
La ridda di notizie che in queste ore si sono accavallate hanno messo in evidenza una sola cosa: comunque vadano a finire le cose, la carriera politica di Biden si può dire conclusa oggi nel peggiore dei modi e la sua riconferma alla Casa Bianca decreterebbe la totale perdita di credibilità degli Stati Uniti in campo internazionale, una perdita di credibilità che il ritorno di Trump non potrebbe che rendere ancora più gravosa sia per gli Stati Uniti che per quanti, tra i leaders occidentali, si sono a vario titolo resi disponibili a seguire l’establishment statunitense in questa avventura.
Due le notizie di agenzia di maggior rilievo, diffuse rispettivamente alle 17:49 e alle 17:59 del 9 Maggio 2024, che testualmente recitano:
- “Gli Stati Uniti propongono a Israele “metodi alternativi per sconfiggere Hamas” e le conversazioni “sono in corso”. Lo ha riferito il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale, John Kirby, ribadendo la contrarietà di Washington a un’operazione militare su larga scala contro Rafah”
- “L’amministrazione Biden “condivide l’obiettivo di una durevole sconfitta di Hamas ma entrare ad Hamas non lo garantisce”. Lo ha detto il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale John Kirby”
per quanto condivisibili possano apparire sono così di orientamento diametralmente opposto a quanto sin qui operativamente fatto proprio dall’amministrazione Biden da risultare palesemente il frutto di calcoli politici che traggono la loro ragion d’essere da esigenze che nulla hanno a che spartire con quelli degli Stati Uniti, di Israele, dei Palestinesi di Gaza, con gli ostaggi in mano alle milizie di Hamas (ammesso e non concesso a questo punto che siano ancora per lo più ancora vivi) e men che mai con la Pace in Medioriente dove, allo stato attuale, un soluzione diplomatica che porti alla nascita di due Stati risulta palesemente inattuabile per molteplici ragioni, a cominciare dalla presa in considerazione del fatto che la Striscia di Gaza risulta essere pressoché del tutto rasa letteralmente al suolo grazie –ed è qui che le affermazioni di Biden e di John Kirby appaiono alquanto risibili– alle massicce forniture di armi e munizioni di fabbricazione statunitense.
In questo senso, detto per inciso, il Presidente Zelensky farebbe bene a prendere atto della situazione che in alcun modo gli consente di ipotizzare per lui ed il suo Paese un diverso esito di un conflitto che ha già perso politicamente prima ancora che militarmente in quanto, e questo a mio avviso è il dato più preoccupante, il ritiro del più volte dichiarato sostegno incondizionato a Israele per effetto delle proteste popolari palesemente mediaticamente eteroguidate al punto di aver azzerato qualsivoglia logica presa in debita considerazione tanto dei fatti accaduti il 7 Ottobre 2023, quanto di cosa realmente siano le milizie armate palestinesi e di quale danno abbiano arrecato sia Hamas che l’Autoritá Palestinese ai Paesi che si sono disposti ad accoglierle (Giordania e Libano ne sono un evidente esempio), nonché alla stessa popolazione Palestinese che da decenni –esattamente come ora– è tenuta in ostaggio da personaggi che hanno fatto della propria presunta lotta in difesa del loro buon diritto ad esistere, così come di vedere la nascita di uno Stato Palestinese sovrano e riconosciuto a livello internazionale, la fonte principale della propria agiatezza.
Tanto per non parlare dell’aver gli Stati Uniti mostrato la propria profonda debolezza –e per la verità non solo propria– dimostrandosi facilmente attaccabili dall’interno anche solo facendo leva sull’emotività delle persone stimolandone l’impegno mediante una efficace narrativa proposta e riproposta per mezzo di quegli strumenti di comunicazione che, qualora adottati ed adeguatamente professionalmente gestiti, ci permettono di parlare, come in questo caso, di una vera e propria Guerra Cognitiva.
