
di Antonio Foccillo
Al giorno d’oggi la ricchezza mondiale ha raggiunto la massima concentrazione storica nelle mani di una élite ed abbiamo un sistema globale in cui pochissime persone al vertice sono molto ricche, mentre circa metà della popolazione di questo pianeta è irrimediabilmente povera e sarà povera per sempre perché solo i soldi producono soldi.
Ritengo che in questo scenario, prodotto del fallimento delle idee neoliberiste, bisogna ridiscutere la politica dell’austerità che è alla base della costruzione europea, visto che l’unica eccezionale crescita delle economie occidentali è stata frutto di politiche tariffarie sistematiche di costruzione e ricostruzione dell’apparato produttivo; di difesa delle attività nazionali e di protezione sociale; di finanziamento del deficit di bilancio con un ricorso ragionevole all’emissione di moneta tale da provocare una inflazione moderata.
Questi strumenti sono stati completamente cancellati dalla controrivoluzione neoliberista e seppure il protezionismo e l’inflazione, come tutti gli strumenti, possono avere degli effetti negativi e perversi, è indispensabile farvi ricorso in modo intelligente per risolvere in modo soddisfacente, da un punto di vista sociale, le crisi attuali.
Allora, in nome della ripresa, per altro largamente illusoria, degli investimenti e quella totalmente inattendibile dell’occupazione, vengono abbassati o soppressi gli oneri sociali e l’imposta sugli utili delle imprese.
Si rinuncia ad ogni imposizione sui super-profitti bancari e finanziari, mentre l’austerità ha colpito duramente i salariati e i ceti medi e inferiori con tagli degli stipendi, riduzione delle prestazioni sociali, allungamento dell’età legale per la pensione, che significa concretamente la diminuzione del suo ammontare.
Per completare il tutto, in nome della ripresa, si smantellano sempre più i servizi pubblici e si privatizza ciò che ancora non è stato privatizzato, con una soppressione massiccia di posti di lavoro (nell’istruzione, nella sanità, ecc.).
Alcuni economisti, come Joseph Stiglitz, per far ripartire la crescita raccomandano le ricette keynesiane del rilancio del consumo e dell’investimento. Questa terapia non sembra più possibile perché, dato l’esaurimento delle risorse naturali (in senso ampio), i costi della crescita sono superiori ai suoi benefici. I guadagni di produttività sono nulli o quasi. La ricetta è privatizzare ancora e mercificare le ultime riserve di vita sociale, per prolungare solo di qualche anno l’illusione della crescita.
Oltretutto il programma che proponeva Stiglitz, che passa politicamente per socialdemocratico, non è credibile, innanzitutto perché i partiti della sinistra non sono in grado di rimettere in questione il quadro neoliberista che essi stessi hanno contribuito a costruire nel corso degli ultimi trent’anni, e che presuppone una sottomissione senza riserve ai dogmi monetaristi.
Bisognerebbe riuscire a fare uscire l’Europa dalla dittatura dei mercati e di costruire l’Europa della solidarietà, della socialità.
In questi anni si è seguita una linea di ‘austerità’, stando alla quale si ritiene che – ferma restando la ‘flessibilità’ del lavoro – la disoccupazione sia imputabile al modesto tasso di crescita delle economie dei Paesi industrializzati, e che, per far fronte al problema, siano necessarie politiche di riduzione della spesa pubblica.
Si tratta di una tesi che è stata ripetutamente smentita, anche sul piano teorico, da numerosi economisti, fra cui il Premio Nobel Paul Krugman, e sia, anni fa, anche da una lettera che fu firmata da oltre duecento economisti contro le politiche di austerità in Europa.
La crescita economica, a sua volta, secondo i sostenitori dell’austerità, sarebbe trainata da politiche favorevoli alla ‘libertà d’impresa’, cioè politiche che annullano i vincoli relativi ai diritti dei lavoratori, alla tutela dell’ambiente, agli oneri burocratici, alla tassazione.
Le politiche di austerità che ancora sono riproposte in Europa sono dannose. Sono dannose, in primo luogo, perché la contrazione della spesa pubblica, riducendo la domanda aggregata, riduce l’occupazione; e, a sua volta, la riduzione dell’occupazione, in quanto riduce il potere contrattuale dei lavoratori, riduce i salari e, dunque, i consumi. In secondo luogo, in assenza di iniezioni esterne di liquidità, politiche di bassi salari e alta disoccupazione su scala globale restringono i mercati di sbocco per la produzione, riducendo – per le imprese nel loro complesso – i margini di profitto e gli investimenti.
Se, come la visione dominante sostiene, la riduzione della spesa pubblica è funzionale alla riduzione del rapporto debito pubblico/PIL, e dunque a scongiurare attacchi speculativi, va rilevato che, per contro, il calo dell’occupazione riduce la produzione e, dunque, il PIL; la riduzione dei redditi riduce la base imponibile e può accrescere il debito pubblico.
