. Non proprio alla pari, come vagheggiano gli inglesi orfani dell’Impero, ma certo con molta più autonomia strategica e di intelligence rispetto agli altri europei, ad iniziare dalla loro concreta partecipazione nei famosi Five Eyes.

Per capire un po’ meglio da dove arriva e che è la NATO, qualche sommario passaggio storico è necessario.

La Seconda Guerra Mondiale nominalmente terminò con la sconfitta del nazifascismo – armistizio con il regno d’Italia, 1943; resa del terzo Reich tedesco, 1945 – ma è continuata con l’URSS di cui si intendevano arginare e contrastare le mire espansionistiche e imperialistiche in Europa, nel Mediterraneo e Mar Nero (Dardanelli), e in Asia (Iran e Corea). Nel 1945 nacque il “nuovo ordine globale” con l’adozione della Carta dell’ONU ma fu subito chiaro che i sovietici non avevano affatto intenzione di rispettarne i principi. Churchill era convinto di essere l’unico vincitore della guerra in Europa e sosteneva la necessità di un’alleanza militare e di difesa tra i paesi anglofoni (UK, US, Canada), nominalmente contro la Germania ma più concretamente contro l’URSS. Nel 1947, Churchill fece leva sull’ossessione anti germanica della Francia arrivando alla firma franco-britannica del Trattato di Alleanza e Mutua Assistenza (Trattato di Dunkerque) con una durata di cinquanta anni.

Nel 1948, l’allerta antisovietica era massima – cortina di ferro da Stettino a Trieste; creazione dello Stato di Israele; imponenti manifestazioni sindacali in molti paesi europei; guerra civile in Grecia – e su iniziativa britannica si firmò il Trattato di Bruxelles (Patto di Bruxelles) creando l’Unione Occidentale (Western Union) tra Regno Unito, Francia e i tre staterelli del Benelux, che nel 1954 sarà allargata a Italia e Germania dando luogo nel 1955 alla creazione dell’Unione Europea Occidentale (UEO). Gli Stati Uniti d’America, tradizionalmente isolazionisti e poco interessati e non convinti dalle strutture multilaterali, cercavano soluzioni per la sicurezza europea senza dover esporre i “boys” in territori stranieri. Fedeli al loro tradizionale principio di non intervento nella politica interna dei paesi europei, gli USA non erano affatto aperti all’idea di un’alleanza militare di difesa comune con i paesi europei ma privilegiavano l’approccio economico e istituzionale attraverso il piano Marshall, il “Recovery Europe” e la Organization for European Economic Cooperation (OEEC), antesignana dell’attuale OCSE. Stridente è l’assonanza tra quell’approccio americano e quello attuale della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Tuttavia, allora, fu il famoso “Long Telegram” di Kennan, incaricato d’affari a Mosca, che fece cambiare la prospettiva del presidente Truman che il 12 marzo 1947 espresse al Congresso la sua preoccupazione sia per la divisione del mondo in due campi ostili che per il declino della libertà in Europa. Truman concluse che, date le circostanze, “la politica degli Stati Uniti d’America deve essere quella di sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di sottomissione da parte di minoranze armate o di pressioni esterne”. Una dottrina strategica che ritroviamo ancora oggi applicata in Ucraina e in Israele.  

Il governo americano era obbligato dal Congresso a “non concludere patti fuori dal continente americano in tempi di pace”. Dopo il discorso di Truman, il Congresso adottò la risoluzione n. 239 (Vandenberg Resolution) che autorizzò il governo a “perseguire gli obiettivi di politica estera di progressivo sviluppo di accordi collettivi regionali e di altro tipo per l’autodifesa individuale e collettiva in conformità con gli scopi, i principi e le disposizioni dell’ONU. Carta e Associazione degli Stati Uniti, attraverso il processo costituzionale, con tali accordi regionali e altri accordi collettivi che si basano su un continuo ed efficace auto-aiuto e mutuo aiuto, e che influenzano la sua sicurezza nazionale”. Tuttavia, il Congresso lasciò volutamente molto vaga la definizione di “minaccia alla sicurezza nazionale americana” che era, ed è, la condizione necessaria a qualsiasi applicazione della risoluzione. La definizione di “minaccia alla sicurezza nazionale americana” resta tutt’ora vaga e non specificata, creando non pochi problemi nelle relazioni tra Stati Uniti e alleati europei, ad esempio, come vedremo, per l’attivazione del famoso articolo 5 del Patto Atlantico.

La nascita del Patto Atlantico/NATO seguì un complesso procedimento negoziale in tre fasi tra il marzo 1948 e l’aprile 1949. I così detti Pentagon Talks del marzo 1948 tra US, UK e Canada, contenevano il vero significato e la definizione della portata dell’alleanza. Non a caso, i Pentagon Talks furono secretati in vista delle fasi successive che furono aperte alla Francia e ad altri paesi europei.