Della cosiddetta Guerra Cognitiva non parla praticamente nessuno anche perché si tratta di una tematica relativamente recente che, stando a quanto riportato in un articolo pubblicato da Le Monde il 7 Giugno 1999 con il titolo “Les doux penseurs de la cyberguerre”, un chiaro riferimento a John Arquilla e David Ronfeldt, i due padri fondatori di questa nuova strategia militare, tutto avrebbe preso le mosse nel 1992 nel corso di una loro conversazione avvenuta nell’ufficio di David Ronfeldt alla Rand Corporation, un istituto di ricerca specializzato in questioni militari rimasto inattivo dopo la Guerra Fredda, ma all’epoca strettamente legato al Pentagono, alla CIA e all’establishment militare in generale.
Detto per inciso, dei due, ai più ignoti, personaggi or ora menzionati vale citare una frase emblematica la cui valenza appare quanto mai prima d’ora sottolineata e comprovata dai fatti: “Non sarà più chi ha la bomba più grande a prevalere nei conflitti di domani, ma chi racconta la storia migliore…“.
Storicamente il la alla conversazione di cui sopra lo avrebbe dato, aneddoticamente parlando, John Arquilla con un semplice quesito posto a Ronfeld circa le sue conoscenza sulla guerra informatica. In precedenza David Ronfeldt si era occupato dell’evoluzione delle società sotto l’influenza delle tecnologie dell’informazione, mentre John Arquilla, ex marine, rifletteva sui problemi della guerra dopo la caduta del Muro di Berlino, entrambi forti di un dottorato in scienze politiche conseguito all’Università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley.
Di lì a sette anni l’idea chiave della loro visione strategica basata sul soft power –forte del suo mix di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in contrapposizione all’hard power, la Realpolitik, che privilegia la forza bruta, in altre parole una filosofia che privilegia la mente piuttosto che la materia, la conoscenza piuttosto che i computer e l’informazione piuttosto che le bombe– aveva fatto sì che i due producessero i libri, gli articoli e i rapporti che pretendevano di porre le basi per la “rivoluzione negli affari militari”, attirando l’attenzione del Pentagono, che da quel momento ha iniziato alacremente a lavorare alla guerra del futuro: una guerra vista come un qualcosa che si veniva a trovare basata su di un pensiero sofisticato che comprende questioni tecnologiche, militari, sociali, etiche e filosofiche in quanto la nuova guerra, la guerra cognitiva, utilizza strategie psicologiche e informatiche volte a influenzare le percezioni, le credenze e i comportamenti delle persone così da influenzare anche i Governi.
Solitamente si ritiene, direi alquanto semplicisticamente, che uno degli aspetti chiave della Guerra Cognitiva sia la mera manipolazione dell’informazione per creare narrazioni che favoriscano gli interessi dell’attaccante, la diffusione di notizie false o distorte attraverso i social media o altri canali di comunicazione, e lo sfruttamento delle vulnerabilità cognitive umane, come la conferma delle proprie convinzioni pregresse (bias di conferma, dove con questa espressione in psicologia si fa riferimento a quel bias cognitivo umano per il quale le persone tendono a muoversi entro un ambito delimitato dalle loro convinzioni acquisite, tentando di ricondurre a tale ambito qualsiasi situazione si trovino a sperimentare)
Solitamente questa strategia presuppone l’uso di mezzi di comunicazione di massa, discorsi pubblici, articoli di opinione, e altri strumenti che cercano di plasmare la percezione pubblica su determinate tematiche mediante i quali gli attaccanti cercano di influenzare le opinioni e le emozioni delle persone per promuovere un’agenda specifica utilizzando gli opportuni canali per mezzo dei quali le informazioni vengono acquisite dai singoli.
