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Regicidio e riscossa liberale: luglio – agosto 1900

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Umberto I di Savoia, Re d'Italia
Umberto I di Savoia, Re d'Italia. Da Margherita di Savoia, sua cugina prima, sposata nel 1868, ebbe un unico figlio: il futuro Vittorio Emanuele III (Napoli, 11 novembre 1869 - Alessandria d'Egitto, 28 dicembre 1947)

L’assassinio di Umberto I e l’ascesa al trono di Vittorio Emanuele III

In un Paese spesso inquieto giova ricordare le severe prove che a soli quarant’anni dalla sua fondazione lo Stato d’Italia affrontò con successo, grazie all’armonia tra il Capo dello Stato, il Governo, le Camere e gli elettori: verità spesso deformate dalla manualistica scolastica e dalla “narrazione” giornalistica, corriva a esasperare la contrapposizione tra Istituzioni cittadini.

Per comprendere la complessità della storia d’Italia vanno ricordati l’assassinio di Umberto I (29 luglio 1900) e l’ascesa al trono di Vittorio Emanuele III, “sicuro e impavido”: quanto, sommersi dalla cronaca, i “media” hanno obliato.

Dopo quello perpetrato nel 1879 da Antonio Passannante, nel 1897 Umberto I fu bersaglio del secondo attentato, per mano di Pietro Acciarito. Il 29 luglio 1900 andò a segno il terzo.

Il re fu ucciso a Monza mentre lasciava la palestra ove aveva assistito a una gara ginnica, a pochi passi dalla Villa Reale.

Rimase colpito da tre proiettili sparatigli con una rivoltella da Gaetano Bresci, un anarchico che, appositamente rientrato dagli Stati Uniti d’America, a lungo si era esercitato nei giorni precedenti il delitto. Fu reperito un quarto bossolo.

A Monza Bresci non era solo. Le persone fermate quali supposti complici furono rilasciate. Anziché insistere nel capire se e chi potesse aver ordito il complotto, il regicidio venne classificato quale gesto di un anarchico isolato, lucido e paranoico a un tempo.

Era la tesi più tranquillizzante per arginare la richiesta al Governo di impiegare la forza per rimettere ordine nelle città, salvo poi deprecarne gli “eccessi” e schierarsi con le “vittime della repressione”. “Pietas” a senso alternato.

Il re fu assassinato anche dalla “narrazione”, che “spiegò” il regicidio quale risposta alla condotta reazionaria dei governi Rudinì e Pelloux (1898 – 1900). La tesi dell’assassinio “punitivo” ed espiatorio lascia molto perplessi.

Infatti, il regicidio ebbe luogo quando i “fatti” del maggio 1898, circoscritti a poche zone del Paese, erano superati. Lo stesso valeva per il fantasioso “piccolo colpo di Stato” imputato a Pelloux che, da generale qual era, mirò a disciplinare i tempi di discussione alla Camera per accelerare l’approvazione di leggi fondamentali per il benessere dello Stato.

Con l’ostruzionismo l’opposizione voleva impedire che esse andassero in porto e mostrassero che la monarchia non era incompatibile con il progresso sociale.

Il 3 giugno 1900 la Camera fu rieletta per la quinta volta in dieci anni. Alle urne affluì il 58,28% dei 2.248.509 aventi diritto al voto. Il Mezzogiorno fece registrare la partecipazione più elevata: quasi il 70% contro il 53% del Nord, ove in taluni collegi dominati dal clero l’affluenza fu bassissima: appena il 17% a Breno, in provincia di Brescia, e l’11% a Zogno, nel Bergamasco, a fronte dell’87% e più di Maglie, in provincia di Lecce, e il 92,68% di Bitonto in provincia di Bari.

Il Governo ottenne la maggioranza con ampio margine: almeno 296 seggi su 508. Dopo tante dispute perse una trentina di deputati. L’opposizione costituzionale, fluida come sempre, crebbe di poco.

L’Estrema sinistra si fermò a 96 seggi, contro gli 82 di tre anni prima: 34 radicali, 33 socialisti e 29 repubblicani. Questi ultimi rappresentavano poco più del 5%.