I paesi europei invitati alle consultazioni successive ai Pentagon Talk – i più importanti furono la Francia (unico “vincitore” continentale europeo) e il Portogallo (le Azorre, cruciali nel ponte aereo) – fecero emerge due posizioni inconciliabili. Gli europei volevano un’alleanza “figlia della paura e della speranza” sulla falsariga del Trattato di Dunkerque e del Patto di Bruxelles. Tuttavia, gli Stati Uniti respinsero l’approccio europeo sulla base del fatto che sia il trattato di Dunkerque che il patto di Bruxelles proponevano un impegno automatico ad aiutare la parte colpita da un attacco armato. Una clausola di impegno automatico nel Trattato non sarebbe stata accettabile per gli Stati Uniti.

Alla fine, la formulazione del famoso articolo 5 del Patto Atlantico fu depotenziato al punto che gli USA potettero sottoscriverlo. In caso di attacco armato, ciascuna delle parti “assisterà la Parte o le Parti attaccate intraprendendo le azioni che riterrà necessarie”. In quanto tali, i singoli Stati deciderebbero la natura e l’entità dell’assistenza che potrebbero estendere alla vittima. Per rendere accettabile questo compromesso agli europei, su iniziativa del Canada si riformulò l’articolo 3: “Per mezzo di un continuo ed efficace auto-aiuto e mutuo aiuto”, le parti “manterrebbero e svilupperebbero la loro capacità individuale e collettiva di resistere agli attacchi armati”.

Sull’interpretazione di queste parole si svolgono le pompose discussioni delle riunioni di ambasciatori dei paesi membri della NATO a Bruxelles. Nella realtà dell’Alleanza Atlantica, l’articolo 3 è l’unico (debole) appiglio degli europei per cercare di coinvolgere gli Stati Uniti in azioni di difesa collettiva in Europa. Va ricordato che nel negoziato sull’articolo 3, il Canada, inizialmente sostenuto da Benelux e USA, avrebbe voluto che la NATO divenisse una vera organizzazione sopranazionale includendo un forte accento sulla cooperazione economica, sociale e culturale. Per varie ragioni così non fu.

Raggiunto il compromesso nacque la NATO (1949) che è una organizzazione multilaterale di sicurezza collettiva incentrata su tre principi cardine: indivisibilità della sicurezza dei membri; non discriminazione, cioè trattamento similare dei suoi membri; diffusa reciprocità, cioè rassicurazione di lungo termine nell’equilibrio delle relazioni tra i membri. Compito primario della NATO è l’applicazione del metodo di standardizzazione e condivisione di uomini e mezzi militari dei paesi europei aderenti con le forze armate “alleate”, cioè degli Stati Uniti d’America.

Un metodo di successo, che è riuscito ad imporre una discreta “interoperabilità” centrata sull’impero americano (sistemi d’arma e formazione interscambiabili) tra le strutture nazionali europee, cioè le forze armate e le industrie della difesa. In pratica, il metodo NATO ha imposto il consolidamento verticale del settore della difesa, mettendo da parte i qui pro quo nazionali. Ciò è avvenuto dopo la rapida sovrapposizione della NATO alla Unione Europea Occidentale e quindi con l’assorbimento degli asset strategici nel 1949. Sin dall’inizio, era chiaro che la libertà aveva un prezzo che non permetteva alcuna autonomia. Per la precisione, da quel momento è SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe), da sempre comandata da un generale statunitense, ad assumere il controllo e la responsabilità della difesa dell’Europa occidentale. La NATO assicura che la difesa militare e i servizi di intelligence convergano nella difesa del mondo libero, democratico e finanziario-commerciale – “l’Occidente” – da minacce o attacchi di paesi terzi, cioè della sola potenza rivale dell’epoca, l’URSS. Quindi, la NATO è un segretariato operativo, o poco di più, sotto la leadership militare degli Stati Uniti.

Dopo l’auto dissolvimento dell’URSS (1991), la dominanza della NATO fu ribadita dal Regno Unito che nel 1998, opponendosi a qualsiasi capacità autonoma europea di difesa, firmò la Dichiarazione di San-Malò dando luogo alla creazione della Politica Europea di Difesa e Sicurezza (PESD) alla quale, dal 1999, furono conferiti gli ultimi asset della UEO. Non fu un caso che proprio l’ex segretario generale della NATO (1995-1999), lo spagnolo Javier Solana, oltre ad essere capo della UEO fu nominato a capo della nascente struttura europea di difesa e sicurezza dove è rimasto in carica dal 1999 al 2009.