Per una maggiore efficacia, per non parlare di una reale concreta efficacia, occorre però avere a disposizione non tanto i canali di diffusione più idonei allo scopo, ma anche le informazioni necessarie sulle caratteristiche dei gruppi di soggetti cui indirizzare i messaggi più idonei a sfruttare il naturale condiviso bias di conferma: un qualcosa che abbiamo visto può essere fatto solo da chi è nella condizione di acquisire i dati necessari ed effettuare le analisi degli stessi per tradurli in strumenti operativamente efficaci: sicché a questo punto sorge spontanea la domanda relativa a chi abbia reso possibile tutto questo visto che trattasi di cose che presuppongono conoscenze e mezzi non certamente alla portata di Hamas, ossia di quella struttura operativa che in tutto quanto accaduto ha assunto il solo ruolo ad essa possibile: quello della bassa manovalanza e fa riguardare l’attacco del 7 Ottobre 2023 come la molla che ha fatto scattare la trappola in cui, a quanto pare, sono caduti Netanyahu, il suo Governo, gli Stati Uniti nonché gli alleati di questi ultimi.
Nello specifico la Guerra Cognitiva ha vasti ambiti di utilizzo ed dei casi in cui ha mostrato più che ampiamente i propri effetti li abbiamo registrati nella cosiddetta Primavera Araba, nel caso della Brexit (che ha visto il fattivo coinvolgimento di Cambridge Analytica) e nel caso delle rivolte dei Gilet Gialli che non poco imbarazzo hanno creato alla Francia allorché la stessa si è fatta promotrice di un eccessivo europeismo poco gradito al di fuori dei confini del Vecchio Continente.
Se la cosiddetta disinformazione, ovverosia la deliberata diffusione di notizie false o alterate al fine di confondere, destabilizzare o influenzare l’opinione pubblica occupa un posto di rilievo nel panorama attuale, non di minore importanza risultano essere le operazioni psicologiche in quanto queste mirano a influenzare le percezioni, le emozioni e i comportamenti delle persone attraverso una serie di strategie psicologiche come la diffusione di messaggi persuasivi, la manipolazione delle emozioni, la creazione di divisioni all’interno di gruppi o comunità e la costruzione di un senso di identità collettiva o di appartenenza che adeguatamente sfruttate possono essere un valido strumento di promozione delle cosiddette Proxy Wars.
Le tecnologie digitali hanno amplificato notevolmente l’efficacia della guerra cognitiva per due ragioni principali delle quali:
- l’una fa riferimento all’uso di algoritmi e piattaforme di social media per mezzo dei quali gli attaccanti possono prendere di mira con estrema precisione perfino i singoli individui con messaggi progettati per influenzare le loro opinioni nonché i loro comportamenti
- e l’altra fa riferimento alla velocità e quindi alla portata della diffusione dell’informazione online che rendono più facile per gli attaccanti diffondere rapidamente la propaganda e la disinformazione su scala globale.
Tra le altre tecniche utilizzate nella guerra cognitiva occupano un posto di sicuro interesse quelle che includono la manipolazione delle percezioni visive attraverso l’uso di immagini e video manipolati digitalmente, l’uso di influenzatori e troll per diffondere messaggi specifici, e l’attuazione di operazioni di infiltrazione per influenzare organizzazioni, gruppi o istituzioni dall’interno, per non parlare degli effetti della proposizione acritica di immagini che creano disagio in chi le guarda e stimola la stigmatizzazione di coloro che quelle situazioni hanno generato.
A questo punto credo sia doveroso invitare a prestare attenzione e a non sottovalutare quello che stiamo vedendo anche in questi giorni nelle nostre piazze: il più grosso errore che si possa commettere è pensare che tutto avvenga spontaneamente. .
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RAFAH: BIDEN’S POLITICAL DUKERQUE AND COGNITIVE WARFARE
The jumble of news reports that have overlapped in recent hours have highlighted only one thing: however things turn out, Biden’s political career can be said to have ended today in the worst possible way, and his reappointment to the White House would decree the total loss of credibility of the United States in the international arena, a loss of credibility that Trump’s return could only make even more burdensome both for the United States and for those among Western leaders who have in various capacities been willing to follow the U.S. establishment in this adventure.