Alla convalida, “giuravano e protestavano”, ma comunque partecipavano. Non cospiravano con metodi illegali, non sobillavano la piazza, non invocavano affatto il regicidio. Il generale Pelloux non incappò dunque in una catastrofe elettorale, né trascinò la Corona nella sconfitta o nella “vendetta”.

La maggioranza ministeriale aveva tenuto. Poiché, però, tranne all’Estrema non esistevano partiti organizzati e i “costituzionali”, ministeriali o d’opposizione, erano una massa succuba di interessi clientelari (la costruzione di un tronco ferroviario, di un edificio scolastico, l’insediamento di un reparto militare in una città del collegio elettorale…), la stagione di Pelloux fu considerata chiusa.

I suoi giorni erano contati da quando il 1° luglio 1899 per iniziativa di Coppino, Zanardelli, Giolitti, presente il Gran Maestro del Grande Oriente, Ernesto Nathan, una cinquantina di deputati liberaldemocratici si erano dati convegno nella casa romana di Domenico Sciacca della Scala, eletto dal collegio di Patti, e avevano deciso di voltar pagina. Però attesero.

Il sagace Urbano Rattazzi jr ad aprile aveva sconsigliato a Giolitti di «assumere ora un atteggiamento di opposizione, che i [suoi] avversari e la massa di pecore o di imbroglioni che disgraziatamente formano la maggioranza del nostro povero paese, dipingerebbero non nel senso vero e onesto di voce di sincero liberale ma nel senso maligno e basso di smania di cambiamento di ministero».

Rattazzi aggiunse: «È necessario che tu sia “Fabius cunctator”, appunto per impedire danni maggiori ai principii di libertà e alle istituzioni.»

Quando poi, il 29 ottobre, Giolitti pronunziò in Busca, caposaldo, con Dronero, del suo collegio elettorale il «discorso forse il più elevato, il più completo e il più fine […] dal 1876 ad oggi» (come scrisse Rattazzi che gliene aveva suggeriti i passi fondamentali), lo statista subalpino risultò candidato alla successione, anche perché espresse il più alto elogio della monarchia.

Il “cambio” avvenne per gradi. Sarebbe stato politicamente inopportuno consegnare subito la palma del vincitore all’opposizione costituzionale che rappresentava appena poco più di un terzo dell’intero ventaglio dei monarchici dichiarati.

Perciò, accettate le dimissioni del generale, il 24 giugno 1900 re Umberto affidò all’ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato, l’incarico di formare il governo.

Saracco (1821 – 1907) era stato tutto. Sindaco della nativa Bistagno e poi di Acqui, consigliere provinciale, deputato, presidente della provincia di Alessandria in successione a Urbano Rattazzi senior e ministro più volte, anche a fianco di Francesco Crispi.

Originariamente schierato con la sinistra moderata si era poi accostato alle “cose concrete”: opere pubbliche, organizzazione del sistema finanziario e bancario, sistema scolastico. Due volte vedovo, perduta anche la figlia, viveva con un domestico in un casone freddo e umido di Bistagno, con un minuscolo giardino interno.

Raggiungeva in biroccio la stazione ferroviaria. Veniva issato su una sedia impagliata, sistemata in un carro merci, e di coincidenza in coincidenza proseguiva per Roma. Viveva di nulla. Scriveva progetti di legge, migliaia di pagine di relazioni parlamentari. Manca tuttora di una biografia.

Il Governo non nacque come ministero di transizione. Fu pensato per durare. Contro ogni previsione, Saracco conservò la presidenza del Senato, anche se durante le sedute si fece sostituire dal suo vice, Stanislao Cannizzaro (1826 – 1910), chimico di fama mondiale.

Quali furono i programmi governativi dei cosiddetti anni “più bui” di fine Ottocento?

Tra i disegni di legge del governo Pelloux spiccano l’istituzione della Cassa nazionale per gli infortuni sul lavoro, la responsabilità degli imprenditori per gli infortuni dei dipendenti, la legge 17 luglio 1898, n. 350 istitutiva della Cassa nazionale di previdenza per malattie e vecchiaia e, di primaria importanza, la disciplina e la tutela del lavoro minorile e femminile. Pelloux affrontò anche la tutela degli emigranti.

Il 14 novembre 1899, aprendo la terza sessione della legislatura, re Umberto annunciò che l’Italia aveva aderito alla conferenza internazionale per la pace proposta allo zar.

