
di Dario Martello
Ed eccomi ancora proiettato nel bel mezzo della radura. Vedo il guardiano ridere di gusto; ha le lacrime agli occhi a forza di sghignazzare, tanto da essersi piegato in due per i crampi allo stomaco. Deve essersi sicuramente divertito nel vedere quelle inspiegabili contrazioni e rilassamenti muscolari che tanto ricordavano il movimento dei vermi attaccati all’amo, e che anche adesso qualcuno, disteso in mezzo a quella marea umana, si ostinava a voler mimare. Si asciuga il volto, sempre inspiegabilmente così sudato, con uno straccio, per poi avvicinarsi al grande specchio che ne riflette l’enorme figura, mostrandosi compiaciuto del suo sorriso sbilenco, reso una smorfia ancor più grottesca dai pochi denti ingialliti rimasti in bocca, che ostenta con orgoglio, passandovi sopra la bavosa lingua, cambiando continuamente postura, mettendosi di fronte e di profilo, come chi non si fosse mai visto così bello.
«Lo spettacolo è stato di vostro gradimento?» bofonchia davanti a una platea di facce tristi che, silenziosa, dopo essersi rialzata svogliatamente da terra, inizia a sfilare lentamente sotto il palco, deponendo controvoglia carte e specchietti in due grossi sacchi neri retti dai suoi assistenti, per poi disperdersi nuovamente ai quattro angoli della radura. Avrei voluto chiedere quanto la loro esperienza fosse stata simile alla mia, dove fossero finiti, perché continuassero a dimenarsi così, che cosa gli fosse accaduto durante quella specie di trance; ma il mio incomprensibile mutismo e l’ancora più assurda invisibilità mi rendeva impossibile soddisfare tali richieste.
Il guardiano riprese a parlare: «Noto dalle vostre facce che per alcuni certo che no… ma, in fondo, a me che m’importa? L’importante è che mi sia divertito.» Era sempre più occupato a controllare con lo sguardo che tutti riponessero le carte nel sacco, chiedendo di continuo a chi gli passava vicino: «Come le hai usate? E dimmelo, dai, sono curioso», per poi rivolgersi a chi gli appariva particolarmente affranto: «…e tu invece, nel miglior modo possibile, spero? Sarà meglio per te, perché chissà come saranno le prossime che ti verranno date in sorte…»
Nessuno pareva intenzionato a rispondere, anche perché si capiva fin troppo bene lo sberleffo che accompagnava il suo falso interessamento. A un certo punto, evidentemente desideroso di andarsene in fretta, di fronte all’indolenza dimostrata da alcuni, cominciò a spazientirsi e, più che riprendere a parlare, iniziò a urlare e a battere le mani, puntando il dito contro un gruppetto di persone che tardava ad avvicinarsi al carretto: «Orsù, voi, che cosa aspettate a restituire le carte? È inutile che vi ostiniate a voler cambiare ciò che esse vi hanno riservato e lamentarvi di vostra sventura e delle pene. A nulla vi servirà versar lacrime e implorare, così come a chi, soddisfatto, poco giova farsi vanto ed è tanto voglioso di ritornare ad assistere al prossimo spettacolo: sentimenti che, ne sono certo, stanno lì a dar forma ai vostri pensieri per poi scendervi giù giù, fino a cingervi la pancia.»
Temendo forse di non esser udito da tutti, si portò le mani alla bocca, infervorandosi ancor di più: «Siete davvero convinti che la partitura del lamento del pover’uomo, costretto sotto il tavolo a contendere ai topi le briciole di pane, possa tramutarsi in lirica che risplenda più della corona che in testa porta il sovrano del vostro reame?», per poi concludere il suo sconclusionato discorso urlando a squarciagola e allargando le braccia al cielo: «Be’, se così credete, preparatevi a rinforzare le già vaste schiere degli stolti. Prego, accomodatevi, senza troppo spingere e scomodarvi a bussar, un posto per voi lo si troverà sempre.»
Quelle parole mi giunsero alle orecchie tanto incomprensibili quanto quelle pronunciate dai mercanti che, provenendo da terre lontane, erano soliti accamparsi nei pressi del nostro villaggio nella speranza di fare affari. Il suo violento imprecare ebbe comunque l’effetto di consigliare agli ultimi ritardatari di affrettarsi nel riporre velocemente le loro carte nel sacco.