Two major agency reports, released at 5:49 p.m. and 5:59 p.m. on May 9, 2024, respectively, read verbatim:
- “The U.S. is proposing to Israel “alternative methods to defeat Hamas” and conversations “are ongoing.” This was reported by National Security Council spokesman John Kirby, reiterating Washington’s opposition to a large-scale military operation against Rafah.”
- “The Biden administration “shares the goal of a lasting defeat of Hamas but going into Hamas does not guarantee it.” This was said by National Security Council spokesman John Kirby,”
however agreeable they may appear to be they are so diametrically opposed in orientation to what the Biden administration has so far operationally endorsed that they are blatantly the result of political calculations that derive their raison d’être from needs that have nothing to do with those of the United States, Israel, or the Palestinians of Gaza, with the hostages in the hands of Hamas militias (assuming and not conceding at this point that they are still mostly alive) and least of all with Peace in the Middle East where, at present, a diplomatic solution leading to the establishment of two states is demonstrably unworkable for multiple reasons, beginning with taking into account the fact that the Gaza Strip turns out to be almost completely literally razed to the ground thanks-and this is where Biden’s and John Kirby’s claims appear somewhat laughable-to massive supplies of U.S.-made arms and ammunition.
In this sense, incidentally said, President Zelensky would do well to take note of the situation that in no way allows him to assume for himself and his country a different outcome of a conflict that he has already lost politically even before than militarily since, and this in my opinion is the most worrying fact, the withdrawal of the repeatedly declared unconditional support for Israel as a result of the popular protests that are blatantly media heteroguided to the point of having zeroed any logic taken into due consideration as much of the events that occurred on Oct. 7, 2023 as much as of what the Palestinian armed militias really are and what damage both Hamas and the Palestinian Authority have done to the countries that have been willing to accept them (Jordan and Lebanon are obvious examples), as well as to the Palestinian population itself, which for decades-exactly as now-has been held hostage by characters who have made their supposed struggle in defense of their good right to exist, as well as to see the birth of a sovereign and internationally recognized Palestinian state, the main source of their own affluence.
Not to mention the fact that the United States has shown its own profound weakness -and to tell the truth, not only its own- by proving itself easily attacked from within even if only by appealing to people’s emotionality by stimulating their commitment through an effective narrative proposed and reproposed by means of those communication tools that, when adopted and properly professionally managed, allow us to speak, as in this case, of a real Cognitive War.
Of the so-called Cognitive War practically no one is talking partly because it is a relatively recent issue that, according to an article published by Le Monde on June 7, 1999 under the title “Les doux penseurs de la cyberguerre,” a clear reference to John Arquilla and David Ronfeldt, the two founding fathers of this new military strategy, it would all come to a head in 1992 during a conversation between them that took place in David Ronfeldt’s office at the Rand Corporation, a research institute specializing in military matters that remained dormant after the Cold War but at the time was closely linked to the Pentagon, the CIA and the military establishment in general.
Incidentally, of the two, to most unknown, characters just now mentioned, it is worth quoting an emblematic phrase whose value appears as never before underlined and proven by facts: “It will no longer be who has the biggest bomb that will prevail in tomorrow’s conflicts, but who tells the best story….“
Historically, the kickoff to the above conversation would have been given, anecdotally speaking, by John Arquilla with a simple question posed to Ronfeld about his knowledge of information warfare. Previously, David Ronfeldt had been concerned with the evolution of societies under the influence of information technology, while John Arquilla, a former Marine, reflected on the problems of warfare after the fall of the Berlin Wall, both strong with doctorates in political science from Stanford University in the heart of Silicon Valley.