Ricordò che i governi rappresentativi «ammettono partiti e tendenze diverse che possono trovarsi in lotta tra loro; ma uno solo dev’essere lo scopo di tutti, quello supremo del bene della Patria».

La convocazione in Roma di una conferenza per la prevenzione contro gli attentati anarchici venne osteggiata da papa Leone XIII che non ne rivendicava la sovranità.

L’eredità del Re Buono

Nel 1900 l’economia era in ripresa. Il lavoro anche. L’Italia partecipò alla pari alla spedizione delle “sette potenze” contro la Cina per liberare le legazioni assediate dai boxer e ottenne la concessione di Tien-Tsin.

Il 16 giugno 1900, inaugurando la XXI legislatura, Umberto I ne anticipò il programma: «Curare ogni miglioramento possibile delle condizioni delle classi lavoratrici; dare la necessaria tutela ai nostri prodotti industriali ed agricoli; proteggere efficacemente i nostri emigranti; attenuare nella misura consentita dal bilancio le asprezze del sistema tributario; adattare meglio ai bisogni della vita moderna l’educazione e l’istruzione della gioventù; tenere alto il prestigio della giustizia e dei giudici; assicurare al paese un’amministrazione retta e previdente.»

«Dissi un giorno, quando, fra l’universale compianto, annunziavo la morte del Gran Re mio Padre, che avrei provato agli italiani che le istituzioni non muoiono!», dichiarò poi Vittorio Emanuele III.

In effetti, a morire, sotto i colpi sparati da Bresci, fu Umberto I, ma la monarchia risultò più salda di prima, come capì e disse a caldo anche il socialista Filippo Turati, che rifiutò di difendere il regicida per evitare malintesi: il socialismo praticava la lotta di classe, non la guerra civile, né, meno ancora, il regicidio.

Puntava al progresso nazionale e alla pace tra i popoli, da raggiungersi non con le revolverate o le pugnalate a imperatrici incanutite, re costituzionali e ministri progressisti, bensì con l’educazione delle masse alla coscienza dei loro diritti e all’esercizio dei loro doveri.

Saracco presentò alle Camere un programma di ampio respiro, con attenzione speciale per progresso economico, tutela delle acque pubbliche, sostegno del rimboschimento. Obiettivo prioritario fu «restituire gli ordinamenti parlamentari alla loro normale funzione».

Allo scopo venne nominata una commissione comprendente Biancheri, Chinaglia, Coppino, Ferri, Fortis, Gianolio, Giolitti, Pantano, Rudinì, Sacchi, Zanardelli. Fu presieduta da Tommaso Villa, altro notabile della Terza Italia.

Il suo articolo 41 previde l’esclusione dalla seduta, la censura e persino l’interdizione da due a otto giorni per quanti ne turbassero l’ordine o pronunziassero parole sconvenienti, come era accaduto durante l’ostruzionismo.

I rappresentanti della nazione dovevano dare il buon esempio. A Montecitorio non si verificarono mai episodi analoghi a quanto accadde a Vienna, ove un deputato uccise a revolverate un rivale in piena Camera.

Da anni, però, si registravano chiassate, alterchi, sino all’eccesso del socialista Enrico Ferri che, spaccato con un pugno il vetro d’uno degli ingressi, s’affacciò gridando: «Continua, nevvero!, la camorra parlamentare…» Anche per Turati lo Statuto era «una muraglia che impedi[va] l’indietreggiare, non l’avanzare».

Saracco osservò: «Da quarant’anni abbiamo regolato la nostra condotta in base ad un sistema piuttosto fiscale che economico.»

A Umberto I, al fantomatico “partito di Corte”, mera invenzione di certa “storiografia”, e ai governi di fine secolo furono addebitati propositi liberticidi, che non trovano riscontro nella realtà.

Tra i disegni di legge messi a punto nel cinquantenario dello Statuto albertino, a testimoniare i progressi compiuti dal paese in tutti i campi e segnatamente nell’istruzione e nella sanità, spicca la creazione dell’Ordine cavalleresco “Al Merito del Lavoro”, istituito il 1° marzo 1898 per premiare il “Merito agricolo, industriale e commerciale”.