Per la verità, non badai troppo alla parte finale delle sue ciance, distratto dal notare, confusa in mezzo a loro, quell’anziana che poco prima mi aveva così malamente scippato la carta dalle mani. La vedevo singhiozzare e imprecare sconsolata. Aveva gli occhi traboccanti di lacrime che le inondavano il viso, solcato da rughe profonde simili a fiumi rigonfi di rabbia in procinto di tuffarsi in un mare troppo colmo di disperazione per riuscire a ospitare ancora un briciolo di speranza. Ma fu soprattutto il distinguerne chiaramente i lineamenti del volto a procurarmi uno stupore difficile da controllare. Non poteva essere. Ma la somiglianza era troppa per non essere vera. Ebbene sì: la bocca e gli occhi, pur confusi dentro quell’intrico di rughe, simile a una tela tessuta da un ragno ubriaco, erano i suoi, quelli della ridente fanciulla che ora vedevo trasfigurata in quella sagoma sgangherata che a stento riusciva a reggersi in piedi, appoggiata stanca ad un nodoso bastone, con indosso una sgualcita veste azzurra intessuta di fiorellini bianchi che così bene si accordava al grigiore dei suoi capelli. Com’era possibile?
Qualcuno, con ben altro umore, stava cercando in qualche modo di consolarla, porgendole un fazzoletto perché si asciugasse il viso. Era un giovinotto dall’aria raggiante, uno dei pochi, e per questo così fuori posto, con indosso una felpa marrone e ai piedi grossi scarponi tutti inzaccherati di fango. Portava sulle spalle un pesante zaino ed era accompagnato da un cagnolino che non la smetteva di abbaiare. «Buona fortuna» gli disse l’anziana. «Hai giocato meglio le tue carte. Eravamo arrivati insieme, ricordi?» Lui le accarezzò dolcemente il viso e, dopo averla presa amichevolmente sottobraccio, rispose: «Suvvia, non fare così: prima o poi toccherà anche a te; prima o poi toccherà a tutti qui, credimi. È solo questione di aver saputo cogliere al momento giusto le occasioni che le carte mi han riservato. Magari ci sono arrivato prima solo perché sono stato più fortunato.» «Solo fortuna, dici tu? Sarà… ma io non riuscirò mai ad andarmene da questo posto orribile, mai, mai» replicò singhiozzando la donna, restituendogli il fazzoletto. Il giovanotto la abbracciò affettuosamente. Lei gli appoggiò la testa sulla spalla, stringendolo forte a sé; lui le baciò la fronte.
Il giovane ripose la sua carta nel grosso sacco, allontanandosi verso il margine del bosco, non prima di aver salutato in modo fastidiosamente ossequioso il guardiano, abbozzando un mezzo inchino, al quale si limitò a rispondere con un distratto cenno della mano; quindi, si fermò a parlottare con le poche persone rimaste, prima d’inoltrarsi chissà dove, insieme al suo cane, che si divertiva a giocherellare con i polpacci delle sue gambe, mordicchiandoglieli di continuo.
La curiosità prevalse su ogni precauzione. Mi avvicinai, appoggiandole cautamente la mano sulla spalla, quasi che il solo toccarne la figura così gracile potesse farla andare in mille pezzi. L’anziana si girò verso di me, rimanendo immobile. Il suo sguardo assente mi oltrepassò, posandosi altrove. Ancora non mi vedeva. Teneva stretto tra le mani un brandello di carta. Tentai invano di prenderla, di chiederle qualcosa, ma fu tutto inutile: oltre che invisibile, ero tornato preda di quel fastidioso mutismo, come se in bocca avessi infilato un grosso sasso che mi immobilizzava la lingua, impedendomi di parlare.
Però ora notai la carta raffigurare qualcosa, seppur in modo assai vago. Ne scorsi uno spezzone d’immagine che mi parve rappresentare due gambe, mordicchiate da un animale. Sarà stata una coincidenza? Capii che non voleva liberarsene, perché si divincolò bruscamente per nasconderla sotto la veste. Subito dopo si allontanò, trascinandosi claudicante davanti al guardiano che, fingendo di non averne colto il gesto, prese a sventolarle davanti agli occhi il suo mazzo di carte, mentre gli assistenti insistevano a mostrarle l’imboccatura del sacco, divertendosi a mimarne la zoppia, accompagnandone l’andatura con parole irriverenti: «…Alla prossima, vecchia! Ancora qui sei? E basta, dai! Quando ti decidi ad andartene? Siamo stufi di vederti…»
Lo spettacolo pareva essersi concluso, mentre la radura si andava lentamente svuotando sotto un cielo fattosi ora più limpido e luminoso. Vidi l’anziana giungere ai margini del bosco, insieme a quell’aitante giovanotto che continuava a chiamare a gran voce il suo cane attardatosi a giocare con alcuni bambini, i quali, sordi al richiamo delle loro madri, si stavano divertendo un mondo a rincorrersi spensierati sul grande prato. Le assistenti del guardiano stavano ricoprendo il grande specchio con il tendone rosso, mentre i giullari, con non poca fatica, erano intenti a riporre l’ingombrante grammofono nella cassa. I cavalli erano immobili, pronti a ripartire. Già, ma il guardiano? Dov’era finito? Se ne stava appoggiato alla ruota del carrozzone, apparentemente soddisfatto, a contemplare il suo mazzo di carte che continuava a rigirarsi tra le mani. Mi guardò, mostrandomele, e con un cenno della mano mi invitò ad avvicinarmi. Voleva propinarmi un’altra delle sue incomprensibili arringhe? Non avevo alcuna intenzione di sorbirmela, tanto più che, essendo muto, sarebbe stata inevitabilmente a senso unico.
