
C’è un momento in cui il dibattito pubblico smette di analizzare i fatti e comincia a riscriverli.
Una riflessione di Iuri Maria Prado mette il dito proprio lì: non sulla guerra in sé, ma sul modo in cui viene raccontata. E su come, attraverso le parole, si costruisca una narrazione che non descrive la realtà, la sostituisce.
Il caso di Gaza è emblematico.
Definirla un ghetto non è una metafora neutra. Il ghetto non è semplicemente un luogo chiuso o povero. Nella storia europea è il simbolo della persecuzione degli ebrei, della segregazione imposta, del preludio allo sterminio.
Usare quella parola significa una cosa precisa:
trasferire il ruolo storico degli ebrei perseguitati su un altro popolo e collocare Israele nel ruolo dei persecutori nazisti.
Questo non è “linguaggio forte”.
È una scelta semantica carica di significato storico e morale.
Non a caso, la definizione operativa di antisemitismo della IHRA, adottata anche dall’Italia, include tra le sue forme proprio il paragone tra Israele e il nazismo. Non per proteggere Israele dalle critiche, ma per evitare che la Shoah venga usata come arma politica.
Quando si parla di “ghetto trasformato in fossa comune”, l’operazione è ancora più esplicita.
Non si sta più parlando di una guerra, ma di un annientamento paragonato alla distruzione dei ghetti ebraici.
Varsavia, Łódź, Treblinka evocati su Gaza.
Questo non chiarisce nulla.
Non aiuta i palestinesi.
Serve solo a criminalizzare simbolicamente Israele usando l’Olocausto.
Ma la distorsione non si ferma alle parole. Continua nella rimozione sistematica del contesto.
Si parla di “guerra permanente su più fronti”, come se fosse Israele ad averli aperti.
Scompaiono le migliaia di missili lanciati sulla Galilea.
Scompaiono le milizie sciite armate dall’Iran.
Scompaiono gli Houthi che colpiscono navi civili.
Scompare il progetto dichiarato di distruzione di Israele.
Resta solo un’immagine: Israele che attacca.
È una narrazione comoda.
Ma è una narrazione falsa.
Non c’è traccia del fatto che la Repubblica Islamica iraniana finanzi e coordini gran parte del terrorismo regionale.
Non c’è traccia delle dichiarazioni esplicite che invocano la distruzione di Israele e l’eliminazione degli ebrei.
Tutto questo viene cancellato per mantenere intatta una rappresentazione binaria: oppressore contro oppresso, carnefice contro vittima assoluta.
E poi c’è il capitolo dei “mediatori”.
Il Qatar viene spesso descritto come attore neutrale.
Peccato che il 7 ottobre abbia attribuito a Israele la responsabilità esclusiva dei fatti.
Peccato che i vertici di Hamas vivano a Doha.
Peccato che da lì abbiano festeggiato pubblicamente massacri, stupri e rapimenti.
Anche questo viene ignorato.
La riflessione di Iuri Maria Prado è utile perché rompe questa ipnosi collettiva.
Ricorda che le parole non sono innocenti, che i paragoni storici non sono decorativi e che l’informazione, quando rinuncia alla precisione, diventa parte attiva del conflitto.
Criticare Israele è legittimo.
Usare la Shoah come clava retorica non lo è.
Non è analisi.
Non è giornalismo.
È una forma di aggressione simbolica.
E alla fine non difende nessuno, se non una narrazione che ha bisogno di semplificare la realtà per poterla condannare.