L’Italia era dunque una monarchia “fondata sul lavoro”?

Oltre agli Ordini propriamente “dinastici”, vi erano quelli della Corona d’Italia: militari e civili. Comprovavano il valore e “nobilitavano”. Dalla promulgazione dello Statuto, il reddito, che è frutto di lavoro, fu la 21a categoria per la nomina a senatore del Regno. Ve ne erano però altre venti.

E ciascuna di esse presupponeva impegno e dedizione: da arcivescovi e vescovi a ministri e deputati, alti funzionari, magistrati, militari, membri di accademie scientifiche…, sino alle “illustrazioni della Patria”.

Ne beneficiarono personalità che lavorarono sodo, ma la cui operosità aveva requisiti e sbocchi del tutto peculiari.

Tra i prescelti figurarono i pedagogisti Ferrante Aporti e Raffaele Lambruschini, lo storico e arabista Michele Amari, l’archeologo Giuseppe Fiorelli, Antonio Panizzi, direttore del British Museum di Londra, gli scrittori Luigi Settembrini, Giovanni Verga, Enrico Corradini, l’inventore Guglielmo Marconi, gli scultori Leonardo Bistolfi e Giulio Monteverde, i patrioti Luigi Pastro e Giuseppe Cesare Abba: tutte personalità che non avrebbero avuto altro titolo per essere insigniti del laticlavio ma avevano concorso al progresso civile dell’Italia e alla sua affermazione nell’opinione internazionale.

Il nuovo Ordine cavalleresco proclamò in forma solenne la gratitudine dello Stato nei confronti della miriade di italiani che, non sempre adeguatamente aiutati dalla pubblica amministrazione, facevano il bene della nazione nell’agricoltura, nell’industria e nel commercio.

L’anno prima nell’antica capitale sabauda venne fondata la società Fabbrica Italiana Automobili Torino: a Palazzo Bricherasio, non lungi da Palazzo Carignano. I tempi erano maturi per riconoscere in modo esplicito che accanto all’Italia delle proteste, talora motivate, e delle sommosse, sempre manovrate per secondi fini, vi era anche quella che “tirava la carretta”.

Se poi ne cavava anche benessere personale, tanto meglio per tutti. All’epoca i benestanti erano solitamente filantropi. L’Italia era alla svolta da paese agricolo a manifatturiero e, con molti ritardi, industriale.

Lo si percepiva anche dalla sostituzione dei lampioni a gas con l’illuminazione elettrica persino in città di seconda fila, nel rapido incremento delle centrali idroelettriche e nella destinazione dell’energia a produzioni prima impensate, quali le cartiere specializzate nella produzione per i giornali.

Il caso di Luigi Burgo, ingegnere versatile e di confessione evangelica, non è che uno tra gli esempi possibili.

Il regicidio mirò quindi a riaprire la guerra perduta con il fallimento del “movimentismo”. Ebbe per obiettivo il diroccamento della monarchia. Colpì non quando imperversava la reazione, ma mentre il nuovo governo otteneva il sostegno di chi già guardava oltre Saracco.

Era il caso del senatore Tommaso Senise, che il 1° luglio consigliò a Giolitti di sostenere l’ottuagenario presidente sino a quando questi non si fosse ritirato di sua scelta, costretto dall’età e dalla mole dei problemi incombenti rispetto alle forze della compagine ministeriale.

Bresci accollò su di sé il regicidio, quale “gesto” degli anarchici. Le indagini e il processo non accertarono altro. Il caso venne chiuso. Un uomo, un uomo solo…

Altre piste, seguite con molta discrezione anche da Giolitti lambirono la “Signora”, cioè Maria Sofia di Wittelsbach, vendicativa vedova di Francesco II di Borbone delle Due Sicilie. Altre costeggiarono frange massoniche repubblicane.

Indagare più a fondo significava riaprire la discussione sui retroscena del maggio 1898: moto spontaneo sulla spinta della penuria di cibo e dei rincari o complotto orchestrato da chi aveva motivo d’indebolire il Regno e, con esso, la Triplice italo-austro-germanica?).

“Impavido e sicuro” Vittorio Emanuele III si consacra alla Patria

Per due giorni Saracco resse tutti i poteri. Vittorio Emanuele, principe di Napoli, era in crociera nell’Egeo con la consorte Elena di Montenegro.

