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RACCONTO – LA CARTA E LO SPECCHIO (4)

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di Dario Martello

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          Cercai di valutare la profondità del pozzo lanciandovi dentro un sasso, ma dal fondo non giunse alcun rumore. Notai che le pareti non erano completamente al buio, poiché parevano emanare un soffuso bagliore, sebbene insufficiente a valutarne l’esatta profondità. E se la corda si fosse fermata a metà strada? Ne afferrai un’estremità tirandola verso di me, per scoprire che era parecchio lunga, forse più di una decina di metri. Non vi era altra soluzione: dovevo scendere. L’età non mi avrebbe di certo agevolato, ma al limite, pensai, sarei sempre potuto risalire: il diametro dell’imboccatura non era poi così ampio e, in ogni caso, sufficiente per puntare i piedi contro le pareti che, fortunatamente, almeno in quel primo tratto, parevano del tutto prive di quelle insidiose mucillagini che amano infestare gli ambienti poco areati. Testai per un’ultima volta la robustezza della corda e della carrucola, che sembravano in condizioni sufficienti a reggere il mio peso. A questa convinzione, che desideravo fosse più di una speranza, mi aggrappai con il pensiero, così come il corpo si apprestava a fare con quella corda.

La discesa fu più agevole del previsto. Mi sorpresi dell’agilità che, nonostante gli anni, riuscivo ancora ad esprimere. Solo l’iniziale cigolio della carrucola mi procurò un leggero senso d’inquietudine, presto dimenticato mentre mi calavo lentamente verso il basso, attratto da quel bagliore che s’intensificava man mano che mi allontanavo dalla sommità del pozzo. Giunto all’estremità della corda, constatai con disappunto che il fondo, sebbene ora ben visibile, era ancora troppo lontano.

Cominciai a sudare freddo, appeso nel vuoto come un salame, combattuto tra la curiosità di lasciarmi cadere per scoprire la provenienza di quel luccichio e la quasi certezza che, se avessi mollato la presa, ben difficilmente sarei riuscito a recuperare la corda per risalire, in quanto le pareti del pozzo erano troppo lisce per tentare una seppur breve scalata. Mi lasciai guidare dall’istinto, lo stesso alleato che, in tante battute di caccia, mi aveva permesso di catturare più selvaggina di quanta ne avrei mai potuta ottenere affidandomi ai soli dettami della fredda ragione. Sì, insomma, sto parlando di quella voce interiore che, sebbene non siamo in grado di valutarne l’esatta provenienza, tutti ben conosciamo la quale, talvolta, ci spinge a compiere determinate azioni senza sapere perché, impedendoci, per il nostro bene, di compierne altre.

Decisi allora di andare fino in fondo e mollai la presa. Chiusi gli occhi mentre precipitavo, preparandomi allo schianto che mi squassò da capo a piedi. Dopo essermi ripreso dall’urto, con l’anca dolorante e la testa tutta frastornata, la prima cosa che feci fu guardare verso l’alto per stimare la distanza dall’estremità della corda, per poi cercare il corpo di quella sventurata vecchietta che aveva deciso così stoltamente di porre fine alla parte restante della sua vita. La prima constatazione mi procurò sgomento; della donna, invece, nessuna traccia.

E infine lo vidi. L’ambiente era pervaso dalla sua luce: un oggetto di cristallo finemente levigato, dalle forme geometriche perfette, che si librava a mezz’aria, ruotando su sé stesso; un poliedro sospeso al centro di un cubo trasparente, l’involucro atto a contenerlo e proteggerlo. Chiedersi quale fosse la sua natura mi parve, stranamente, inutile: lo accostai a qualcosa di puro, che emanava una tenue luce pulsante dai riflessi adamantini, all’origine del luccichio. Lo osservai attentamente, restandone letteralmente ipnotizzato, al punto da rendermi difficile distoglierne lo sguardo. Gli girai attorno più volte, cercando di stimarne le dimensioni, che scoprii essere piuttosto ragguardevoli; quindi, vinto dalla tentazione, mi avvicinai, cercando di scacciare il comprensibile timore che mi pervadeva, sfiorandone con il palmo della mano la superficie lucente.

