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POLITICA ESTERA, USCITA DI SICUREZZA

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di Paolo Raffone

Ormai è ufficiale. L’italianissima Repubblica di Giorgia Meloni ha ricevuto solo 17 voti, incluso quello di Israele, per la candidatura di Roma ad ospitare Expo 2030. Persino la Corea del Sud ha ricevuto più voti (29) per la candidatura di Busan.

L’Arabia Saudita che ha ricevuto 119 voti su 182 ospiterà Expo 2030 a Riyad, già cuore del wahabismo islamico radicale e tra poche settimane membro dei BRICS. Nessuno si è astenuto. Il significato geopolitico è chiarissimo. I 46 voti che si sono divisi tra Corea e Italia, preferendo la prima, richiamano gli stessi dell’assemblea generale dell’ONU in occasione delle recenti votazioni sulle guerre in Ucraina e in Palestina. Una cocente sconfitta per l’Italia, il suo governo, e la sua diplomazia. La lezione che se ne trae è che l’allineamento supino agli Stati Uniti non paga. Una realtà che la penna a stelle e strisce dell’editorialista Rampini insiste a dipingere come un nuovo asse del male – Russia, Cina, Iran – e che la rabbia dell’ambasciatore Massolo dipinge come “deriva mercantile”, aggiungendo che “non vorrei che si arrivasse alla compravendita dei seggi alle Nazioni Unite”. E’ evidente che costoro vivono in una bolla distopica.

A proposito di compravendite, forse è sfuggito a Massolo che all’Egitto sono già arrivati dalle istituzioni internazionali (Fmi, Banca Mondiale, Ue, Afriexibank) impegni per prestiti da 26 miliardi di dollari che serviranno nel tempo a ricollocare una parte dei palestinesi da Gaza in Sinai. Sarà certamente avvenuto all’insaputa dei governi che Ursula von der Leyen si è precipitata, tra i primissimi, dal generale golpista presidente Al-Sisi portandogli un dono di 9 miliardi. Forse è sfuggito a Rampini che le sconsiderate politiche americane nel 2001 e 2003 ma soprattutto successive al crack finanziario del 2006 sono stati atti deliberati di provocazione della Russia (2008, 2011 e 2014), e che l’imponente sostegno militare con garanzia di impunità ad Israele ha spinto almeno dal 2008 l’ascesa di un’irragionevole élite israeliana religiosa di destra e ultra-destra che ha rovinato il paese, la qualità della vita di chi ci vive, e che mette in pericolo i motivi stessi della sua esistenza, soprattutto dopo la decisione (2020) di spostare la capitale d’Israele a Gerusalemme e di firmare gli accordi di Abramo con il chiaro intento di “liberarsi” dei palestinesi e provocare l’Iran.

Gli americani hanno dovuto ridurre al minimo il sostegno militare e finanziario all’Ucraina aprendo di fatto ad un negoziato (per ora segreto) con la Russia e allo stesso tempo il presidente Biden ha spento le velleità di carriera della signora Nuland che è stata marginalizzata. L’assetto che avrà l’Ucraina dopo l’inverno non è ancora chiaro. Una cosa è certa: le forze americane non volevano e non vorranno entrare in conflitto diretto con la Russia. Quindi, considerato lo sfiancamento delle forze ucraine e la riduzione degli aiuti, la politica ucraina deve superare “l’impianto di eccezione ed emergenza” messo in atto da Zelensky (legge che vieta i negoziati con la Russia, legge marziale e di sospensione delle elezioni) per arrivare ad un nuovo governo capace di trattare per fermare l’inutile mattanza. Gli americani hanno anche chiarito agli europei che il costo finanziario dell’Ucraina post-guerra lo dovranno sostenere quasi interamente. Al momento, a Bruxelles non si vedono passi avanti per la gestione dell’Ucraina, fatta eccezione la sconsiderata Ursula von der Leyen che ha promesso una rapida adesione dell’Ucraina all’UE già dalla fine del 2023. Ma visto il vento delle destre crescenti che soffiano in tutta Europa sarà difficile che i governi prendano impegni concreti in tal senso. Resta il problema ucraino che è serio e costoso, anzi molto costoso nell’ordine di varie centinaia di miliardi di euro. Arrivare allo scioglimento dopo l’inverno in coincidenza delle elezioni europee di primavera senza un piano concreto sarebbe molto velleitario. Intanto, l’economia europea rallenta sempre di più e le prospettive per l’anno prossimo non sono incoraggianti.

Nel Vicino Oriente, gli americani si trovano schierati (e impantanati) nella guerra d’Israele. Una guerra che era preesistente al 7 ottobre, ma che dopo è diventata molto calda e potenzialmente pericolosa per la sua estensione regionale in atto in Libano contro gli Hezbollah, in Siria e Iraq contro l’Iran e altre formazioni radicali islamiche, e nel mar Rosso contro i jihadisti del Sinai e dello Yemen. Da alcuni giorni siamo stati ipnotizzati da filmati in stile cinegiornali dell’Istituto Luce che raccontano di un’apparente tregua a Gaza per facilitare scambi di prigionieri civili e la distribuzione di aiuti umanitari. Quale sia il piano, ammesso che ce ne sia uno, non si può sapere. Resta il fatto che, come ha ripetuto costantemente sia il governo israeliano sia Hamas, la guerra continua. Lo stesso avviene nel nord del Libano dove sia Hezbollah sia Israele continua a scambiarsi attacchi che per ora sono abbastanza misurati. La favola dei politici senza idee è ancora “due popoli due stati”, cioè il nulla ormai irrealizzabile. I più creativi si spingono nell’allucinazione di un’ANP che prenda il controllo di tutti i territori palestinesi. Idee ireniche che non tengono in conto che Hamas ha vinto sul piano politico non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania e finanche all’interno di Israele. Il presidente Biden, già in bilico per l’età e la deludente economia americana, sa bene che se non vuole vedere il trionfo di Trump deve rappresentare la potentissima comunità israelo-americana che non sembra affatto interessata ad un qualsiasi tipo di accordo con i palestinesi. Operazione assai difficile per Biden, considerato che il suo partito Dem è sempre meno pro-Israele e che i giovani americani sono massicciamente affascinati dalla causa palestinese. Così, forse per punizione, Biden spedisce il povero Blinken a negoziare in Vicino Oriente tenendogli, però, le mani legate. Che alla tregua seguirà la guerra è parere concorde di tuti gli analisti seri. Il tempo stringe ma finora gli americani non hanno voluto accettare le proposte negoziali dei BRICS+ (che includono anche Arabia Saudita, Egitto, e Iran) incentrate su una soluzione di stile sudafricano per Israele.

Ora che le monarchie del Golfo hanno ripreso lo scettro di comando – Expo 2030 in Arabia Saudita, COP28 negli Emirati Arabi Uniti, e negoziati gestiti dallo sceicco del Qatar tutelare dell’Islam politico dei Fratelli Musulmani – una via d’uscita onorevole per gli Stati Uniti e la loro appendice geopolitica dell’UE/NATO, sarebbe proprio quella tracciata dai BRICS+ sia per Israele sia per l’Ucraina. L’alternativa è continuare le guerre con la concreta possibilità che diventino davvero mondiali.

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