Sposati da quattro anni non avevano figli, non accennavano ad averne e si malignava non ne fossero capaci: una considerazione non estranea ai piani di chi poté ritenere che, eliminato Umberto I, la monarchia avrebbe avuto i giorni contati per la scarsa marzialità del principe ereditario e la sua poca notorietà che, nell’ottica repubblicana, è presupposto per l’ascesa al vertice del potere: ragionamento estraneo, invece, alla Chiesa, i cui sommi pontefici non di rado erano stati eletti e continuarono a esserlo senza essere preceduti da speciale fama.

Presa terra a Reggio Calabria, risalita l’Italia in treno e giunto a Monza, Vittorio Emanuele III mostrò subito la tempra acquisita alla scuola del suo governatore, il colonnello Egidio Osio che, egli stesso disse un giorno, aveva fatto “un uomo” di chi era destinato a essere re.

Il sovrano aveva chiaro che il Regno si fondava su tre pilastri: la sua intrinseca sacralità, suggellata dal patto tra dinastia e “volontà della nazione”, la politica estera e la forza militare indispensabile per svilupparla. Quella era la cornice. Toccava ai governi popolare il quadro di soggetti e colorirli.

E al re spettava tenere insieme gli italiani. Umberto non ebbe tempo a dirglielo, ma se appena avesse avuto un filo di voce, gli avrebbe passato il testimone ricevuto dal padre.

La Corona era più che mai un “brut fardèl”. Soffocava la vita privata, irrigidiva quella pubblica nella mera rappresentazione della sovranità, ma poi imponeva d’intervenire quando il governo risultava impari al compito.

Sino al regicidio, il principe di Napoli aveva continuato a considerare molto remota l’ascesa al trono. Ancorché precocemente incanutito, suo padre contava appena cinquantasei anni. Conservava appetiti eccellenti e conduceva vita sportiva che lo rinvigoriva.

Vittorio Emanuele III dispose di persona le esequie del padre. La Corona Ferrea seguì il feretro, come già era avvenuto per re Vittorio nel 1878. Fu tumulato al Pantheon, con il titolo: “Re d’Italia”.

Nessuno sottopose in lettura preventiva a Leone XIII i cartigli celebrativi. Dal canto suo il papa fece sapere, con tatto e fermezza, che la “preghiera” scritta dalla regina Margherita non entrava nella liturgia.

Altro però premeva al nuovo sovrano. L’11 agosto, a capo scoperto, circondato dai principi della Casa, compreso il coetaneo cugino Emanuele Filiberto, duca d’Aosta (1869 – 1931), giurò fedeltà allo Statuto dinnanzi al governo, schierato alle spalle del presidente Saracco, e ai due rami del Parlamento. Chi si attendeva l’annuncio di misure repressive rimase deluso.

«Il mio primo pensiero – egli disse tra altro – è pel mio popolo, ed è pensiero di amore e di gratitudine […] Quando un popolo ha scritto nel libro della storia una pagina come quella del nostro Risorgimento, ha diritto di tenere alta la fronte e di mirare alle più grandi idealità. Ed è a fronte alta che mi consacro al mio Paese […] A noi bisogna la pace interna e la concordia di tutti gli uomini di buon volere per isvolgere le nostre forze intellettuali e le nostre energie economiche. Educhiamo le nostre generazioni al culto della Patria, all’onestà operosa, al sentimento dell’onore, a cui si ispirano con tanto slancio il nostro Esercito e la nostra Armata, che vengono dal popolo e sono pegno di fratellanza che congiunge nell’unità e nell’amore della Patria tutta intera la Famiglia italiana. […] Impavido e sicuro ascendo al trono colla coscienza dei miei diritti e doveri di Re. L’Italia abbia fede in me come io ho fede nei destini della Patria e forza umana non varrà a distruggere ciò che i nostri padri hanno con tanta abnegazione edificato. È necessario vigilare e spiegare tutte le forze vive, per conservare intatte le grandi conquiste della Unità e della Libertà, e non mi mancherà la forte iniziativa e la energia dell’azione…»

Vittorio Emanuele III prese subito a sviluppare il suo programma di regno, altra cosa dal mero “governo”.

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