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Report: quali sono i limiti di utilizzo di un canale pubblico?

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Studio Report

Tutto in nome dell’audience e della politica ma non della libera informazione

Delle beghe interne a Report, dei traditori, dei furbetti, dei fedelissimi di Ranucci, di chi frequentava Lavitola per fini opportunistici o di chi ci sarebbe andato per conto di Ranucci stesso, non mi appassiona.
Si è persa di vista la questione principale: il metodo Report, il problema dell’utilizzo di un canale pubblico.

Altro che “rigore”, come ha detto Mottola in un’intervista.

Mi viene da sorridere quando sento il campo largo parlare di giornalismo rigoroso e di attentato alla libertà di stampa.

Perché quando lo stesso Mottola fece un servizio vergognoso contro Nessuno Tocchi Caino, contro la bravissima avvocata di Antigone, contro Anastasìa come garante, usando suggestioni e aizzando la facile indignazione, eravamo in pochi, tra i giornalisti, a decostruire quelle oscenità.

Così come ho decostruito la pista nera del servizio di Mondani.

Rigore?

Basta ascoltare il procuratore De Luca di Caltanissetta, che in Commissione antimafia ha raccontato come funziona davvero il metodo Report.

Quello che De Luca ha denunciato con forza non è solo l’inconsistenza della pista nera. È il metodo. Un metodo che non ha nulla a che vedere con il giornalismo d’inchiesta.

Lo ha dovuto raccontare, semplicemente perché è la pista tirata fuori da Report, ripresa da alcuni ex magistrati, uno dei quali oggi senatore, che ha messo sotto fortissima pressione pubblica la procura nissena.

D’altronde, è un potere forte. E quando rischia di perderlo, la reazione, come quella odierna, è inevitabile.

L’episodio più emblematico riguarda l’intervista di Paolo Mondani al luogotenente Walter Giustini.

Giustini racconta che Lo Cicero gli aveva riferito di aver visto «un paio di volte Stefano Delle Chiaie a Capaci».

Fin qui, la notizia. Poi? Poi nulla.

Mondani si ferma lì. Non chiede quando. Non chiede dove. Non chiede come.

Non applica quello che De Luca ha ricordato essere il parametro base del giornalismo: chi, come, dove, quando.

«Quando io ho sentito quest’intervista, io ho detto, interessante, sentiamo il resto. Fine. Come fine?», ha chiosato De Luca in Commissione.

Perché quella frase può voler dire tutto e niente. Può significare che Lo Cicero lo ha visto passeggiare sul lungomare mentre si prendeva un gelato. Oppure che lo ha visto davanti al tunnel mentre piazzava una cassetta di tritolo.

Quando la procura di Caltanissetta convoca Mondani per chiarire, arriva la sorpresa. Il giornalista si trincera dietro il segreto professionale per l’intero girato.

De Luca lo smonta punto su punto: il segreto serve a proteggere la fonte, non a nascondere quello che è stato detto dopo la messa in onda. E qui salta fuori il dettaglio più sorprendente.

Durante le sommarie informazioni, Mondani avrebbe detto: «Visto che lei è collaborativo, qualcosa le dico».

Racconta De Luca: «Mancava solo un buffetto sulla mia guancia, visto che ero stato collaborativo».

Il giornalista che tratta il magistrato come un indagato da premiare se si comporta bene.

Un ribaltamento dei ruoli, quando il giornalismo smette di essere giornalismo e diventa una via di mezzo tra un questurino e un pubblico ministero, con l’aggiunta di un pubblico ministero alla Scarpinato.

Praticamente una “mostruosità”, giusto per evocare la dialettica di Ranucci.

E c’è molto altro.

Ma basterebbe questo per dire che il problema resterà.

Anche perché è difficile immaginare un nuovo conduttore, per quanto serio, onesto, lontano dalla mitomania, capace di imporre una linea basata sui fatti e non sulle tesi fantasiose.

È anche una questione di audience: si perderebbe quella massa di telespettatori che va pazza per questo genere di intrattenimento.

E ci va pazza pure la politica, sempre pronta a usarlo per attaccare l’avversario di turno in maniera disonesta.

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