Una sensazione di seta purissima, e talmente calda da scottare. Non provai dolore, ma un certo fastidio sì; tentai di ritrarre la mano, ma una forza soverchiante me lo impedì. D’improvviso la luce si tramutò in un giallo ancor più abbagliante che invase tutto l’ambiente, esplodendomi davanti agli occhi come fosse sole, al punto da rendermi cieco. Fui investito da un’energia al cui confronto lo schianto sul fondo del pozzo mi parve il delicato adagiarsi di natiche su di un cuscino di piume.

Svenni. Non so per quanto tempo; ma di sicuro persi conoscenza. O forse scivolai in quello stato di torpore indefinito che mi ricordava certi prolungati dormiveglia mattutini, i quali, dopo aver passato una notte senza sogni, paiono impossessarsi dei nostri corpi, costringendoci a recuperare ciò che abbiamo perduto durante il sonno, spingendoci a indugiare piacevolmente nel letto.

           Mi ridestai al centro di quella che mi parve essere un’immensa distesa deserta, arsa da un sole feroce. Guardando con difficoltà l’orizzonte, riuscii comunque a distinguerne una costruzione che assomigliava ad un’abitazione. Decisi di raggiungerla, se non altro per trovare riparo dalla potenza dei suoi raggi. Il percorso si rivelò meno agevole del previsto: i piedi affondavano continuamente nella sabbia rovente, rendendomi difficoltoso il camminare. Grondavo di sudore, al punto da rimpiangere gli umbratili luoghi d’infanzia vissuti ai margini del bosco, così spesso infastidito da quell’insopportabile umidità che mi si appiccicava alle ossa quasi volesse condividere con me ogni momento dell’anno, persino d’estate, l’unica stagione in cui il sole riusciva, seppur per un breve periodo, a staccarmela di dosso.

Era un piccolo e grazioso edificio tinteggiato di bianco, dal tetto squadrato: la tipica abitazione delle zone calde, tanto somigliante alla splendida mashrabiya, così spesso citata da chi quei luoghi frequenta. Nulla lasciava intendere che fosse abitata, se non per la porticina d’ingresso, leggermente socchiusa verso l’esterno. Entrai. Varcata la soglia, una piacevole fragranza d’incensi, bakhoor e oud, mi diede il benvenuto.

Trovai l’interno stipato all’inverosimile di cianfrusaglie. La sosta, se non altro, era piacevole per la frescura che l’ambiente, al riparo dalla canicola, riusciva ad offrire. Tra quell’accozzaglia disordinata di cose impolverate e inutili, di scarso o nessun valore, gettate alla rinfusa sull’altrettanto prezioso pavimento in cementine e graniglie, fatta di statuine, vasi, cornici e candelabri francamente orrendi, non potei fare a meno di notare, appoggiati su di una grande mensola, quattro piccoli oggetti esteticamente molto ben curati, foggiati in un materiale a me sconosciuto, che spiccavano su tutto il resto. Se ne stavano appartati, in alto e in bella mostra, ripuliti a dovere da polvere e ragnatele, segno evidente di un loro frequente utilizzo. Si trattava di una spada, di un bastone, di una coppa e di un piatto. Oggetti assai elaborati, di una bellezza ricercata, le cui venature, dai riflessi dorati e argentei, ne intersecavano gli enigmatici rilievi incisi sulla superficie, conferendo ai manufatti un alone di nobiltà e decoro in stridente contrasto con il pattume sottostante.