Si udì un gran baccano provenire da dietro il carretto. I due assistenti, nel mettere il pesante aggeggio all’interno del cassone, lo avevano fatto cadere a terra. «Siete sempre i soliti imbranati!» gridò loro contro. Pareva tutto così strano. Che ci facevo io qui? Continuavo a pensare a quell’incredibile somiglianza tra i due personaggi femminili e a quella specie di sogno a cui avevo assistito poco prima.
Alla fine, pur senza una precisa ragione, decisi di lasciar perdere il suo invito per seguire quell’anziana. Non ci volle molto a starle dietro, anche perché, oltre al precario incedere, ogni tanto si fermava ansimante a riprendere fiato appoggiata al suo bastone. Tenendomi a debita distanza, una volta inoltratomi nel bosco, rimasi sorpreso nel constatare quanto fosse assai più fitto di come, a prima vista, potesse sembrare; riuscivo a distinguerne chiaramente una grande varietà di alberi ad alto fusto, insolitamente mescolati, appartenenti sia al genere delle latifoglie che delle conifere, svettanti sopra la fitta rete di arbusti sottostanti che, probabilmente a causa della scarsa luce filtrata dal fogliame, contribuivano a conferire al manto erboso la tipica colorazione autunnale giallo-marrone, in procinto di trascolorare nei classici toni invernali, prima che i rigori del freddo spogliassero definitivamente gli alberi delle loro lussureggianti chiome.
L’anziana seguiva uno stretto sentiero piuttosto accidentato e a malapena abbozzato, ma certamente ben conosciuto, a giudicare dalla sicurezza con cui ne percorreva la traccia. Gli improvvisi fruscii che di tanto in tanto sentivo provenire dalla spessa coltre di foglie morte che ne costeggiava i lati mi indussero ad accelerare il passo, abbandonando ogni residua curiosità di scoprirne l’origine. Immaginai che il bosco potesse ospitare qualche forma di vita animale, non per forza ostile, sebbene fino a quel momento decisa a non palesarsi; cosa che scatenava in me le fantasie più bizzarre, al punto da farmi ritenere che qualcuno, o qualcosa, ci stesse seguendo. Probabilmente era una sensazione che provammo entrambi, perché, durante il tragitto, vidi l’anziana voltarsi più volte indietro; e tuttavia, la mia presenza non dovette incuterle alcun timore, oppure la vista le si era a tal punto offuscata, quanto le articolazioni ne erano divenute anchilosate e malferme, da non scorgermi da quella distanza. Solo in un secondo momento mi ricordai come l’apparente trasparenza che fin dall’inizio la mia forma corporea sembrava emanare non ammettesse alternative.
Dopo un ultimo, breve tratto, giungemmo nei pressi di un piccolo spiazzo, con al centro un pozzo in pietra dalla classica forma circolare, dotato di carrucola e di una corda che ne discendeva sul fondo. L’anziana trasse un profondo sospiro. Prese il brandello di carta che aveva nascosto sotto la veste e ve lo gettò all’interno; poi, facendo leva sul bastone, si sedette a cavalcioni sul bordo non troppo rialzato e si sporse all’indietro quel tanto che bastava per seguirne dappresso la caduta. Istintivamente corsi verso di lei, tentando con un balzo d’afferrarle il vestito. Troppo tardi. Non riuscii nemmeno a scorgerne la sagoma andare giù. Perché lo aveva fatto? Me lo chiedevo, sentendomi impotente per non aver saputo in qualche modo impedirle di compiere quell’insano gesto. Stavo per allontanarmi, quando mi balenò nella testa un’idea assurda: e se, così facendo, avesse voluto che la seguissi? Ebbi un attimo di esitazione e tornai sui miei passi. In effetti, constatai che, afferrando entrambe le estremità della corda avvolta all’anello della carrucola, avrei potuto calarmi. Mi sentii crescere la curiosità di scoprirlo. E decisi di provare.
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