Il resto è la triste storia recente dell’Unione europea – una burocrazia tecnocratica che si pretende soggetto politico internazionale – condita da fantasie francesi di “autonomia strategica” e da quelle velleitarie di “bussole geopolitiche” che, secondo l’ex ministro tedesco della difesa e attuale capo della Commissione, Ursula von der Leyen, avrebbero generato una “Commissione geopolitica”. Chiacchiere al vento di cui non si vede traccia se non per lo spostamento di fondi pubblici europei, a debito o sottratti ad altri capitoli di bilancio, a favore delle industrie degli armamenti per aumentarne la produzione a favore dell’Ucraina impegnata nella guerra contro la Russia. Senza idee, visione o strategia, l’UE è un fondo cassa per il riarmo europeo nel quadro della leadership americana rappresentata dalla NATO. La crisi ucraina ne è la dimostrazione.

Quanto all’effettiva capacità difensiva della NATO da attacchi armati o minacce consistenti, fortunatamente non se ne hanno prove concrete. Da quando fu creata nel ’49 abbiamo visto la NATO sbandierare una capacità di deterrenza (anglicismo che significa dissuasione) che nel corso degli anni vorrebbe addirittura abbracciare il globo, secondo le parole dell’attuale scialbo ma loquace segretario generale, il norvegese Jens Stoltenberg finalmente in scadenza (definitiva?) nel settembre dell’anno in corso. Abbiamo visto la NATO in azione con bombardamenti aerei di debolissime minacce militari – dalla ex Jugoslavia alla Libia – oppure in missioni di pace (Kosovo e Bosnia), ma finora mai alla prova di un attacco militare serio e risoluto. Anche in termini di forze militari disponibili (uomini e mezzi), appare abbastanza chiaro a qualsiasi esperto serio che la componente europea della NATO senza il concreto apporto, supporto e leadership statunitense può fare piuttosto poco. La riprova è stata la crisi in Ucraina – nella realtà una piccola crisi localizzata – che senza l’intervento di sostegno militare e finanziario americano sarebbe capitolata in poco tempo. Per motivi imperscrutabili, la ben più grave crisi geopolitica e geostrategica in Medio Oriente tra Israele e Palestinesi oltre che alcuni altri Stati arabi, non vede azioni dissuasive o difensive della NATO. Surreale è la conferenza stampa di Stoltenberg dello scorso 28 novembre[2]. Finanche la minaccia alla navigazione nel Mar Rosso non interessa la NATO, e si lascia agire una lasca coalizione di volenterosi capitanata dagli USA, con pochi aderenti anche tra i membri della NATO. Altra surreale conferenza stampa congiunta di US, UE e NATO[3].

E’ dunque legittimo chiedersi: a che serve la NATO?

Viene un sospetto. La NATO senza il dispiegamento bilaterale delle forze americane in Europa, e soprattutto dell’ombrello nucleare americano in Europa, serve a molto poco.

Va ricordato che tra il 2017 e il 2020, il presidente americano Trump pensava addirittura di ritirare il suo paese dalla NATO, definito “un ente inutile”. E che il presidente francese Macron ne aveva decretato la “morte cerebrale”. Poi, Trump è stato sconfitto nelle elezioni presidenziali 2020 e la bonanza di fondi al MICMATT, complice la guerra tra Russia e Ucraina, ha cambiato la percezione della Casa Bianca e degli apparati. Intanto, Macron e la Francafrique sono state cacciate a pedate dall’Africa dell’”Empire” causando una revisione sul giudizio in merito alla NATO. Insomma la NATO sta lì, burocraticamente nel suo nuovissimo quartier generale di vetro, triste e sola, aspettando ordini dagli americani e in cerca di nemici non troppo grossi per giustificare la sua esistenza. Ma i paesi europei non sanno far altro che inchinarsi al sovrano repubblicano americano.

Mancano 10 mesi alle prossime elezioni del presidente e del congresso degli Stati Uniti. Chiunque sarà il vincitore, le carte per la NATO non sono le migliori. Gli europei, ancora non risvegliatisi dai decenni del sonno glorioso della Guerra Fredda, farebbero bene a farlo molto in fretta, ed è già molto tardi. Il mondo non è più quello del 1948!

Segue

 

[1] https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/0/912651/index.html?stampa=si&part=ddlpres_ddlpres1-articolato_articolato1-capo_capoii-articolo_articolo3

[2] https://www.nato.int/cps/en/natohq/opinions_220657.htm

[3] https://www.eeas.europa.eu/eeas/red-sea-joint-statement-houthi-attacks_en

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  • Redazione

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