E per questo impossibile resistere alla tentazione di non avere tra le mani. Presi il più vicino: una bellissima spada, con una sfavillante lama ondulata, non più lunga di qualche decina di centimetri, terminante in un’elaborata elsa color oro. Sentii un refolo di vento entrare dalla porta, e tanto bastò a farla sbattere violentemente sui cardini; subito dopo, una leggera nebbiolina saturò in un batter d’occhio l’intero locale, aumentando d’intensità al punto da intrufolarsi su per le narici e riempirmi la bocca, al punto da rendermi difficile il respirare. Fu in quel momento che i miei pensieri cominciarono ad apparirmi acuti come l’affilata lama di quella spada, e gli eventi a incastrarsi l’uno nell’altro, formando un puzzle tenuto insieme da una catena di robusti anelli, privi di smagliature. Le cose erano andate così perché le mie decisioni, logiche e a lungo ponderate, mi avevano inevitabilmente portato in quella direzione. Ero certo di saper soppesare l’oggetto che tenevo tra le mani, finanche la sua composizione, una lega, con la stessa precisione con cui la mira, allineata alla tacca del fucile, mi avrebbe consentito di abbattere a colpo sicuro qualunque preda, a prescindere dalla distanza. La buona qualità dell’arma, mantenuta a dovere, e l’esperienza nel saperne dosare quantità e peso del piombo, unite alla capacità di sincronizzare perfettamente l’occhio al mirino e il dito sul grilletto, facevano di me un tiratore così freddo e preciso da essere ritenuto infallibile. Riposi la spada, provando un profondo senso d’amarezza nel vederla lentamente vaporizzarsi nell’aria. Il vento si placò e la nebbiolina si dissolse, consentendomi di respirare nuovamente a pieni polmoni un’aria tornata piacevolmente fresca. Ne trassi un respiro profondissimo.

La curiosità di mettere alla prova anche gli altri oggetti mi imponeva di continuare. Afferrai quello raffigurante un nodoso bastone, troncato di netto alla sommità, dalle dimensioni più o meno simili. Esteticamente ben curato, era verniciato di verde, con la superficie punteggiata qua e là di pallini rossi che ne percorrevano la verticale a riprodurre un qualche tipo di bacca del genere Pyracantha, la comune pianta da cespuglio che, grazie alla naturale robustezza, le consente di sopportare i climi più rigidi, abbellendone i muretti di vie poco battute dal sole. La frescura che pervadeva la stanza scemò, sopraffatta da un intenso calore che parve sprigionarsi dal pavimento; la temperatura salì al punto da innescare piccoli incendi agli infissi delle finestre in stile mashrabiya, che mi avvilupparono rapidamente. Erano fiammelle innocue, le quali, al contatto con la pelle, si tramutarono in una tempesta di fuoco capace di infondermi una tale forza da farmi sentire in grado di compiere qualunque impresa: anche la più ardua sarebbe caduta ai miei piedi, prostrata da un atto di volontà. Qualsiasi cosa avessi voluto, l’avrei ottenuta. Non esisteva scampo per qualsivoglia preda, a prescindere dall’abilità donatale da madre natura o dalla strategia di fuga che intendesse adottare. Avrei percorso decine di chilometri senza stancarmi pur di non perderne le tracce; avrei passato notti all’addiaccio, guadato fiumi e scavalcato montagne, se necessario. Nulla mi avrebbe fermato. L’avrei raggiunta. Sempre. Controvoglia riposi anche quel bastone sulla mensola; mentre lo guardavo dissolversi, insieme al falso fuoco che ancora mi pizzicava la pelle, pensai a quanto sarebbe stato bello poter unire le facoltà dei due oggetti.

