Attraverso un sistema di shadow banking network il Paese mediorientale aggira le sanzioni internazionali e finanzia le proprie attività militari e i gruppi alleati nella regione
Maurizio Molinari richiama un’inchiesta di Al Arabiya che merita grande attenzione, perché mostra ciò che, troppo spesso, scompare dal racconto occidentale sull’Iran.
Il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni contro banche, uffici di cambio, intermediari e società di comodo accusati di avere aiutato il regime iraniano a spostare all’estero centinaia di milioni di dollari, aggirando le sanzioni internazionali.
Non parliamo di qualche trasferimento clandestino occasionale, ma di un vero sistema bancario parallelo.
Il meccanismo ricostruito dall’OFAC è preciso: i proventi delle vendite iraniane di petrolio e prodotti petrolchimici vengono incassati attraverso società di facciata registrate soprattutto negli Emirati Arabi Uniti, a Hong Kong, in Cina e a Singapore.
Gli intermediari aprono conti, producono fatture di copertura, fanno transitare il denaro attraverso più soggetti e ne nascondono l’origine iraniana.
Il Tesoro americano descrive persino l’esistenza di un gruppo operativo negli Emirati, chiamato “Safe Group”, incaricato di organizzare trasferimenti, documentazione e pagamenti attraverso conti intestati a società cinesi di comodo.
Una sola delle strutture colpite, la Alps International di Dubai, avrebbe movimentato nel 2026 centinaia di milioni di dollari in diverse valute.
Il denaro così ripulito rientra nella disponibilità del regime, delle sue forze armate e delle organizzazioni che Teheran sostiene nella regione.
Serve ad alimentare programmi missilistici e militari, apparati repressivi e milizie terroristiche.
E mentre l’élite del regime protegge e moltiplica le proprie ricchezze, il popolo iraniano paga il prezzo della corruzione, della cattiva gestione e dell’isolamento economico.
Questo è il punto politico che non dovrebbe essere mai dimenticato:
dietro Hamas, Hezbollah, gli Houthi e le milizie sciite non esiste soltanto un’affinità ideologica.
Esistono petrolio, denaro, società di copertura, conti bancari, intermediari e una macchina finanziaria internazionale costruita per trasformare le ricchezze dell’Iran in potere militare e destabilizzazione regionale.
Per questo colpire i circuiti finanziari iraniani non è un dettaglio tecnico e non è una semplice misura economica.
Significa tentare di interrompere la catena che collega un barile di petrolio venduto clandestinamente a un missile, a un drone, a un’organizzazione terroristica o a un apparato di repressione.
Le nuove sanzioni bloccano negli Stati Uniti i beni riconducibili ai soggetti designati e vietano alle persone e alle imprese americane di effettuare operazioni con loro.
Ma il loro significato più ampio è un avvertimento rivolto alle banche e agli intermediari di tutto il mondo: chi aiuta la Repubblica islamica ad aggirare le sanzioni rischia di essere escluso dal sistema finanziario americano.
Molinari ha ragione a richiamare questa notizia.
Quando si parla dell’Iran bisogna smettere di vedere soltanto uno Stato sottoposto alle sanzioni e cominciare a vedere anche il regime che ha costruito un’enorme rete clandestina per eluderle, arricchire i propri uomini e finanziare la propria guerra contro Israele e contro la stabilità dell’intero Medio Oriente.
Il terrorismo ha bisogno di ideologia. Ma, soprattutto, ha bisogno di denaro. E seguendo il denaro si arriva, ancora una volta, a Teheran.





