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Quando la sensibilizzazione contro le molestie distorce la realtà

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L’esasperazione del politicamente corretto

In questi giorni, a Londra e nel Regno Unito, è stata lanciata una campagna di sensibilizzazione contro le molestie, sia nei mezzi di trasporto che negli spazi pubblici.

In brevi video o immagini, si mostra cosa è una molestia, come reagire, quali atteggiamenti sono sbagliati, a chi rivolgersi: una campagna per creare consapevolezza e cittadinanza attiva, per incoraggiare le vittime a parlare e i testimoni a intervenire.

Un’iniziativa che, sulla carta, merita solo applausi. Ma con un unico, piccolo problema – che non è affatto piccolo – che stanno facendo notare anche attiviste iraniane o non “bianche”: nelle immagini, il molestatore è sempre bianco e la molestata sempre di colore – asiatica, indiana o nera.

Non c’è un solo molestatore di colore, non c’è una sola vittima bianca. La rappresentazione è totalmente sbilanciata, e rischia di sedimentare nell’immaginario collettivo un’idea che non corrisponde ai dati reali.

Ovviamente, chi ha ideato la campagna non intendeva dire che il bianco sia per natura un molestatore.

Questo risultato è piuttosto il prodotto di forze convergenti: da un lato, il timore dell’accusa di razzismo se si ritrae come molestatore qualcuno di colore; dall’altro, la necessità di inserire persone di colore nel cast, per non essere accusati di parzialità nel casting.

Ma se non puoi scritturare una minoranza nel ruolo di molestatore, devi assegnarle, per forza, quello di vittima.

Ed ecco il paradosso: una campagna che dovrebbe combattere le molestie finisce per veicolare un’immagine distorta della realtà, in cui il bianco è l’unico aggressore e il nero o l’asiatico l’unica vittima.

Questo ha portato alcune attiviste – ripeto, spesso non bianche – a ironizzare dicendo: “Ma nel Regno Unito stiamo assistendo a un’epidemia di molestatori bianchi?”.

Una domanda che suona come una provocazione, ma che nasconde una verità scomoda: la campagna, nella sua ossessione per la correttezza politica, ha finito per travisare la realtà.

E questo, a discapito del dato che mostra che, in molti contesti, è molto più facile che il molestatore non sia bianco che il contrario. I dati sulle grooming gang, sui casi di violenza di gruppo, sulle aggressioni sessuali commesse da migranti o da membri di comunità non occidentali, sono lì, documentati, disponibili.

Ma la paura di essere accusati di razzismo ha portato a ignorarli, nasconderli, non parlarne.

Insomma, la campagna contro le molestie è stata ostaggio del terrore di apparire razzisti. E questo, in quel Regno Unito in cui le grooming gangs hanno potuto operare indisturbate per anni proprio perché protette dalla paura di essere accusati di razzismo se si denunciava l’origine etnica degli aggressori.

Le stesse dinamiche, lo stesso meccanismo, le stesse conseguenze. Non si impara nulla. La storia si ripete, e noi continuiamo a fare gli stessi errori, con la stessa ingenuità e la stessa ipocrisia.

Perché il politicamente corretto, quando diventa un’ossessione, non è più una virtù: è una gabbia. E le gabbie, come sappiamo, non proteggono chi sta dentro: proteggono chi sta fuori.

E chi sta fuori, spesso, è proprio chi ha più bisogno di essere fermato. E, invece, lo lasciamo fare. In nome di una correttezza che non è corretta. In nome di una sensibilità che non è sensibile. In nome di una giustizia che non è giusta.

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