Ora toccava a quella splendida coppa color oro, con i bordi incastonati da una serie di grossi diamanti e altre pietre parimenti preziose, che contribuivano a conferirle una luminosità cangiante da rendere difficile identificarne il colore prevalente, oscillante, a seconda del punto da cui la si guardava, dal verde smeraldo al blu dello zaffiro, fino al rosso del rubino. Appena avuta tra le mani, il residuo tepore che ancora indugiava nel locale fu sostituito da una sensazione di bagnato: dal soffitto cominciò a diffondersi una leggera pioggia, presto tramutatasi in violenti scrosci a formare rumorose cateratte che, scorrendo impetuose giù per le pareti, finivano per essere assorbite dal pavimento. La scena era fantastica, resa ancor più vivida dalla ristrettezza del locale. Un fremito mi si irradiò dal petto, attraversandomi dalla testa ai piedi con la velocità del lampo e percuotendomi con la forza del boato di un tuono. Mi sentivo all’apice di tutto, assiso sulla vetta più alta, orgoglioso e fiero di essere stato io, proprio io, l’unico ad essere riuscito a catturare la preda più ambita, la più forte, la più astuta, la più veloce: quella impossibile da avere un giorno nel proprio carniere, da mostrare con orgoglio e ostentato distacco dinanzi ai tanti volti stupefatti e increduli, divertendomi a scoprirne, perfido, i puerili tentativi di mascherarne la malcelata invidia. Un’esperienza da portare sempre con sé. Prima di riporla, la guardai a lungo, rigirandola più volte tra le mani. Così diversa dagli altri oggetti. Tanto difficile da lasciare.

Rimaneva quel pesante piatto dorato, dai bordi leggermente zigrinati, simile a un grosso denaro con il fondo finemente intarsiato, riproducente, al pari degli altri oggetti, una serie di piccole figure geometriche reiteranti tutte lo stesso schema a formare un fitto mosaico fatto di triangoli, cerchi e quadrati. Lo afferrai, e subito l’acqua cessò di scorrere, prosciugandosi velocemente. Un gradevole odore di terra bagnata si sparse nell’aria, mentre le pareti si coloravano di marrone chiaro, punteggiate qua e là di verde. Le vidi fendersi, attraversate da grosse radici e robusti rami carichi d’ogni ben di Dio; sembrava buona frutta, che penzolava abbondante, in attesa d’essere colta. Ne approfittai. Pur essendone il gusto d’incerta classificazione, non fu affatto disdegnato dal palato, grato, se non altro, di avergli finalmente messo in bocca qualcosa in sostituzione della sgradevole sensazione precedente. Il fogliame mi avvolse, racchiudendomi in una sorta di bozzolo. Mi apparve allora l’armeria che ogni cacciatore ha sempre sognato possedere: decine e decine di modelli di carabine e fucili mi infusero una tale sensazione d’opulenza da desiderare, pur di continuare a crogiolarmi in quella visione, che il tempo si fermasse. Non mi ero mai sentito così sicuro di poter disporre di tanta abbondanza. Come davanti ad una tavola imbandita all’inverosimile, non avevo che da scegliere l’attrezzo in base al tipo di battuta che avrei desiderato fare. Uno, in particolare, catturò la mia attenzione: una splendida doppietta, con un magnifico intarsio d’oro finemente lavorato che ne percorreva per intero la canna, terminando sulla bascula nella figura di un segugio pronto a scattare, così ben cesellato da risultarne la parte più preziosa. Il calcio in noce, unito al perfetto equilibrio dei pesi e all’estrema precisione delle meccaniche, ne faceva un modello tanto unico quanto inarrivabile.

Mi districai dal fogliame, riponendo anche quest’ultimo oggetto al suo posto. Un vero peccato, aggravato dal fatto che anche tutti gli altri erano svaniti, dissolti insieme agli aromi e alle fragranze che accompagnarono il ritrarsi dei rami. E il pavimento del locale tornò ad essere ingombro di quella montagna di cianfrusaglie. L’esaltante esperienza mi aveva rapito al punto da estraniarmi completamente, facendomi dimenticare che, purtroppo, non sarebbe potuta durare per sempre, e che, prima o poi, avrei dovuto decidermi a scendere i piedi dal letto.

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