In altri termini, le politiche di austerità rischiano di generare gli effetti che si propongono di contrastare, aumentando l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, per effetto della contrazione del tasso di crescita.
La linea dell’austerità è però dettata dalla sostanziale impossibilità di praticare politiche fiscali espansive in regime di piena mobilità internazionale dei capitali. L’architettura istituzionale nella quale si muove il ‘nuovo’ capitalismo è, infatti, basata sulla costante ‘minaccia’ di disinvestimento da parte delle imprese che hanno maggiore possibilità di dislocare la propria produzione all’estero.
Nel corso degli ultimi tre decenni, nella grande maggioranza dei paesi OCSE, il reddito disponibile delle famiglie è aumentato di poco per anno, mentre i redditi del 10% delle famiglie più ricche sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli delle famiglie più povere, portando ad ampliare la disuguaglianza del reddito.
Gli incrementi di disuguaglianza del reddito familiare sono stati in gran parte determinati dai cambiamenti nella distribuzione dei salari e stipendi che rappresentano il 75% del reddito familiare di adulti in età lavorativa.
La famiglia, in questo frangente, è stata l’unico e più efficace ammortizzatore sociale, anche se questo compito solidaristico è stato coattivamente ridotto dalle ultime manovre di tagli, operate dai Governi, in particolare italiani ed europei, sulla base delle direttive Ue, che hanno continuato nell’opera di restrizione e di austerity.
Di fronte a questo scenario, bisognerebbe cancellare la politica dell’austerity che colpisce direttamente i salariati e i ceti medi e inferiori con tagli degli stipendi, riduzione delle prestazioni sociali, allungamento dell’età legale per la pensione che di conseguenza significa concretamente diminuirne il suo ammontare.
Grazie alle privatizzazioni il mercato finanziario è esploso, in Italia come in tutta Europa, con tutto ciò che ne consegue in termini di aumento della disoccupazione e impoverimento della popolazione.
Da un trentennio in Italia, questa politica di privatizzazione ha portato alla perdita di moltissime aziende anche strategiche, che sono finite in mano ai capitali stranieri, e così facendo hanno privato il nostro paese di ricchezze. Tanto per fare qualche esempio abbiamo perso, anche, l’unica azienda telefonica italiana, la Telecom, così l’Alitalia, l’Italcementi, e tante altre che ci avevano fatto raggiungere il 5 posto nell’economia mondiale.
Sulla base, anche, dell’emergenza economica in Italia si è riversato sui cittadini una bordata di tasse che ha prodotto un aumento esponenziale delle stesse, anche per l’aggiunta a quelle nazionali di quelle locali. Inoltre dobbiamo fronteggiare la spesa per interessi più alta in Europa nonostante il saldo primario dell’Italia continua ad essere molto elevato.
Sembra che a nessuno importi che queste politiche hanno già prodotto: la discesa negativa del PIL; una disoccupazione che ha raggiunto cifre pazzesche (più della metà di questi disoccupati sta nella fascia dei giovani che hanno meno di 35 anni e 1/3 ha meno di 25 anni) ed un calo sensibile del potere d’acquisto delle famiglie, tanto da far precipitare i consumi; una riduzione delle retribuzioni tanto da essere collocati all’ultimo posto in Europa.
Inoltre si è ridotto sensibilmente il grado di copertura delle protezioni sociali. Ma se le crisi dei sistemi sociali non sono cosa nuova e inaspettata, come è possibile che il quadro attuale, così chiaro nel suo funzionamento, così feroce e deleterio, non suggerisca il cambio radicale del modello individualistico e del profitto privato?
Nel nostro Paese, il fabbisogno della P.A. continua ad aumentare, come il calo dell’occupazione quella non precaria. Il nuovo record assoluto del debito pubblico italiano è la conferma che la politica di restrizione e di austerity ha fatto precipitare il nostro Paese in una spirale rischiosa.
Bisogna, quindi, invertire le scelte di politica economica: abbandonare le politiche di austerity e puntare sulla crescita e lo sviluppo. Se si vuole uscire da questa situazione in cui aumenta la povertà, occorrono nuove forme di politica democratica che riscrivano le regole per combattere la bibbia del mercato mondiale capitalistico.
Servirebbe anche una nuova classe dirigente per un progetto più ampio di libertà non solo economica ma anche del lavoro, nell’ottica di crescita e non di difesa della sola inflazione. Ripristinando una mediazione politica vera che si contrapponga agli interessi economici assicurando le garanzie della democrazia partecipata e condivisa.
Quindi concludo con la necessità che la politica ritorni a svolgere la sua funzione che esca dalla nefasta influenza che la governa e riparta con scelte che ripristino il bene comune in un processo di sviluppo condiviso per il bene di tutti e non di pochi.