Thereafter, seven years later, the key idea of their strategic vision based on soft power-strong with its mix of information and communication technologies, as opposed to hard power, Realpolitik, which favors brute force, in other words, a philosophy that favors mind over matter, knowledge rather than computers and information rather than bombs-had caused the two of them to produce the books, articles and reports that purported to lay the groundwork for the “revolution in military affairs,” attracting the attention of the Pentagon, which from that moment on began briskly working on the war of the future: a war seen as something that came to be based on sophisticated thinking that encompasses technological, military, social, ethical and philosophical issues in that the new war, cognitive warfare, uses psychological and cyber strategies designed to influence people’s perceptions, beliefs and behaviors so as to influence even Governments.
It is usually believed, I would say rather simplistically, that one of the key aspects of Cognitive Warfare is the mere manipulation of information to create narratives that favor the attacker’s interests, the dissemination of false or distorted news through social media or other communication channels, and the exploitation of human cognitive vulnerabilities, as the confirmation of one’s prior beliefs (confirmation bias, where this expression in psychology refers to that human cognitive bias whereby people tend to move within a bounded realm of their acquired beliefs, attempting to relate any situation they experience back to that realm).
Usually this strategy presupposes the use of mass media, public speeches, opinion articles, and other tools that seek to shape public perceptions on certain issues through which attackers try to influence people’s opinions and emotions to promote a specific agenda using the appropriate channels by which information is acquired by individuals.
However, for greater effectiveness, let alone real effectiveness, it is necessary to have at one’s disposal not so much the most suitable channels of dissemination for the purpose, but also the necessary information on the characteristics of the groups of subjects to whom to address the most suitable messages to exploit the natural shared confirmation bias-something we have seen can only be done by those who are in a position to acquire the necessary data and carry out the analyses of the same to translate them into operationally effective tools: so that at this point the question arises as to who made all this possible given that these are things that presuppose knowledge and means that are certainly not within the reach of Hamas, that is, of that operational structure that in all that has happened has assumed the only role possible to it: that of low-level manpower and makes one regard the attack of October 7, 2023 as the spring that triggered the trap into which, apparently, Netanyahu, his government, the United States as well as the latter’s allies have fallen.
Specifically, Cognitive Warfare has vast areas of use and of the cases in which it has shown its effects more than amply we have recorded them in the so-called Arab Spring, in the case of the Brexit (which saw the active involvement of Cambridge Analytica) and in the case of the Yellow Vest riots that created no small embarrassment for France when it championed excessive Europeanism that was unwelcome outside the borders of the Old Continent.
If so-called disinformation, i.e., the deliberate dissemination of false or altered news in order to confuse, destabilize or influence public opinion, occupies a prominent place in the current landscape, psychological operations turn out to be of no less importance as these aim to influence perceptions people’s emotions and behaviors through a variety of psychological strategies such as spreading persuasive messages, manipulating emotions, creating divisions within groups or communities, and building a sense of collective identity or belonging that properly exploited can be a valuable tool for promoting the so-called Proxy Wars.
Digital technologies have greatly amplified the effectiveness of cognitive warfare for two main reasons of which:
- “The U.S. is proposing to Israel “alternative methods to defeat Hamas” and conversations “are ongoing.” This was reported by National Security Council spokesman John Kirby, reiterating Washington’s opposition to a large-scale military operation against Rafah.”
- “The Biden administration “shares the goal of a lasting defeat of Hamas but going into Hamas does not guarantee it.” This was said by National Security Council spokesman John Kirby,”
Among the other techniques used in cognitive warfare occupy a place of definite interest are those that include the manipulation of visual perceptions through the use of digitally manipulated images and videos, the use of influencers and trolls to spread specific messages, and the implementation of infiltration operations to influence organizations, groups or institutions from within, not to mention the effects of the uncritical proposition of images that create discomfort in those who view them and stimulate the stigmatization of those who those situations have generated.
At this point, I think it is incumbent on us to call for caution and not to underestimate what we are seeing even these days in our squares: the biggest mistake one can make is to think that everything happens spontaneously .





